Antologia del Cinema

Giochi di Morte (1989)

Nel futuro remoto gli uomini se la passeranno piuttosto male, si sa. Ma mai quanto i cani che diventeranno il nostro cibo. I loro teschi, inoltre, saranno utilizzati, al posto dei palloni, per uno sport brutale detto “Il Gioco”, dove atleti viandanti detti “Juggers” sfidano, nel loro girovagare senza sosta, le squadre locali per ottenere cibo, donne e… la gloria.
Ma per quanta gloria i vincitori possano ottenere, questa non sarà mai pari a quella degli iscritti alla Lega, dove si pratica lo sport che conta. Dove gli atleti sono considerati eroi.
Ormai dovreste saperlo, amo le apocalissi. Radiazioni, deserto, violenza e sopraffazione, se inscenate in un film, mi esaltano. Da tempo ho smesso di chiedermi perché.

“Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”

Molti di voi questa frase l’hanno già sentita. È, forse, il motivo che mi spinge a prediligere le ambientazioni post-apocalittiche. Tradotto in termini pratici: non importa quanta sia la merda in cui ci troviamo, noi esseri umani ce la facciamo sempre e ci divertiamo anche nel tentativo.
In questo film, Giochi di Morte, all’estero noto come “The Salute of the Jugger”, ma anche con il titolo “The Blood of Heroes”, c’è, per l’appunto, il deserto, fatto di strane dune, dei coni sparpagliati a mucchietti, qua e là, ma anche distese di sabbia e roccia, c’è la brutalità, sociale, ma che si esprime al meglio, perché legalizzata, nelle arene attraverso il Gioco, e c’è un sopraffino sorvolo sulle implicazioni sentimentali. Cosa, quest’ultima, che me l’ha fatto apprezzare, avendolo rivisto l’altra sera dopo forse più di dieci anni. Niente sentimenti futili. E quindi niente male.

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Sport e Distopia

Regia di David Webb Peoples, uno che da sceneggiatore ha firmato capolavori come “Blade Runner” e “Gli Spietati” e anche cose così così, alle quali continua a legarmi l’affetto, come “Leviathan“; il suo “Giochi di Morte” offre spunti interessanti, ma dura solo un’ora e tre quarti. Scorrono via veloci, per cui sì, questo film è una di quelle rare eccezioni delle quali si sarebbe voluto vedere di più. Perché la sua apparente brevità ha impedito il corretto e appagante approfondimento di una società distopica intrigante, ma che inevitabilmente rimane appena abbozzata, perdendosi dietro alle partite del gioco.
“Giochi di Morte”, in definitiva, appare un film sullo sport, dove il panorama post-nucleare è accessorio e decorativo. Ora c’è la desolazione desertica, ma ci sarebbe potuto essere il ghiaccio dell’antartide, o le giungle equatoriali o una civiltà moderna e raffinata come in “Rollerball“. La trama sarebbe calzata a pennello ovunque si fosse deciso di inserirla.

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Rutger il Buono

Rutger Hauer è un attore interessante. Suoi alcuni dei ruoli che sono maggiormente rimasti impressi nel mio immaginario, Roy Batty, il Nexus 6 e l’autostoppista di “The Hitcher“. È estremamente interessante anche per il modo in cui non è mai riuscito a ottenere, complici apparizioni in film da dimenticare, il successo che avrebbe meritato. Qui è Sallow, credo “Sharko” nella versione italiana, perché forse il nome Sallow a quei geniacci dei doppiatori dell’epoca deve essere sembrato insipido. Follie & Sapori a parte, Sallow è un personaggio che si guadagna il pane menando mazzate, “giocando”, destinato a vagare tra le dog town, le città di frontiera dove vengono allevati i cani al posto dei maiali, per un banale scandalo sessuale. Sallow era un giocatore della Lega, quella che ha sede nelle Nove Città, situate sotto terra, il centro del potere aristocratico, quella dei numeri uno. Lui era un Eroe, viveva nel lusso sfrenato, giaceva con donne senza cicatrici e veniva trattato quasi come un aristocratico, finché non ha iniziato a sbandierare la sua relazione con una donna di nobile stirpe. Inutile dire che certe cose non si fanno.
Esiliato, per queste ragioni, dalla Città Rossa, egli si fa convincere da Kidda (Joan Chen), il nuovo qwik della sua squadra, il giocatore che porta la palla/teschio, a ritornare alla Lega per sfidare una delle squadre locali, ed avere così la possibilità di essere selezionati dai talent scout per giocare tra gli “eroi”.

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Il vero Jugger

E il Gioco, o Jugger, pare essere divertente, violenza e pestaggi a parte. Dalle scarne informazioni desunte dalle scene e dai dialoghi presenti nel film, le squadre sono composte da cinque elementi che si fronteggiano fino a un massimo di tre tempi di cento pietre ciascuno, ovvero il tempo sufficiente a scagliare cento pietre contro una lamiera. Il gioco viene in ogni caso interrotto quando una delle due squadre riesce a segnare, ovvero a ficcare il teschio del cane su un palo appositamente predisposto. Il Qwik (Kidda) è il giocatore che porta la palla, assistito e protetto da un altro giocatore armato di catene che il medesimo fa roteare. Altro ruolo fondamentale di copertura e difesa sembra essere lo Slash o Slasher, riservato a energumeni che imbracciano armi doppie bilanciate, il ruolo di Sallow.
Come spesso accade, la finzione ha germinato nella realtà. Lo Jugger è divenuto una disciplina sportiva nel mondo reale, serbando intatta la struttura, ma essendo inevitabilmente epurata dai suoi aspetti più etnici, se vogliamo, a cominciare dai teschi.
QUI la ricchissima pagina di Wikipedia inglese dedicata a questo sport.

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Sangue e Arena

“Giochi di Morte” vanta un cast di tutto rispetto che oltre a Hauer e a Chen, vede Delroy Lindo e Vincent D’Onofrio (il soldato Palla di Lardo di kubrickiana memoria) nella squadra di Sallow.
Seguire la scalata al successo e le ambizioni del team è piuttosto facile e mai noioso. Apprezzabile, come dicevo sopra, la totale assenza di introspezione psicologica.
Una società semplice, come pretende di essere questa inscenata, prevede divertimenti semplici [il gioco] e relazioni sociali ancora più semplici. Non c’è differenza, per una volta davvero, tra uomini e donne, infine in posizione paritaria, ma svantaggiosa per entrambi, e l’unica fonte di distrazione dall’allevamento dei cani è contendersi i loro teschi in un gioco violento che è anche e soprattutto valvola di sfogo per un mondo oramai al collasso proprio a causa di quella stessa violenza, presente e passata.
L’arena in questo caso è organicamente simbolo di riscatto sociale, metodo di elevazione, strumento per uscire dall’anonimato e da una vita insulsa. Sembra quasi appetibile, in un paradosso estremo, nonostante sia macchiata del sangue di chi vi mette piede.

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    • 12 anni ago

    Film massiccio e sobrio, anche più di quanto ci si possa aspettare vedendo le immagini degli attori vestiti come wrestler della domenica.

    !!!!SPOILER!!!!!

    Concordo con Nick, Sallow (Sharko) e il sistema aristocratico pareggiano nel finale da un punto di vista morale. Però ha ragione el quando dice che a Sallow l’opportunità non viene proprio data a causa dei suoi attriti passati. Del resto non viene offerta l’occasione neanche all’altra donna della squadra che finisce con la gamba rotta!
    Sull’ipotesi nuovo episodio sarebbe interessante, ma come al solito si ridurrebbe a un film di soli richiami al passato e Hauer farebbe solo da contorno in luogo di un protagonista più giovane.

    arrivederci

    • Per carità!
      Nelle menti di noi spettatori affezionati, l’idea di un seguito a distanza di tanti anni può essere seducente, ma la realizzazione sarebbe quanto di più lontano potremmo desiderare. Sono molto pessimista a riguardo. Immagino un film sullo stile di Mad Max 3, ma molto, molto più ridicolo e canzonatorio.
      L’apocalisse e la distopia sono cose serie!

    • 12 anni ago

    Alla fine credo che le nostre visioni siano complementari,che il finale sia volutamente cinico è vero. Del resto in un mondo dove per sopravvivere si deve mangiare la carne di cane o in cui l’amico di una vita propone di essere abbandonato per non gravare sul gruppo l’esigenza di sopravvivere la fa da padrone.
    Indubbiamente Sallow ed il sistema pareggiano nel finale,ognuno ottiene ciò che vuole:Sallow ottiene la sua rivincita morale,il sistema lo ostracizza definitivamente.Tutto quì.
    Del resto la forza di questo film consiste ne fatto che manca un lieto fine…e nessuno si aspetta di vederlo.Kidda,probabilmente è innamorata di Sallow ma lo usa per raggiungere i suoi scopi,del resto però Sallow non si fa illusioni,non si volta indietro bneanche per sbaglio quando si lasciano.
    Lui ha già obliterato tutta la storia,può anche essere che se glie l’avessero chiesto sarebbe rimasto ma dal momento che non succede,conserva tutta la sua dignità.Il finale lascia intendere che potrebbe avere una nuova occasione,lui ed il ragazzo che educa al posto di Kidda.
    Del resto,ti chiedo,da spettatore non sarebbe bello immaginare un nuovo incontro tra un Sallow ormai vecchio ma non domo ed il suo vecchio gruppo ormai instradato nella Lega?
    Comunque ottima discussione,come sempre del resto quì su BOOK AND NEGATIVE.

    • 12 anni ago

    Quando si tratta di un’attrice(nonchè stragnocca come Joan Chen)non posso che essere d’accordo.
    Per quello che riguarda Salloow ela sua “esclusione” mi riferisco al finale;non mi sembra tanto dispiaciuto per l’esclusione anzi la usa come sua personale rivincita morale.Ha vissuto nella città,ha militato nella lega e come Il Corto Maltese dei fumetti ha capito che non fa per lui.
    Il fatto che gli altri protagonisti rimangano nel”sistema”,semplicemente non lo riguarda.Un pò come il THX1138 del film omonimo a Sallow che il sistema sotto continui a prosperare semplicemente non lo riguarda.La sua battaglia individuale l’ha già combattuta e vinta.Sallow è semplicemente “avulso” dal sistema,non gl’interessa farne parte ha solo voluto dimostrare di poterlo scalfire.
    Che Kidda e gli altri lo abbandonino è semplicemente un altra cicatrice nel corpo e nell’animo.Ma alla fine al vecchio guerriero non importa del sistema,di Kidda,della vendetta conta solo il sentirsi vivo attraverso la “propria” scala di valori.
    Che sia giusta o sbagliata,vincente o perdente per Sallow non importa,è semplicemente un latra partita.

    • È assurdo preoccuparsi degli spoiler per un film di vent’anni fa, ma…

      *******SPOiLER*******

      Ecco. Quello che ho visto io è che la rinuncia di Sallow è vissuta come onorevole, ma si tratta pur sempre di rinuncia obbligata perché non è stato scelto. Ovvero, secondo me ci sarebbe anche stato a rimanere a giocare nella lega e a godere di nuovo di tutte le comodità e i privilegi, ma visto che non è andata così e ha dimostrato comunque di essere più in gamba di tutti, allora può andare via sereno. Gli altri suoi compagni lo sapeva anche lui che sarebbero rimasti, cavolo erano arrivati fin lì proprio per quel motivo…
      È un altro degli aspetti pregevoli del film, quest’ultimo. Sentimenti ok, ma fino a un certo punto. C’è un cinismo latente, o una praticità, se preferisci, che non è affatto scontata.

  • Non so se Sallow rinuncia agli onori… Si intuisce piuttosto il contrario. Ovvero, visti i precedenti attriti con il nobile Vlle, egli non può essere accettato nella Lega. D’altronde, come viene detto anche nel film, quale miglior punizione che vedere un jugger degno di giocare in città costretto a restarne fuori?
    Credo che il sistema ne esca anche rafforzato, visto che continua a reclutare nuovi “eroi”…

    Sì, Joan Chen ha una filmografia lunga un chilometro. Magari la facciamo qui la disamina, che dici? 🙂

    • 12 anni ago

    “E alla fine della partita due di noi erano ancora in piedi” narra Sallow ad un’affascinata Kidda quando gli racconta come da semplice outsider era riuscito a diventare il più giovane membro della LEGA nelle nove città.
    In questa battuta c’è tutto il personaggio di Sallow,che poi alla fine della storia,per la seconda volta,rinuncia agli onori dopo essersi preso la rivincita ed aver umiliato il sistema.
    Kidda e gli altri resteranno nella città sotterranea ma alla fine,forse Sallow avrà fatto la scelta più coerente,vero e proprio gentiluomo di fortuna;quasi un Corto Maltese biondo,che rinuncia alla fama perchè semplicemente non la vuole.
    Due parole sulla fascinosa Chen: un giorno quando si farà una disanima sul cinema e la televisione di genere,si vedrà che il suo nome è uno dei più presenti(TWIN PEAKS,JUDGE DREDD) del periodo tra gli anni ottanta e novanta un’attrice perfetta per i ruoli di donna ambigua ma fragile.Come l’olandese Hauer forse anche a lei è mancato il ruolo definitivo che ne consacrasse il talento sia pure in una carriera costellata di buone prove.