Antologia del Cinema

L’Attacco della Donna di 50 piedi

Diversi amici bloggers, con le loro riflessioni, esposte qui e a casa loro, mi hanno spinto a scrivere articoli, passatemi il termine, d’antiquariato, con un puro gusto vintage. Preferenza che su queste pagine non ho mai nascosto.
Ho capito che, se è vero che amo il cinema degli anni ’80 (tranquillo, Matteo, il banner che mi hai regalato apparirà!), odiando in parallelo tutto il resto di quel periodo, eccetto Sabrina Salerno e i Simple Minds e qualche altra cosa, venero ancora di più gli anni ’50. Soprattutto l’estetica di quel decennio.
Non sono il solo, certo. Ma solo mia è la meraviglia che provo guardando i memorabilia del tempo. Voi altri proverete la vostra, di meraviglia, ma non possiamo confrontarle, parlando di sensazioni private e uniche, se non tentando di descriverle a parole. Che siano foto di pin-up, poster retro, automobili, oggettistica, vecchie immagini, città, paesaggi, guardaroba, così stylish, fino alle acconciature, tutto mi piace di quegli anni. È un contrappasso, credo, che mi porta a desiderare un tessuto di realtà, come poteva essere quello statunitense dei fifties, che non può essere più lontano rispetto alla mia quotidianità, fatta di mare, sole e macchia mediterranea e di un passato greco-romano.
Quest’articolo nasce per parlare, se volete, di meraviglie. Non di tutte quante. Solo di alcune, quelle del momento presente. Del mio e, spero, anche del vostro.

***

B-movies e nostalgia

Le mie meraviglie sono i b-movies. Quelli messi su in fretta, con pochi soldi a disposizione, idee strampalate a costituire la sceneggiatura, e succinte pin-up a mostrarsi deliziosamente in ruoli improbabili. Quei b-movies, proprio quelli, sono fantastici. Irripetibili. Profumano di donuts, le ciambelle da mandare giù con un litro di caffé lungo [che, per la cronaca, mi fa vomitare, ma è bello pensarci]. Momenti a testimonianza di un passato che è fissato per sempre.
C’è molta nostalgia nelle mie parole, come sostiene AgonyAunt. Il ché rende tutto ancora più paradossale. Come si può provare nostalgia per qualcosa che non si è mai avuto? Che non si è mai conosciuto veramente?
Forse ho sbagliato decennio in cui nascere. Gli anni ’70, nella seconda metà.
Però, qui nel nuovo millennio c’è internet e una banca dati infinita. Mica male il progresso.
Capisco finalmente anche Quentin Tarantino quando si esalta a parlare di cinema d’epoca, romanzetti pulp, della Golden Age di Hollywood, degli anni ’50 e del suo cinema, per l’appunto, e soprattutto di b-movies. Mi è sempre sembrato strano in quei suoi sproloqui e nel suo entusiasmo, finché non ne sono rimasto vittima anche io. Per ricollegarmi al discorso sul blog di Alex, in fin dei conti è vero che queste passioni finiscono per renderti un tantino weird. Dal mio punto di vista da intendere con un’accezione tendente al soprannaturale…

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L’attacco

L’ho detto e l’ho fatto. Stregato dal poster, dove una gigantesca Allison Hayes in vesti succinte afferra automobili e semina panico e distruzione, l’ho cercato e l’ho visto. In inglese, purtroppo. Attack of the 50 Foot Woman, del 1958, per la regia di Nathan Juran.
La prima cosa che colpisce, dopo aver appreso della durata, solo 64 minuti, è il tono impostato degli attori e delle attrici. Stiamo parlando di un b-movie, e nella mente uno è portato a immaginarsi una tipica, ma brillante sciatteria nella recitazione.
Nulla di più falso.
Al contrario, mai udito un inglese più comprensibile. Simile, per intonazione, ai film italiani di quegli stessi anni, dove sembrava che tutti parlassero con una scopa nel didietro. Tipico effetto straniante che mi fa pensare non so perché ad un periodo estremamente educato, almeno all’apparenza. Tutti a curare il tono di voce, a ponderare, ma tanto le voglie notturne erano uguali ora come allora…
E poi, subito, ci si accorge della qualità delle riprese. Bianco e nero, certo, e altrettanto sicuro, non una scelta estetica, ma pura necessità. Inquadrature statiche, che indugiano sui protagonisti in primo piano e si allargano sulle comparse rigidamente istruite a muoversi con cadenza millesimale nelle scene di gruppo, coreografate a dovere.
Stupore che si accresce venendo a sapere degli 88.000 dollari di budget.
Nel ’58 non una cifra da nababbi, ma neppure da buttare via. Sfruttata al meglio delle possibilità per fornire una qualità visiva superiore.
Attenzione, è sempre un film figlio della propria epoca, con tutte le limitazioni tecniche e scenografiche del caso, ma credetemi se vi dico che c’è da restare ammirati per un prodotto che da questo punto di vista eccelle.

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Il cappello e la playmate

La storia è semplice, weird e molto dinamica. L’ora e cinque scorre in fretta, creando attesa per quell’attacco del titolo che sembra non dover arrivare mai. Nel frattempo, però, ci si intrattiene con gusto. C’è dentro di tutto, come se lo sceneggiatore, Mark Hanna, si fosse divertito a pescare le idee da un cappello pieno di bigliettini contenenti degli spunti, e ad assemblarli tentando di tessere un filo conduttore sensato per quanto grottesco, in un universo parallelo che può basare la propria riuscita solo sulla sospensione dell’incredulità. Il bello, che è anche causa ulteriore della mia meraviglia, è che ci è riuscito.
C’è logica in una banale vicenda di tradimento che si mescola sulla Route 66 (!) a un incontro ravvicinato del III tipo, a un tentativo di omicidio ai danni della protagonista, moglie tradita dal consorte e dall’amante/mantide di quest’ultimo, e alla trasfomazione della prima in un essere gigantesco assetato di vendetta.
Trionfo del trash ante litteram, privo, ed è questo il bello, di qualsiasi approfondimento psicologico.
Figuratevi che Hanna era talmente incolto da essere convinto che a qualsiasi velivolo spaziale si attribuisse la nomenclatura “satellite”. Così, satellite, è più volte chiamata l’astronave dalla quale un alieno gigantesco infetta la protagonista, professionista di b-movies, Allison Hayes (1930-1977).
A contenderle la scena il marito fedifrago, William Hudson, che riesce, tra una pomiciata e l’altra a menare di brutto il suo maggiordomo, e la bellissima Yvette Vickers, playmate per la rivista di Hugh Hefner che le dedicò il centerfold, il paginone centrale, nel luglio 1959. Cercate sue foto in rete perché c’è da restare secchi ancora adesso… per le signore lettrici di B&N, mi dispiace, ma il signor Hudson non è altrettanto avvenente.

***

Sui generis

Il film, oltre alla qualità visiva, che ritengo fosse sui generis, considerando il business e la concorrenza spietata che serpeggiava sulle colline losangeline, contiene, oltre ad alcuni stereotipi, come il vicesceriffo deficiente, lo psicologo e il medico con borsa che scende dalle scale per parlare con tono severo al marito preoccupato dopo aver dato un’occhiata alla moglie al piano di sopra, tuttora vivi e vegeti in centinaia di commedie, anche trovate narrative di grande efficacia, l’ingresso dello sceriffo e del maggiordomo nell’astronave e i seguenti giochi d’immagine con lenti deformanti; ricordo che, ancora non so spiegarmi come, il progetto dell’omicidio ai danni della moglie coesiste con le esperienze extraterrestri di quest’ultima, per arrivare al culmine della coincidenza, che dal punto di vista delle probabilità è follia pura, ma da quello narrativo è geniale, che vede il marito recarsi nella stanza da letto per fare un’iniezione letale alla moglie, un’infermiera che lo segue e sembra essere sul punto di coglierlo sul fatto, ma sul più bello gridare perché entrambi scoprono che le dimensioni della signora hanno subito, come dire, una leggera variazione, testimoniata dalla mano enorme che sporge dalla spalliera.
Come c’era da aspettarsi, ci sono anche le pecche. Prima fra tutte i ridicoli effetti speciali, in parte meccanici, tramite l’impiego di arti giganti di cartapesta [con le unghie smaltate, ndr] con tanto di irregolarità tipiche sulla superficie, l’utilizzo della “doppia esposizione”, o “sovrapposizione delle immagini”, per incrementare la statura della protagonista, che fa apparire i giganti quasi incorporei, quando non si preferì ricorrere ai classici, ma intramontabili modellini. Vediamo così Allison Hayes sradicare un traliccio dell’alta tensione o sfasciare una camera d’albergo con una sola mano.

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Stream of Arts

4.8 è il voto che “Attack of the 50 Foot Woman” vanta su IMDb. Se me lo chiedete, dal punto di vista dell’intreccio direi che se lo merita tutto. Eppure, suscita meraviglia, attrazione per la bellezza classica incarnata da Allison Hayes e soprattutto da Yvette Vickers che, da perfetto tramite per il decennio successivo, balla il rock & roll, seducente più che mai, e non dimenticando le musiche, lo speaker e tutta quell’atmosfera plastificata.
Riallacciandomi, in conclusione, a quanto discusso nell’articolo precedente, credo che, più che nostalgia per tempi andati, che nessuno di noi ha mai vissuto di persona, sia l’effetto paradossale della contemporaneità di ogni epoca e di ogni film, che ogni periodo storico gode grazie a internet.
In questa massa caotica di informazioni, la vera estasi dell’arte, ogni periodo coesiste con tutti gli altri. E tutti sono presenti e vivi. Basta scegliere. Più arte scorre e più ne siamo assetati.
Il rischio è quello di perdere l’unicità del momento, la confidenza. Di assuefarsi al meraviglioso. E di non riuscire più a scorgerlo.

Link utili:
Attack of the 50 Foot Woman” (1958) – IMDb
Attack of the 50 Foot Woman” (1958) – Wikipedia ENG

Altri articoli in Recensioni Film

Bonus Track: “New Gold Dream” dei Simple Minds. Lo so, non c’entra nulla col film, ma ci sta bene col discorso “meraviglia”. Un grazie a CyberLuke e Cybsix per avermela fatta ricordare.

Kick-ass writer, terrific editor, short-tempered human being. Please, DO hesitate to contact me by phone.
  • […] di antichità, e la folle nostalgia. Malinconia per qualcosa che non ho mai vissuto, ne abbiamo già parlato. Si sguazzava nel bianco e nero, oggi colore meraviglioso, persino snob. All’epoca, […]

  • mi stavo annoiando a morte e così ho ricominciato a scartabellare il tuo sito… e che articolone che trovo! D’accordo al cento per cento in ogni riga, non ho niente d’aggiungere o togliere ma ci tenevo a farti i complimenti, come al solito…

    • Grazie, Alice. Troppo buona. 😉

  • […] nessuno. Eppure, su queste pagine, aveva il suo angolino, e due recensioni tra le mie preferite (QUI e QUI). Ieri, record di visite per Book and Negative. Cercavano tutti lei, una sua immagine. Hanno […]

  • […] oggi voglio celebrare le pinup, usando come manifesto questa riedizione del poster di “Attack of the 50 Foot Woman“. Ivi ritratta Yvette Vickers, che potere ammirare anche tra le foto seguenti. Le pinup erano […]

  • […] sì? Dopotutto c’è ancora chi crede al bigfoot. Yvette Vickers, già ammirata in “Attack of the 50 foot Woman” (1958), condivide la scena con un’altra scream queen, Jan Sheppard. La prima è Liz […]

  • […] Attack of the 50 foot Woman (1958) Attack of the Giant Leeches (1959) […]

  • […] Consueto post grafico domenicale. Tema del giorno: le dimensioni. Tralasciando i vari King Kong, Godzilla e altri mostri giganteschi, i cineasti si sono dedicati ad alterare le dimensioni degli esseri umani, sempre con conseguenze disastrose, tra folletti che tentano di ritornare grandi,  uomini miniaturizzati alla prese col nostro corpo, dall’interno, adolescenti in piena fase ormonale divenuti giganteschi, così come i loro appetiti, e mostri che pretendono vendetta contro i loro creatori. Fino ai nostri giorni, dove dall’horror in salsa sci-fi, s’è virato verso la commedia. Menzione particolare per “Inner Space” di Joe Dante, con Dennis Quaid, andato in onda qualche giorno fa e per “Attack of the 50 Foot Woman”, assente in questa raccolta, ma presente QUI e già recensito da quest’altra parte. […]

    • 12 anni ago

    Che film!Che epoca!Che donne 😛
    Certo chissà se verrà mai trasmesso in tv, magari alle 2-3 di notte su rete 4…

    • Più probabile su Raitre! 😉 Quando è giusto, è giusto.

  • Basta che lasci stare Yvette… 😀

    • 12 anni ago

    Ehi, ma, meraviglia o non meraviglia, avete dimenticato di dire quanto è bello questo film. Hai ragione, non è difficile capire QUESTO inglese e la trama per quanto pazza è divertentissima. Questo viaggetto nei fifties mi è proprio piaciuto. Mmmmm, Betty, Marilyn, Ava, tutte mie fidanzate o amiche se vogliamo…..
    BWAHAHAHAHAHAH!
    La mia meraviglia è Ritorno al Futuro. Es-ssì!

    arrivederci

    • 12 anni ago

    Della rubrica ’50 ci sarebbe bisogno!

    • @ Agony
      Be’, puoi saperlo solo tu. Confesso di essere affascinato anch’io da quegli scenari di desolazione. Gli ho dedicato anche un post tempo fa. Lo trovi QUI.

      Comunque sono sicura che gli automobilisti guardavano 🙂

      No, anche tu! 😀

      Felice che la proposta rubrica stia suscitando interessi. Vedrò che si riesce a fare.
      Intanto devo portare a conclusione la fase balneare del blog…

      😉

    • 12 anni ago

    Alla domanda sulle meraviglie devo seriamente pensarci. Credo per me sia questione di temi. Mi sembra di restare imbambolata davanti alle cose di apocalisse, che poi sono evocate nel modo che piace davvero dagli zombi (la cui attività riproduttiva è limitata nel tempo perché parassitaria e circoscritta alla disponibilità di ospiti del virus). Però non so se è meraviglia. Devo pensarci.

    Comunque sono sicura che gli automobilisti guardavano 🙂

    • 12 anni ago

    A me piacerebbe davvero la rubrica sui fifties.
    Ovviamente parlo solo a nome mio ma spero di non essere il solo.

    • 12 anni ago

    La mia meraviglia è proprio quella di andare in cerca di perle come queste.Come ho già scritto da questa e da altre parti conservo e raccolgo tutto quello che riguarda la narrativa fantastica collezionare è una parola grossa,diciamo che mi piace poter dire che mantengo attorno a me le cose mi piacciono.
    Dalla rivista ungherese di science fiction al fumetto olandese fino ai film come questi.
    Qualsiasi sia l’anno o la nazionalità.
    Ognuna di queste cose è una scoperta anche quando vado già con un idea precisa;diciamo che sono “queste cose” che trovano me.
    I film degli anni cinquanta hanno poi un quid in più:è vero che su tante cose sono più carichi di sense of wonder ma non sono totalmente d’accordo con te sulla loro spensieratezza.
    Funzionavano e se ne facevano tanti per esorcizzare la paura della bomba e la paranoia comunista.
    Sul remake con Daryl Hannah effettivamente è non è un caso se dopo aver girato questo film l’attrice ha lavorato molto meno per alcuni anni.
    Se poi posso permettermi di darti un consiglio per una prossima recensione:THE FLY con il grande Vincent Price credo ti potrebbe piacere.

    • @ Nick
      Invece, mi sa che siamo d’accordo su tutta la linea. Come ho scritto in qualche commento più su, oggi sono contorto, infatti con spensieratezza intendevo un tentativo di distrarsi a ogni costo dalle paure coeve: meglio sarebbe stato scrivere “spensieratezza ad ogni costo”.

      Certo che puoi consigliare. Prendo nota su “The Fly”. 😉

      @ tutti
      Poi se volete, da lettori, una rubrica dedicata ai fifties non avete che da chiedere. Magari, metto un altro sondaggio.

      😉

  • Vuoi parlare di “meraviglia”?
    Ecco, io la meraviglia la trovo nei B-movie di oggi, che altro non sono che i corti/mediometraggi che appaiono su You Tube e altrove girati con la videocamera di casa, effetti speciali rimediati, nessun nome altisonante nel cast ma tanta buona volontà e magari un’idea fantastica alla base.
    Certe volte, ne vado proprio a caccia, e il mio solo rammarico è che siano quasi tutti in inglese, ma alcuni provengono proprio dal nostro bel Paese.
    È vero: c’è tanta robaccia, ma quella serve a spezzare e farsi quattro grasse risate.
    Anzi, sai che c’è: se mai un giorno riuscissimo a combinare una serata insieme, potremmo dedicarla proprio ai corti indie.

    • Andiamo con ordine:

      1) No, “faccia da dieselpunk” non me l’avevano mai detto. Finora.

      2) Anche io voglio film con mostri enormi e donne urlanti. Parafrasando il Kurgan: *con vocione tenebroso* “Quelle sì, che erano splendide urlatrici!”

      3) “The Deadly Mantis” e tanti altri. Ormai sto in fissa coi fifties. Ma non voglio saturare il blog.

      4) Concordo in pieno: i corti di oggi sono fatti con le stesse intenzioni dei filmoni megafavolosi dei ’50. Da questi, se solo ci fossero maggiori mezzi a disposizione potrebbero derivare dei lavori memorabili, anche italiani.

      5) La serata insieme: non sai quanto mi farebbe piacere. Superato questo particolare frangente di incasinamento personale, dobbiamo metterci seriamente a organizzarla.

      😉

  • Cioè guardate attorno a 1:00 come urla…

    http://www.youtube.com/watch?v=WqEccYXxaAY

    E ora poco da dire, ci aspettiamo la recensione di The Deadly Mantis!

    Rece! Rece! Rece! Rece! Rece! Rece!

  • Anche secondo me hai la faccia da dieselpunk, non te l’avevano mai detto? 😉

    Io voglio ancora film con mostri enormi e donne che gridano.

    Diciamocelo, le donne non urlano più come quella volta.

  • Non so… se dici che sono dieselpunk, allora mi fido.
    😉

  • Ah! Allora anche tu sei un pochetto Dieselpunk! Anche se gli anni ’50 sono proprio al limite massimo di questo submovimento ancora meno noto rispetto allo Steampunk, ora molto in voga…

    Diciamo che il cinema degli anni ’50 è sempre megafavoloso, termine che sostituisco a meraviglioso, in quanto mischia apprezzamento e infantile entusiasmo per pellicole a volte davvero “esagerate”, in quanto a trama.

    Una cosa su Tarantino devo dirla: lui continua ad andare in brodo di giuggiole per i vecchi film, b-movie e z-movie girati con tanto amore e con povertà estrema di mezzi. Poveretto, prova anche a mettere lo stesso spirito nei suoi film, ma si vede che dietro ci sono investimenti bestiali. Non c’è più quel senso di improvvisazione che nasceva dal DOVER girare un film con 10.000 dollari…

    Se non si capisse, a me Tarantino non fa impazzire, eh.

  • Ma il bello è che c’era gente disposta a investirci sopra del denaro…
    Non fu un soggetto originale, all’epoca di film con gente gigantesca o microscopica ne stavano girando diversi.
    È la percezione, quella che cambia, come sempre.

    Leggevo ieri, durante una pausa dalla stesura dell’articolo, che c’è il remake di questo film del 1993, con Daryl Hannah.
    I critici, ma anche gli spettatori continuano a preferire la versione del ’58 perché, come accade spesso, il remake è stato infarcito di antipatica retorica.
    All’epoca avevano la mente di gran lunga più leggera, o forse erano troppo grandi le paure di fondo e quindi si doveva essere più spensierati.

    Vabbé, è l’ultima volta che ci provo:
    a me sono ‘sti film che mi suscitano “meraviglia”…
    E a te?

    Su con la vita! 😉

    • 12 anni ago

    Credo che la passione per gli anni cinquanta dipenda molto dal fatto che sia per l’Italia che per gli Stati Uniti hanno rappresentato un periodo di rinascita dopo la guerra in cui le persone avevano desiderio di riscoprire la gioia di vivere.I soldi cominciavano a circolare ed il benessere cominciava ad essere scontato.
    Insomma ai nostri occhi quel decennio rappresenta una sorta di età dell’oro forse perchè non lo abbiamo vissuto ma lo viviamo dai racconti dei parenti o anche da film come questi.
    Poi parliamoci chiaro è stata un epoca di grande creatività;se ci fate caso il design anni 50 torna sempre di moda ogni tot di tempo.
    Film come questo,con tutti i loro difetti ovvio,rappresentano un tuffo nel fantastico quando veramente con quattro soldi si creavano cose come queste..e noi li guardiamo ancora oggi perchè in fondo anche a noi piace credere che possa essere possibile quel mondo e quel tipo di cinema.
    Ciao.

  • Ovviamente era retrò e non retro… che non so poi che pieghe prende il discorso 😉

    • Tocchi così retro, parlando di Yvette… che cafone! STRALOL 😉

      Ma insomma, mi volete dire 😆 qual è la vostra meraviglia!? 👿

  • Di Happy Days parlavo come visione dei 50/60, non come prodotto 🙂

    Argh volevo proprio parlare di Fallout!!!

    Mica solo del 3, tutti tutti! 🙂

    La visione del post nucleare unita con i tocchi così retro ne han fatto una serie dalle atmosfere notevoli. Ovviamente il terzo, con la grafica che si trovava, ha spaccato dal punto di vista dell’ambientazione (bug non lo so, io l’ho giocato sulla xbox).

    • 12 anni ago

    Keyem said: Voi state male!

    Tranne che per la gerontofilia crescente di el anche secondo me negli anni 50 americani c’ era un certo gusto che vale la pena riscoprire…
    Lasciando perdere “Happy Days”( girato negli anni 70 ricordo ^)apprezzo moltissimo i film girati nel periodo e aborro il colore aggiunto ad alcuni di questi( si sa noi gatti siamo tradizionalisti).
    Voglio ricordare inoltre che videogiochi come “Fallout 3″,”Bioshock” e “Singularity” hanno riscosso un grande successo anche per il loro stile america anni 50, a riprova anche che questo periodo perdura nell’ immaginario collettivo anche di chi non lo ha vissuto( di sicuro non esistono videogiocatori ultraottantenni che ne giustifichino da soli le vendite ).

    • Ma io ho tentato di spiegarmi:

      Yvette Vickers ha 74 anni (1936), ma per me ne ha sempre 22…
      Tra l’altro ho scoperto che esiste un’edizione in dvd del film col suo commento. Eccezionale!
      Poi ve la prendete coi sociologi quando dicono che internet ha fatto danni. Eccome se ne ha fatti! 😀

      Happy Days è del 1974, in effetti. Non è D.O.C.
      Fallout 3, lasciando stare l’insondabile abisso dei bug, mi piace proprio per quel tocco vintage.

    • 12 anni ago

    Allora riserviamo la discussione “seria” per dopo?
    Voi state male! Però mi mettete addosso allegria. 😀
    Diversamente da quelle immagini degli anni ’50 che invece mi comunicano un pò di malinconia.
    Bell’articolo come sempre.

    • Voi state male!

      Non so gli altri, ma non ho mai detto di stare bene… 😀

      Thanks. 😉

      La malinconia è a causa del nucleare, vero?

  • Si ok le corri incontro e poi che fai?
    A volte, è il caso di dirlo, le dimensioni contano!
    😉

    • Ovviamente è un atto suicida… si immolano per un bene “più grande”.

      E, giuro, non avrei mai pensato di finire coinvolto in questo tipo di conversazione. 😆

  • E’ davvero troppo presto per parlare di ‘ste cose, quindi non parto con un commentone come gli ultimi sul senso della meraviglia e altro che poi mi vomiti sul monitor. E i pezzettoni di brioche son sempre difficili da togliere.

    Ti dico solo che ti sbagli a pensare che chi ti segue ad esempio non adori anche i ’50. E intendo in toto, da Happy Days ai film con insettoni giganti, dal boogie (cavolo ero anche discretamente bravo a ballare il rock, da giovane) alle distorte versioni delle “famiglie nucleari” americane, divise tra il potere della bomba, i bunker e tutto il resto. Un immaginario tramandato anche dai fumetti che mi hanno contaminato, dall’Uomo Ragno in poi (creati un decennio dopo ma grossi debitori di quella meraviglia e soprattutto di quelle paure nate nei favolosi ’50).

    Quel poster mi è sempre piaciuto.

    Sai perché?

    Mi sono sempre chiesto se gli automobilisti che le stan passando sotto, tra la paura di morire e il terrore primèvo del confronto con una creatura del genere, non lanciassero almeno uno sguardo libidinoso tra quelle gambe, per vedere se indossava l’intimo… Quelle sì che erano cosce lunghe quanto una strada… il vecchio Frank Drebin avrebbe apprezzato 😉

    • Ma guarda che non penso affatto che voi altri non adoriate i ’50 e via dicendo.
      Sono un po’ contorto stamattina, ma forse lo ero anche ieri. Mi riferivo al fatto che la mia meraviglia non può essere la vostra, nel senso che di sicuro si basa su elementi solo miei, personali. E qualche differenza c’è di sicuro.
      Io, ad esempio, guardando il poster mi sono sempre chiesto, invece, quanti di quegli uomini stanno effettivamente scappando e quanti, al contrario, le stanno correndo incontro… a volte la prospettiva fa brutti scherzi.

      😉

    • 12 anni ago

    Sto andando a nanna e sono assonnatissima, ma volevo omaggiare il tuo omaggio a questo cult macroginofilo 🙂

    Credo che quanto dici sulla relazione tra conpresenza di tutti i cinema e nostalgia colga veramente il punto, e fai bene a questo proposito a citare Tarantino, che se ne è fatto interprete (per me più con i BastErdi che con Grindhouse).

    è buffo come anche il discorso sull’accumulo – più temi, più filoni, più mostri, more is more – richiami l’idea della compresenza, dell’abbondanza disorientante e dell’insaziabilità. Ma forse questa è veramente una coincidenza e sto allucinando per via del sonno. Buona notte!

    • Be’, del resto si sa che tra le braccia di Morfeo si hanno i momenti di lucidità e intuizioni a manetta… ahahahha 😀
      Scherzi a parte, grazie del bellissimo complimento. E a mente sveglia, ripassa, mi raccomando, perché mi devi dire qual è la tua meraviglia…

      Io l’ho pensata così, come una sorta di ossimoro artistico. Da tutta questa ricchezza deriva una pari povertà intellettuale.

      😉