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The Gene Generation (2007)

by Germano on 28/10/2010
Book and Negative
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Per allungarsi verso il fine settimana, niente di meglio di un bel b-movie. Ho letto su Wikipedia inglese, ché quella italiana lo sappiamo di cosa soffre, che The Gene Generation (2007) appartiene al genere biopunk. Onestamente, “biopunk” è la prima volta che lo sento nominare. Avrei detto cyberpunk, lo ammetto, e avrei sbagliato.
Maledetti generi letterari/cinematografici.
Credo che il bio associato al punk sia da attribuirsi al leit-motiv della storia, le alterazioni del DNA portate avanti senza tanti complimenti dai governanti dell’ennesima variante distopica del nostro bel futuro.
Matteo e Alex mi accuseranno, come al solito, di avere gusti tamarri. Forse li ho, a questo punto. O forse mi piace Bai Ling e tanto basta. E se vi state chiedendo se un’attrice sia motivo sufficiente a preferire un film rispetto a un altro, vi rispondo di sì.

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Distopica

La distopìa, dicevo. Essa è una realtà, non un [fottuto] genere. È così ben rappresentata, inscenata, concepita che ormai c’è, nei suoi riguardi, un sentimento di attesa mista a conforto. L’idea che il mondo vada a scatafascio, in qualche modo, non spaventa poi così tanto.
E questo a patto che, come nei film, il mondo che rimane sia interessante ed elegante da vivere, mai monotono, dove è pur vero che l’esistenza diventa un inferno; però è altrettanto vero che i protagonisti se la spassano. E più sono nei guai, maggiore è il loro divertimento e il coinvolgimento emotivo dello spettatore nei riguardi loro e delle loro avventure strampalate, ma cazzute.
Forse il cyberpunk, nella sua variante bio, o splatter o techno [se esiste] è riuscito in questa magia. Oggi un futuro qualsiasi, purché distopico, sembra sempre appetibile.
Una delle ragioni, la fondamentale credo, è che in una distopia, il male è ben identificato: una dittatura, dei politici corrotti, le megacorporazioni, un’intelligenza artificiale, una guerra nucleare. Il male è lì, bello e palese. Tutto sanno che è lui il problema. Identificato quello, si può finalmente vivere incasinati, ma sereni, per quanto sia possibile.
Al contrario la nostra realtà è incertezza. E l’incertezza genera angoscia. Ed è quella che ci frega. La paura del possibile.

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Momento di Lucidità

Sembra un ragionamento, quello precedente, che poco o nulla a che fare col film. Eppure è proprio da questo film che esso è scaturito.
Come ho dichiarato già altrove, l’aspetto positivo di questi b-movie, cadenti sotto mille altri, è che hanno i momenti di lucidità, nei quali tali riflessioni divengono non solo possibili, ma obbligate. Chi li guarda si deve sentire come uno dei personaggi di Jack London, magari accompagnato da un cane.

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Acido Desossiribonucleico in Salsa Punk

La trama confusionaria vede Michelle (Bai Ling) nel ruolo di una killer di professione al soldo del governo. Suo incarico rintracciare e uccidere i Pirati del DNA (DNA Hackers), individui in grado, tramite appositi congegni, di alterare il proprio codice genetico per rubare l’identità altrui, sostituendosi fisicamente alle loro vittime, di solito pescate nell’alta società.
Michelle ha un fratello minore coglione problematico e stereotipato, Jackie, che se la spassa giocando d’azzardo, bruciando i risparmi di famiglia che lei mette da parte, ricordiamo, uccidendo della gente.
Jackie si è messo nei guai perdendo una grossa somma di denaro presa in prestito da uno strozzino, Randall. Per restituire il dovuto, ha svaligiato la casa del loro vicino, Christian; quest’ultimo interesse amoroso inespresso di Michelle. Ah, il romance!
Al centro della contesa, un misterioso guanto, costruito da Christian, scienziato genetico in incognito, in grado di mutare o riordinare il DNA a piacimento, senza il necessario campione da estrapolare dalla vittima prescelta: in pratica, la versione biopunk della maschera dei mille volti, o di un qualsiasi incantesimo di mimesi in un qualunque gdr da tavolo.
Il guanto interessa, però, anche ai piani alti. La dottoressa Josephine Hayden, infatti, lo gradirebbe molto, in quanto da anni, a causa dei suoi stessi esperimenti di alterazione genetica, vive appesa al soffitto, mentre dei vermoni le circolano su tutto il corpo, scodinzolando qua e là. Il fratello di questa, uno degli Iron Maiden, così sembra, in congedo, le dà una mano.

gene generation 4

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Doppiaggio Punk. O Porno

Commedia degli equivoci, dunque. Solo che non si ride. Ma neanche un po’.
Tutti vogliono il guanto. Il guanto si fa sedurre da tutti, come una puttana, e salta di mano in mano fino ad arrivare, si presume, a quella giusta. Sarà mica una metafora del preservativo? Di ciò, in effetti, non sono tanto sicuro, dato che l’incasinamento è tale da rendere difficoltoso capire l’intreccio, condito com’è, da alcune svolte inattese e del tutto gratuite.
Gli attori sono mediocri. Non tutti, ma tirando le somme non può che essere così. Randall, lo strozzino, interpretato da Daniel Zacapa, è il personaggio più divertente. All’inizio sembra il solito cattivo sghignazzante e, alla prova dei fatti, lo è. Sghignazza, e pure molto, ma si rende simpatico in alcune scene che lo rivalutano; tipo quando si mette davvero a pisciare in testa a Jackie perché quest’ultimo aveva osato farlo in senso metaforico avendogli mancato di rispetto.
Ma è l’unico guizzo.
Il cattivo capellone, poi, quello degli Iron Maiden [per finta], è inguardabile.
Alla recitazione pessima, e vi dico che in alcuni momenti, soprattutto Bai Ling, non si capisce se ride o piange, si aggiunge il danno apportato dal doppiaggio italiano. E qui, credetemi, siamo alle soglie del dilettantismo da film pornografico, quando ancora si doppiavano i gemiti e gli urletti. L’adattamento, ormai ci siamo abituati, è arbitrario, ma il doppiaggio è vergognoso.

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Bai Ling

La megalopoli, forse Singapore, forse no, è digitalizzata. Ed è fatta anche bene, considerando il budget di 2,5 milioni di dollari. Buia, sotto i nuvoloni, cupa e soffocante, piena di locali notturni con musica dal vivo. Citazioni de “Il Corvo”, la finestra dell’appartamento di Michelle, di “Matrix”, uno scontro a fuoco acrobatico in un corridoio e di “Blade Runner”, le navi volanti con gli schermi pubblicitari.
Bai Ling. Lei è un pezzo dell’arredamento, nonostante le zeppe. Ma è un complimento sincero. Come attrice è quello che è, ovvero non è granché, ma se cercate una tipa perfetta per un futuro distopico cyber-bio-technopunk, non ce n’è di più adatte.
Essere orientale la valorizza. Nel senso che è spigolosa al punto giusto e si mimetizza perfettamente tra gli scorci della scura megalopoli. Sembra essere nata in quelle strade affollate, in quei vicoli, in un futuro decadente.
La metti sul divano. Lei non deve far altro che stare lì seduta, a guardarsi un film in bianco e nero da un televisore anni ’50, mentre dai vetri della finestra rotonda entrano le luci della città che le illuminano le gambe e il viso. E, senza che ve ne rendiate conto, avete un’inquadratura che è unica e toglie il fiato, malinconica e struggente.
Un’inquadratura non solleva certo il film dall’inferno, però aiuta.

Scheda del Film su Wikipedia En

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