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L’Arte in 30 Giorni di Buio

by Germano on 10/03/2012
Book and Negative
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Trenta Giorni di Buio è uno dei film ricorrenti. Vuol dire che lo vedo spessissimo, quasi sempre solo la prima parte, diciamo fino a quando il gruppo si rifugia nel sottotetto. Di solito di sera, prima di dormire… Abitudine strana.
Su IMDb vanta un 6.6. Sapete cosa vuol dire? Vuol dire che è un bel film, che non si ferma all’idea del semplice massacro, tipica del survival horror, ma nasconde qualcosa di più. Vuol dire che certi spettatori se ne sono persino accorti e l’hanno punito.
Certo, parliamo dello scontro finale tra Eben (Josh Hartnett) e il capo dei vampiri… didascalico e improbabile. Parliamo anche dei telefoni satellitari bruciati in un buco nella neve, nei primissimi minuti. Perché mai? E di chi sono, quei telefoni?
È probabile che li abbia rubati Ben Foster (lo straniero, nonché servo dei vampiri), ma anche no. In città se ne sarebbero accorti. E quindi, cosa resta? Nulla, scene messe così, perché l’idea di bruciare il roaming internazionale è figa di per sé, nella neve ai confini del mondo, poi, lo è ancora di più.
30 Giorni di Buio è tratto da un fumetto, ne parlai diffusamente qui. E doveva essere diretto da Sam Raimi, che, nonostante Hollywood e qualche patto col diavolo, non è un fesso. Certo, non ci inonda più gli schermi di sangue e budella, e non gira più con Bruce, ma… dategli tempo. Dategli tempo. Del resto, sono uno di quelli che va pazzo per Drag me to Hell, e non solo per la questione dell’omonimia.
30 Giorni di Buio è un film coi vampiri, come lo svendono in tv, i vampiri di questo film non baciano

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Incredibili le manipolazioni idiote del marketing. È anche il trionfo della CGI. Barrow è in Alaska, è vero, all’estremo nord, e lì ci sono davvero ben Sessanta Giorni di Buio all’anno. Pareva brutto per un film, però, così li hanno dimezzati. Ma in realtà se ne stavano al calduccio in Nuova Zelanda, a girare dentro capannoni enormi. L’ultimo tramonto del mese, quello dove tutti hanno portato la loro ragazza al primo appuntamento, è falso, o meglio, artificiale, un po’ come tutti i panorami, fin quando non arriva il buio, che ci vengono mostrati. Difficile crederlo, ma è così.
Persino le comparse potrebbero, e dico potrebbero essere generate al computer. In un processo, il videoediting, che ormai in quasi nulla differisce dalla vera e propria scrittura. Si imposta la scena (o capitolo), su uno sfondo che può essere verde, oppure reale (tanto poi ci disegnano sopra). Stupefacente, da questo punto di vista, la qualità della luce che si riesce a imprimere al digitale. Esemplare anche in The Ghost Writer, dove la casa e l’intero panorama marittimo, struggente, che si osserva dalla finestra di Ewan MacGregor, non esisteva, se non nella mente di chi l’ha generato.
Si scrive (si filma), una sorta di canovaccio, ci si fa camminare su Hartnett o Melissa George, e poi si arricchisce il tutto, con dettagli di ogni tipo, Si aggiungono anche persone, magari mutuate da altre riprese.
Il risultato è eccellente, difficile dire dove questo porterà. Attori che non interagiscono con altri attori, ma con delle assenze, presenze solo, necessariamente, nella loro testa: una sorta di schizofrenia auto-indotta.
Ottimo e inquietante.

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Dentro i capannoni, in Nuova Zelanda, però, è stato creato freddo autentico. La neve è vera anche se artificiale, ma per lo meno è tangibile. Il respiro degli attori, quello è autentico.
La situazione è da manuale, survival horror apocalittico, nel microcosmo che è Barrow. Non per niente la definisco una trama sempre-verde. Piace, diverte, dà il giusto senso di inquietudine e tensione, a patto che il regista ci sappia fare.
Direi che fino alla soffitta, 30 Giorni di Buio è un film perfetto. Fa fuori gli attori con gusto, i vampiri saranno anche vestiti Armani, ma risultano sporchi di sangue e pittoreschi quanto basta per far superare la naturale incredulità. Si sono persino inventati un linguaggio apposito, per farli parlare, perché fossero abbastanza alieni.
Perché sulla netta separazione tra umani e mostri, priva di ogni sorta di ambiguità, è costruito il divario tra i due gruppi e il conseguente conflitto. Neppure i due umani che si trasformano (escluso Eben), il proprietario dei cani ammazzati e la bambina, offrono spunti di meditazione. Questo è un punto a favore.
Come l’evitare il conflitto fino all’ultimo momento utile, davvero eccessivo, infatti, il grado di separazione.

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Meccanica del conflitto, semplice e tensiva, ma anche il tocco di classe. Sam Raimi produce soltanto, è vero, ma… senza nulla togliere al lavoro di David Slade, c’è qualcos’altro, oltre la battaglia. Ed è il sangue. Conseguenza dello scontro, ma anche sfumatura cromatica ricercata e insistita.
Ecco, il 6.6 di IMDb sta per essere spiegato. Perché molti definiscono questo film “a good film, for its genre”, che poi è la tipica definizione che non vuol dire una ceppa. Molti ravvisano nelle scene del massacro una fretta che sottrae lo spettatore al motivo di interesse col quale, di solito, ci si avvicina al genere: frettolose, viste dall’alto, non si familiarizza coi personaggi uccisi; sembrano quadri più che sequenze. Ecco il punto, sembrano quadri.
Il contrasto tra la neve bianca e il sangue, annunciato all’inizio dal giubbotto di Stella; il grigio degli edifici, tutto va a comporre la tela.
Ho letto anche il fumetto, stavolta. Il tratto è volutamente aggressivo, sporco, confuso e punta ancora sui contrasti tra nero e le esplosioni di colore.
Ma qui c’è del metodo. Qui abbiamo neve chiazzata di macchie rosse e tracce di esseri umani. Direi che, per chi ha fatto arte, qualche associazione mentale diviene inevitabile.
Abbiamo, Pollock:

E abbiamo Juan Mirò:

Senza dimenticare che quelle dei due artisti, lo sapete bene, non erano macchie di colore, ma un’intera gamma concettuale, spesso addirittura esseri umani. Ma l’arte all’epoca era qualcosa di più del semplice spavento meccanico con la quale oggi si pretende di farla (sì, anche l’arte figurativa si nutre di spaventi per gli sciocchi).
30 Giorni di Buio resta, credo, un film imperfetto, per ciò che concerne la trama. Ma anche no, forse un film classico, nei motivi, arrivato in ritardo, nel 2007, che si permette un finale romantico, aderente al fumetto, e si permette un grande lavoro di ricerca nella messa in scena.
Ci piace anche se non sappiamo perché. Non è forse così? Be’, da oggi c’è un motivo in più. Almeno spero.

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