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Le città oscure

by Germano on 08/05/2015
Book and Negative
Contents

Schuiten01Mi sono imbattuto solo di recente, nel lavoro di François Schuiten, belga, di professione autore di albi a fumetti.
Che non è riduttivo come possa sembrare, anzi, è bene sottolineare questa appartenenza al mondo dei Comics che, come sostiene Michael Uslan, sono arte, sono la nostra moderna mitologia, nonché espressione della cultura popolare.
Attraverso le loro tavole e le loro storie, i fumetti ci sussurrano favole che sfiorano gli archetipi della narrazione umana.
Ma c’è dell’altro, almeno per quanto concerne il lavoro di Schuiten.
Sue sono Le Città Oscure (Les Cités obscures), realizzate nei primi anni Ottanta. Un lavoro di narrativa, una realtà parallela ma del tutto plausibile, situata dall’altra parte del sole, perciò invisibile alla nostra, in cui la sviluppo della storia umana non ha portato alla creazione di nazioni, ma di una serie di città stato indipendenti.
Risultato, il mondo è variopinto da una serie infinita di culture, facenti capo a nuclei di altissima urbanizzazione, indipendenti l’una dall’altra, perché sorte ciascuna in ambito locale e sviluppatesi in perfetta autonomia.
Civilizzazioni distinte, quindi, distinguibili da architetture differenti.

schiuten02La narrazione è alla base, con buona pace degli scettici, di qualunque forma espressiva.
Le parole ci raccontano storie.
Così come i calcoli matematici, le analisi statistiche, le scartoffie dei tribunali.
A livello storiografico, ci racconta di più un documento redatto in qualche corte di giustizia o una semplice scritta su un muro, che un romanzo.
A livello storico, d’altra parte, un buon romanzo rappresenta le inquietudini e le aspirazioni dell’epoca che l’ha visto generato. Come qualunque altra opera d’arte.
Si tratta, semplicemente, di linguaggi diversi, semplici o raffinati non importa, benché l’arte sia intrisa di simbologia. La sua funzione è quella, andare oltre il significato, generarne di nuovi, a seconda degli incontri che farà.
La narrazione è alla base di tutte le forme di comunicazione, compresa l’architettura e le arti figurative.

Prendiamo a esempio il Gotico. Esso mormora trascendenza, con le sue navate altissime e le volte a crociera, e il bagno di luce lasciato intenzionalmente filtrare all’interno, per sancire un netto distacco col Romanico, che invece prediligeva linee robuste e poca luminosità.

schuiten03Ma c’è differenza, a livello artistico, tra strumento e opera. L’opera evade dal concetto di praticità, per comunicare altro, rispetto ai suoi limiti fisici.
Le tavole di François Schuiten mostrano ampi spazi, linee verticali di culture ambiziose che tentano di superare i loro limiti attraverso macchine volanti rudimentali.
Culture profondamente immerse nelle meraviglie della scienza e della tecnica, che non rinunciano a comunicare, attraverso complessi ciclopici di archi, la piccolezza dell’essere umano, che si trova in questa spiacevole e inquietante situazione: è al contempo artefice di tali meraviglie, e da esse è intimorito, le guarda dopo averle create, con timore.
La vulnerabilità immanente contro la trascendenza teorica.

È evidente che il mondo teorizzato da Schuiten, la Contro-Terra, sfugge al controllo dei propri artefici: abbiamo una cattedrale con una volta così alta da generare un microclima al suo interno,
un ritorno alla natura, pur nel superamento dei propri limiti fisici, nel tentativo di volare rinunciando alla tecnologia dei dirigibili,
luoghi abbandonati, persi per chissà quale ragione, che vengono riscoperti.

schuiten04E, su tutto, una dimensione spaziale che lascia sgomenti.
Lo spazio, le prospettive da taglio impossibile, che davvero suggeriscono lo stacco tra la fatuità dell’essere umano e la permanenza della sua cultura, della sua narrazione.

Questo fa la differenza tra strumento e arte, la potenza della voce muta della raffigurazione. Quando un oggetto, in questo caso una serie di tavole, riescono a parlarci più di un comizio, togliendoci il fiato, facendoci sognare di emulare tale maestria di tratto e potenza evocativa, ognuno secondo i mezzi che s’è scelto come propri.
Scrivere di una lega di città, tracciarne usi e costumi, tessere le storie di singole personalità, attira, ti fa sentire di essere lì, su quel cornicione, col gatto accanto che guarda in basso, ti fa quasi sentire lo schiaffo del vento che ti sbilancia. Al contempo, ti fa venir voglia di saltare.

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