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Frozen (2010)

by Germano on 03/04/2011
Book and Negative
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[contiene anticipazioni]

Frozen è degno esponente di quella teoria dell’osmosi delle idee hollywoodiane, già altre volte esposta in questo blog.
L’idea alla base è simile a quella di 127 Ore, ovvero, i protagonisti costretti in un luogo ostile, devono sopravvivere. Abbastanza strano che film simili vengano prodotti tutti nello stesso anno, ma non se si tira in ballo la summenzionata teoria.
Nel film di Boyle, e prima ancora nella vita vera, è una roccia svolgere da impedimento. Qui è l’imperizia di alcuni addetti alla seggiovia che “dimenticano” tre passeggeri nel bel mezzo del tragitto, confinandoli a un’altezza di almeno dieci metri, sulla seggiola, esposti alle intemperie e al rischio di congelamento.
La cosa bella è che da un’unica semplice idea se ne ricava sempre un film avvicente, perché volendo, si riesce ad addentrarsi nelle regioni estreme dell’animo umano. Si risparmia, perché il set si riduce a uno solo, pur non essendo mai monotono e si coinvolge lo spettatore in quello che diventa il gioco della sopravvivenza, del come e con quali mezzi lo sconosciuto di turno se la possa cavare.
Insomma, una formula brevettata ed efficace. Spero non ne abusino.

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Detto ciò, è bene consigliarvi di resistere alla tentazione fortissima che avrete di interrompere la visione di Frozen dopo il primo quarto d’ora, uscito direttamente dalla pessima teen-comedy ammericana, con abuso di canzoni rocchettare in colonna sonora ad accompagnare insulsi momenti di amena vita bucolica sulle montagne.
Il film entra nel vivo dopo quel quarto, e sì, fa il suo lavoro, nel senso che vi tiene incollati alla sedia.
Non è neppure il capolavoro o il gioiellino come si dice in giro. Piuttosto, un thriller onesto che non pretende di essere ciò che non è.
Realismo è la parola d’ordine, e questo viene mantenuto fino alla fine. Credo sia l’aspetto di maggior interesse e che vada sottolineato.

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Emma Bell (Parker), già vista in The Walking Dead (era la ragazza tramutata in zombie, quella carina), Shawn Ashmore (Lynch), derivato da Smallville e Kevin Zegers (Dan), non ricordo da dove, sono lo sfortunato trio. Emma Bell su tutti, non foss’altro perché il suo è il personaggio più interessante, più fragile, che più si espone a un’introspezione che non rasenta mai l’eccesso o il ridicolo.
Teoria dell’osmosi delle idee, dicevamo, e infatti sembra che, in caso restiate intrappolati da qualche parte, un luogo isolato e sperduto da cui non uscirete vivi, se vi va bene, poco prima sia d’obbligo conoscere una bella ragazza (una coppia in 127 Ore) e farsi lasciare il numero di telefono che voi, sprovvisti di cellulare (che avete lasciato nell’armadietto, ohibò!) e di carta e penna, manderete a memoria. Nel momento del bisogno sarà una cosa come un’altra della quale parlare per evitare di cedere al panico.

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Buon film, dicevo, sul quale è bene non discernere a lungo, proprio in quanto la trama si innesta su un singolo evento dirompente che strappa i personaggi al loro quotidiano e li pone a confronto con paure ataviche.
In questo senso, la scelta di aggiungere alla lista degli ostili, oltre alla montagna, l’altezza della seggiovia e il freddo con annesso rischio di congelamento, il branco di lupi non si può non associare al ragionamento precedente, l’incubo della ferocia animale, dell’uomo rimesso in contatto coi suoi avversari naturali, i predatori. Ok, la scelta potrebbe sembrare risibile, io stesso mi sono chiesto se sia possibile, oggi, subire un certo tipo di attacco da una creatura, il lupo, che spesso è a rischio di estinzione, ma poi mi sono ricordato da alcuni filmati dalla Russia, che potrete vedere su youtube, dove branchi di lupi correvano indisturbati lungo strade ghiacciate.
Il mondo non è così civilizzato, in fondo.

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