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Black Death (2010)

by Germano on 12/11/2010
Book and Negative
Contents

Il medioevo, epoca di luci. La luce della fede. Dante Alighieri era morto nel 1321. Nessuno direbbe mai, pensando a lui, che l’ignoranza fosse moneta di scambio a quel tempo. Eppure, le foreste erano ancora dominate dagli spiriti e dai demoni, si invocava l’aiuto di dio contro i lampi durante i temporali, si sacrificava una capra per inaugurare un ponte, in modo che il diavolo dovesse accontentarsi dell’anima di una creatura vile, piuttosto che di quella del primo passante. Esisteva il malocchio, e per gettarlo su qualcuno era sufficiente sputare nella farina con la quale sarebbe stato impastato il pane la mattina dopo, e mescolarla con le lordure del corpo, oppure nascondere un pesce vivo nelle parti intime e portarlo in cena al proprio marito per ridurlo all’impotenza. Ed essere bruciati vivi per questo.
Esistevano le streghe, e gli incantesimi e la magia contrapposta alla Parola di Dio.
Ma la Parola restava un’astrazione. Una realtà non completamente acquisita, compresa. A volte, persino una scusa per dissolvere ogni dubbio. Allontanarsi da Essa voleva dire dannazione per la propria anima.
Il mondo, si sa, era un inferno. E, tra mille tentazioni, si cercavano con costanza i segni, un suggerimento che indicasse la giusta via da seguire, che, per l’appunto, scacciasse via i dubbi. Perché l’incertezza, come la strega, era strumento del demonio.
Il 1348 è l’anno della Peste Nera, o peste bubbonica, la piaga che giunse a sterminare il 40-60% (edit by elgraeco) della popolazione europea. È anche l’anno scelto per ambientare questo film, Black Death, in verità, più una rigida orazione funebre alla pochezza umana, all’ignoranza, alla superstizione, alla cieca vendetta, ma anche, parrà strano, un film sulla fede.

***

Buio

Non pecca di parzialità, questo film, se è questo che volete sapere. Potrebbe sembrarlo in effetti, e, dipende dalle vostre simpatie o antipatie, potrebbe mostrare con dovizia di dettagli truculenti ciò che di certe inclinazioni della cultura europea avete sempre pensato, o temuto. Io, come voi altri, ho le mie idee sulla nostra identità, sulla religione e su cosa hanno davvero discusso i secoli bui.
Mi sforzo, guardandolo, di essere imparziale e con sorpresa trovo non sia affatto difficile restare distaccati.
L’atmosfera che è stata ricreata nei primi minuti, quando la telecamera scorre tra i vicoli di un villaggio colpito dalla peste, è snella ed evocativa. Pare di sentirli quei miasmi, di poter percepire il fetore di decomposizione scorrere insieme all’epidemia, ai ratti che si cibano indisturbati dei cadaveri ammassati in ogni angolo. Suggestione estrema quando si vede passare il medico della peste, con la sua maschera a becco piena di fragranze odorose, profumi, per tenere lontano le mefitiche esalazioni portatrici, così si pensava, del contagio.
In pochi istanti, quindi, si è riportati in una credibile e austera ricostruzione di quello che la Peste Nera dovette essere quando imperversava nelle nostre terre, distruggendo, oltre che i corpi, anche le menti dei superstiti.
La popolazione dell’Europa impiegò un secolo e mezzo per riaversi.
Immaginate, se ci riuscite, di che apocalisse stiamo parlando.

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[qualche spoiler qua e là]

Segni

Il monaco Osmund (Eddie Redmayne), mentre il mondo gli muore intorno, si sente in colpa perché una giovane fanciulla sta mettendo a dura prova la tenacia dei suoi voti. Egli domanda un segno a Dio. Se sia giusto abbandonarsi alla passione, oppure resistere. Mentre è intento a pregare, entrano in abbazia alcuni guerrieri capeggiati da un tale chiamato Ulric (Sean Bean), un uomo di spada, un cavaliere che vende il proprio braccio, che miete la sua giustizia. Sembra che, a qualche giorno di viaggio dal monastero, si trovi una piccola comunità rurale rimasta illesa dalla peste. Si dice che lì risieda anche una strega, una necromante che resuscita i morti.
Osmund, interpretando l’arrivo di Ulric e dei suoi compagni d’arme come il segno che aspettava, si offre volontario per guidarli fino a quel villaggio.
Giunti sul posto, dopo un difficile cammino tra le miserie di una società sempre più preda del terrore di ammalarsi e di mostrare i bubboni purulenti sotto le braccia e sul collo, il gruppo giunge alla meta, in quello che sembra essere una distorta imitazione di un paradiso terrestre dove non c’è dolore, non c’è povertà, non c’è disperazione; dove tutti gli abitanti sfoggiano un aspetto florido, appaiono puliti e ben vestiti.
La felicità purpurea sembra a portata di mano, seguendo il cammino tracciato da una donna d’aspetto gentile e serafico, Langiva (Carice van Houten).

***

Rinuncia e Uguaglianza

Insolito scontro di fede e religioni, in una messinscena che, a più riprese, sfiora la concettualità astratta senza mai cedere completamente ad essa.
La chiesa abbandonata, perché non più frequentata dagli abitanti del luogo, sembra, in un dato momento e assecondando una precisa apparizione, teatro di un’anacronistica zombie-apocalypse. Ma è solo suggestione e l’aver goduto troppo cinema. Poi risalta l’aspetto florido degli abitanti, in netta contrapposizione con l’orrore e la morte che grava tutt’intorno a loro; il villaggio che sorge sulle rive di un fiume, che può essere il fiume dei morti, l’Acheronte, anche se non c’è il traghettatore, ma alcuni flagellanti incappucciati, o quello della dimenticanza, il Lete. In effetti, Langiva, colei che domina e ammaestra, qualcuno direbbe che libera le anime, predica la rinuncia. Rinuncia necessaria per rinascere in un mondo senza più doveri, senza più peccato, senza più alcun segno.
Come in altri recenti esempi, questa rappresentazione di ciò che il Cristianesimo diventò, in certi momenti della sua storia, induce a piacevoli riflessioni.
La Strega potrebbe essere considerata per ciò che è e furono moltissime altre donne accusate della medesima pratica. Eppure, il monaco Osmund non crede nella stregoneria. Non ci crede fino a quando non viene ingannato, per ben due volte, da una presunta strega. E cosa più che l’inganno, contribuisce a creare il mito?
Ulric è, invece, portatore di uguaglianza. Uno strano concetto di uguaglianza, aggiungerei. Non si comprende, infatti, quale sia l’esigenza che lo spinge a entrare in contrasto con la popolazione locale. A parte un medaglione. Il solito medaglione di un amico rinvenuto nel momento opportuno perché la situazione propenda per la svolta radicale. Probabilmente, e qui si assiste a un ribaltamento di prospettiva e di responsabilità, neppure costoro, che si professano liberi e illuminati dalle tenebre del Cristianesimo che muore, esplodendo a causa dei suoi stessi bubboni, possiedono intenzioni più elevate o diverse. E di certo i metodi impiegati non sono dissimili da quelli dei cavalieri cristiani e dai portatori della croce. Ulric, alla fine, non deve fare altro che allargare le braccia e rendere tutti uguali. Come lo sono tutti nella morte.

***

Fede. Quella che appare.

Una fede debole quale quella di Osmund diviene una fede cieca, alla quale egli vota la propria esistenza.
Un’ambigua morale sembra potersi rivelare da questo film. La fede ha molti aspetti, molti contrasti e addirittura molte forme. Quasi tutte estreme. E quasi tutte sbagliate. Ed è raro vedere un tema del genere osservato ed esposto, di conseguenza, nel giusto equilibrio. Senza ruffianate. Senza minchiate di sorta. Senza personaggi che si rivelano essere ridicole macchiette che scimmiottano idee malsane di autori contemporanei, viziati da troppa letteratura coeva e marcia. Solo personaggi. Solo il 1348.

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