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L’evoluzione delle locandine

by Germano on 29/05/2010
Book and Negative
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In questo breve post grafico, che certamente non pretende di essere esaustivo, ho radunato dieci locandine di altrettanti film horror [con l’unica eccezione di “Metropolis” (1927)], più o meno famosi, ciascuna appartenente ad uno specifico decennio, a partire dal 1910 per giungere al 2000. Dal disegno alla Computer Graphic. È allucinante, ma sembra proprio che le cose non siano cambiate poi tanto, nella sostanza, in un secolo di cinema.

Sulla locandina sono rappresentati il titolo del film, talvolta sotto forma di logo, spesso una tag-line, una frase ad effetto che ne riassume il senso, i volti degli attori di maggior richiamo del cast, in altri casi (in particolare, nel genere horror) immagini simboliche suggestive. (da Wikipedia)

Più in basso alcune considerazioni. Enjoy.

- "The Crimson Stain Mystery" di T. Hayes Hunter, 1916 -

- "Metropolis" di Fritz Lang, 1927 -

- "The Mummy" di Karl Freund, 1932 -

- "The Body Snatcher" di Robert Wise, 1945 -

- "The Blob" di Irvin S. Yeaworth Jr. e Russell S. Doughten Jr., 1958 -

- "Rosemary's Baby" di Roman Polanski, 1968 -

- "The Texas Chainsaw Massacre" di Tobe Hooper, 1974 -

- "The Shining" di Stanley Kubrick, 1980 -

- "Il Seme della Follia" di J. Carpenter, 1994 -

- "Naked Beneath the Water" di S. Cain, 2006 -

È piuttosto divertente constatare l’evoluzione o, in alcuni casi, l’involuzione dello stile che caratterizzava questi divertenti, memorabili in alcuni casi, strumenti pubblicitari. Salvo constatare che “Metropolis”, ancora oggi è, senza mezzi termini, superiore a qualunque altro film, finanche dalla locandina che ritengo, personalmente, Arte, prediligo la forma allargata, tipica, ma non esclusiva, dei decenni ’30-39 e ’40-’49. Non unica, quest’ultima, perché coesisteva con i formati tipici verticali e anche con le strisce. Non saprei dire il perché, probabilmente per il fatto che automaticamente li associo a quei cinema d’epoca, sulle facciate dei quali dovevano essere composti pazientemente, lettera dopo lettera, i titoli in proiezione; o forse perché mi richiamano immediatamente alla memoria quelle immagini suggestive del mondo di celluloide, visto solo in fotografia e nei documentari, che era Hollywood, tutto luci stroboscopiche e tappeti rossi e vitale finzione scenica…
Davvero incredibile, poi, notare il passaggio dalla sobrietà della locandina di “Rosemary’s Baby” (1968), alla mediocre semplicità, che quasi si avvicina alla sciatteria di “Non aprite quella Porta” (1974) e “The Shining” (1980). E se nel caso di Tobe Hooper ci poteva pure stare dato che trattavasi di produzione indipendente messa su letteralmente con quattro soldi, nel caso di Kubrick pare davvero strabiliante, al di là del valore indiscusso del film.
Curioso, ma non troppo, infine, notare come la tag-line, la frase ad effetto iperbolica sia sopravvissuta fino a oggi, carica di tutta quell’incredulità, esagerazione e involontario sense-of-humour che essa suscita. Diciamoci la verità, oggi uno slogan del tipo: “Il film più agghiacciante di tutti i tempi!” è sinonimo di porcata immonda. Ma vaglielo a spiegare al marketing…

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