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Il velo di Grace

by Germano on 07/11/2017

Il 3 Novembre scorso è piovuta su Netflix, inaspettata, una nuova (mini)serie: Alias Grace.
Dietro ci sono Margaret Atwood, che su queste pagine, di recente, avete incrociato spesso, per via di qualche articolo sul Racconto dell’Ancella, e Sarah Polley, che ne ha curato la produzione e la sceneggiatura.
Molto interessante, se uno ha la pazienza di informarsi e seguirla, la carriera di Sarah.
Che ha trovato nell’omonimo scritto di Atwood affinità elettive e che, come ogni buon autrice, ha voluto soffermarsi su degli aspetti particolari che l’opera liberamente tratta da una storia(ccia) vera, poneva in enfasi.

La storia di una serva, Grace, che viene accusata di duplice omicidio.

Sarah Gadon

Ne vien fuori, tramite sapida ricostruzione e narrazione non un giallo, ma un appassionante discorso sullo stato delle donne nella società – anche coeva – che, col passare delle settimane, non cessa di essere prepotentemente attuale.
Non mi soffermo sul prodotto televisivo in sé, nel quale figurano, tra gli altri, un bellissimo David Cronenberg e la protagonista, Sarah Gadon (sì, l’avete vista in Antiviral), perché non è scopo di questo articolo; per parte mia, la miniserie posso solo consigliarvela.
Ciò su cui mi preme riflettere è una scena in particolare, occorsa nell’ultima puntata.
Non mi soffermerò tanto sul contenuto di essa, quindi non credo ci sia necessità di avvertirvi di eventuali spoiler.

Quel che posso raccontarvi è che, protagonista della scena è l’ipnosi.
Siamo nell’Ottocento, in Canada, e l’ipnosi sta sottraendo a spiritismo e mesmerismo credibilità e metodo. Grace (Sarah Gadon) viene sottoposta a ipnosi, coperta con un velo funebre, per favorire il distacco dai presenti, interrogata circa i fatti che non ricorda.
Queste le circostanze della finzione.

Il personaggio Grace è una donna dalla vita che potremmo eufemisticamente definire difficile. Sottoposta a violenze, abusi, sia fisici che psicologici, viene accusata di un crimine efferato. Grace non ricorda, potrebbe avere disturbi mentali, quasi certamente ne ha, oppure un blocco selettivo della memoria. Non si sa se sia colpevole o innocente, ma al di là dell’evento narrativo, che poi condizionerà il successivo finale, ciò che interessa è la riflessione profonda sulla condizione della donna. Che sì, in Alias Grace si riferisce alla società ottocentesca, ma che a me è parsa attuale.

Sarah Polley

Non citerò casi di cronaca recente, una parte dei quali riguarda anche certe dichiarazioni rilasciate da Polley stessa, a proposito degli abusi eretti a sistema nel mondo della produzione cinematografica,

– tra parentesi, perdonate l’excursus, Polley è tostissima. È una che per difendere le proprie idee, in gioventù s’è beccata una manganellata in faccia dalla Polizia che le ha fatto saltare due molari –

mi limiterò a citare, invece, le parole di Simon Jordan (Edward Holcroft), che in Alias Grace è il medico che interroga Grace tentando di farle recuperare la memoria perduta. Il dottor Jordan si interroga sull’ipnotismo:

Mi chiedo se esso dia la possibilità alle donne di dire ciò che pensano, di esprimere più audacemente i loro reali pensieri e sentimenti, e con termini più volgari di quelli che altrimenti userebbero

Queste le parole di Jordan, che è costantemente afflitto dalla duplice natura, sua e di Grace, di esseri sociali e sessuali. Lui, che vorrebbe averla sia come amante che come paziente, in una sorta di aspirazione di dominio frustrata dal ruolo che ricopre. Lei che incarna l’intera condizione femminile nella società coeva, costantemente messa alla prova, abusata, perfettamente collocata nel mondo, e tuttavia filtrata e vincolata da un sapiente giogo di vincoli morali e materiali. Una donna che può esprimersi liberamente, senza paura di essere giudicata (e quindi condannata, se è il caso), soltanto se dimostra di non essere completamente lei.

Il discorso libero di Grace è tollerato solo e soltanto in quanto frutto di vari media che ne hanno consentito la libertà espressiva:
– l’ipnosi
– il mesmerismo
– addirittura lo spiritismo, quando si ipotizza che il corpo di Grace sia diventato contenitore di uno spirito inquieto.

Margaret Atwood

E invece, a parlare – con termini più volgari – è stata solo Grace. È stata una donna.
È questo – incredibilmente – l’evento.
Una donna ha parlato e l’ha fatto di moto proprio, dicendo cose sconvenienti a una società costruita sull’apparenza e la strenua difesa dell’ordine costituito.
Proprio come oggi tante donne parlano e rivelano storie turpi capitate a loro stesse durante la loro carriera.
E, proprio come Grace, vengono trattate – anche e soprattutto – con ostilità.
La loro dignità che, io credo, viene negata, perché alle donne viene costantemente applicato un filtro, un velo, un’ipnosi, un mezzo che le trasfiguri e che le renda capaci di parlare, ma senza dar fastidio, senza sconvolgere, ché tanto è colpa dell’ipnosi, non sono loro a dire quelle cose.
Di modo che ciò che raccontano non sia mai solo e soltanto libera espressione di un libero essere, ma conseguenza di un mezzo estraneo. Ora come allora.

Si parla di libertà qui, di libertà delle donne, della mancanza di essa. E io trovo che quella scena di Alias Grace colga perfettamente il problema. Che, lungi dall’essere ottocentesco, è anche e soprattutto nostro.

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