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Il Vampiro di Carpenter

by Germano on 19/09/2017

E così, io e Alex parliamo delle stesse cose, da angolature diverse. Non per niente siamo la stessa persona, non si dice così?
Ok, Vampires.
John Carpenter.
Perché ci stavo pensando in questi giorni, molto prima di aver letto il post del mio amico (grazie al quale, per la cronaca, ho acquistato finalmente il romanzo, ndr).
Perché è comparso su Netflix.
E, come sempre, non ho potuto fare a meno di dargli una guardata.

E non perché sia appassionato o fan di questo film.
Il mio film preferito è un altro Carpenter.
Il fatto è che mi interessa, ormai a distanza di anni dalla prima volta che l’ho visto, Vampires, per un certo impiego del linguaggio narrativo.

Lo sappiamo: Carpenter, per tutta la vita, ha desiderato girare un western, ma non è mai riuscito a farlo. E forse questa è stata la sua salvezza.

E sappiamo anche il resto: di Vampire$ (di Steakley) in Vampires (di Carpenter) c’è poco e niente, alla regia doveva esserci un ex-videoclipparo (Russel Mulcahy, che personalmente amo per i suoi trascorsi sulle Highlands) e il protagonista doveva essere Dolph Lundgren.
Un universo parallelo dove si è svolto tutt’altro tipo di film. Magari anche bello, chissà.
Ah, e poi Steakley diceva che il film era troppo dialogato.
E meno male, visto che i dialoghi me li posso segnare sul palmo di una mano.

Allora, il western, dicevamo.
Carpenter ce lo vuole ricordare sempre, e nella sua impresa (non troppo titanica, in verità – a Carpenter se gli dai due soldi in mano ti tira fuori un film decente comunque) che fu girare Vampires in otto settimane scarse, ci racconta, per cominciare, il clima.

– ecco, oggi s’è persa la pazienza di guardare (o leggere) e capire. Viviamo in tempi grami.

Se si guarda con attenzione Carpenter, prendendo parte attiva al rifacimento da spettatore del film, ciò che Carpenter vuole mettere in scena è un messaggio apparentemente antitetico: ci mostra il caldo, il sole, l’aria bollente del New Mexico. E ancora gli odori (e gli afrori) dei protagonisti, Baldwin in special modo, unto e sudato quanto secco e asciutto, anche fisicamente, è James Woods.
Ma non solo, Sheryl Lee esce direttamente dalla prima dimensione di Twin Peaks per, a quanto pare dati gli ultimi sviluppi Lynchiani, interpretare Laura Palmer ovunque, dato che non muore mai e fa parte di una mitologia moderna dell’immaginario collettivo spruzzato di cultura pop. S’aggira confusa sulla propria identità e finisce col perderla.

Il vampiro e Laura Palmer

Riarrotolando la lingua: il sole cocente e i colori caldi del New Mexico, in contrapposizione con il freddo pallore dei vampiri, brutti, cattivi e selvaggi che predano a piacimento gli esseri umani, fattisi imprudenti per la sete di potere.
E, parlando di brutti odori, c’è pure una contrapposizione interessante tra gli odori dei vivi e dei morti. Puzzano tutti al caldo del deserto.
Tutti sono cattivi, o cinici, o pessimi, e questa negatività se la portano addosso.
Lo sappiamo, al cinema non si sentono gli odori. Ci hanno provato, ma proprio non ce la si fa, e allora le immagini devono parlare al posto del naso.

E Carpenter tutto questo ce lo dice con delle inquadrature mute che piazzano una sorta di Casa Marsten kinghiana (la casa iniziale, il nido dei vampiri) nel niente del deserto.
Non sono paesaggi ripresi perché faceva bello, ma per sottendere all’idea che di western si tratta, di deserto, di viaggiatore e del suo nemico/nemesi. Jack Crow è il pistolero senza nome, delinquente che serve la legge, legge che è solo un’autorità (ecclesiastica), una delle tante, e che offre solo un comodo salvacondotto.
Crow è il Ranger solitario, i vampiri sono il suo nemico e il nemico di tutti, di quella “brava gente” che non esiste, tra l’altro.

Perché se i monaci e la Chiesa sono fantocci simbolici che nulla possono, l’autorità disfunzionale che serve da contraltare e da mezzo a Jack Crow per esaltare le proprie virtù di anti-eroe, ciò che davvero manca è la gente. I passanti, i bottegai, il barbiere, il cassamortaro.
Il villaggio di questo western è completamente asservito al male. La gente comune c’è, ma non le è offerta alcuna redenzione, sono già stati tutti trasformati, come in Essi Vivono. Sono tutti zombie, o vampiri. Controllati.
Mancano persino i loro sguardi da dietro le tapparelle. Non hanno importanza, ciò che importa è la lotta di Crow e del suo antagonista Valek.

Che da quasi vent’anni resta lì, a difendere una creatura mitologico-narrativa che, liberatasi di mostrine e lustrini, forse sta recuperando quell’identità di perversione della natura umana, quella maleficità che va combattuta con ogni mezzo.
E dio sa quanto, oggi, la narrativa abbia bisogno di cattivi.

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