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Il problema d(e)i Superman

by Germano on 10/08/2012
Book and Negative
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Dicevo nel post precedente che Superman è IL personaggio. Difficile, inattuabile, sempre più impossibile da gestire senza che appaia posticcio, sorpassato, dalla morale stantia.
Un po’ di musica…
L’equivalente Marvel è Capitan America. Solo che il Cap dalla sua ha che i suoi poteri non spaccano. Sì, è forte e agile, ma niente che una bella bomba non possa distruggere. Però ha quella morale lì che, attenzione, non reputo sbagliata. Perché è a quel modo di vedere le cose che tutti noi ci rivolgiamo quando la situazione va in vacca.
Solo che, c’è un problema di attualizzazione. Il bravo ragazzo, difensore della giustizia, altruista, benefattore, che viene devastato da problemi reali, prima di tutto, da una relazione sentimentale che non può permettersi di avere. Be’… non fa più tanta scena. Manca di comunicazione, non arriva, per intenderci, perché troppo, troppo distante.
Queste riflessioni nascono dal trailer del nuovo film su Superman, Man of Steel, per la regia di Zack Snyder. Trailer che sembra cinema, e che pone l’attenzione sull’unico modo, forse, per narrare ancora una volta, le gesta di Kal-El, ovvero la maturazione, la consapevolezza della propria unicità e… la scelta. Ma sempre di una rimescolata si tratta….
Oggi ho riletto un po’ di cose sul personaggio Superman, creato nel 1932 da Jerry Siegel e Joe Shuster, alcune le ignoravo. Come il fatto che ad esempio, il primo Superman fosse stato un villain, o che il volo non fu una scelta degli autori, ma una richiesta della Fleischer Brothers, la casa che si apprestava a realizzare il cartoon, che ottenne di mutare l’iniziale abilità del salto (simile a Hulk) nella capacità di volare perché tale effetto sarebbe stato più semplice e efficace da realizzare nell’animazione.

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Per cui, Superman, come tanti altri personaggi oggi celeberrimi, fu un work in progress, creato in un certo modo e proseguito, anche per esigenze pratiche, con l’intento esplicito di evocare un simbolo, colorato, universale. Qualcosa che è piacevole disegnare e riprodurre anche esulando dal contesto fumettistico e narrativo. Direi un’icona della pop-art. Spettacolare se stampata su certe magliette…
Ho da poco rivisto il Superman del ’78 di Richard Donner e poi il remake/reboot del 2006 di Bryan Singer. Ebbene, lì si notano anche riferimenti espliciti, che da bambino non si ascoltano, alla deità del nostro Superman. Una divinità intesa in senso classico, ma che lavora a creare il simbolo, non bastasse la S sulla maglia.
E mi sembra, tra l’altro, che Singer abbia fatto un buon lavoro nel mettere in evidenza il distacco che sussiste tra Superman e gli esseri umani, a dispetto delle critiche ricevute dalla pellicola.
Che poi sarebbe l’unico modo di intenderlo, ovvero come un dio. Solo che la modernità non consentiva di inscenare il culto di Superman, al pari degli dei pagani, per cui s’è presentato fin da subito il conflitto del personaggio speciale alle prese con la quotidianità e il conseguente isolamento. Supereroe con superproblemi, anche se questa è un’altra storia…
Perché Superman si mostra al mondo in carne e ossa, con poteri sovrumani, certo, ma che non gli consentono l’onnipotenza.
È la sua stessa limitazione fisica a sottrargli la chance di divenire Dio. Eppure egli interviene per il bene dell’umanità, cimentandosi in ogni impresa possibile.
Come dicevo sopra: la scelta.

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Superman sceglie di diventare ciò che è, il protettore della Terra. Non si parla di destino, ma di scelta consapevole. Quindi in un certo senso Superman si sottrae alla visione classica, dell’eroe sottomesso al fato, per esercitare il libero arbitrio che è l’unica qualità che lo rende umano. Avrebbe potuto sottomettere tutta l’umanità, almeno in teoria, ma non lo fa.
Per il resto, è figura condannata a un eterno reboot, come il cinema ci sta dimostrando. Creare un personaggio invulnerabile, tranne che ai frammenti del suo pianeta natale, implica la negazione del progresso. Implica un eterno rimestare nelle stesse tematiche, implica l’impossibilità evolutiva.
Si era agli inizi degli anni ’90 e Superman, come molte testate classiche, era già in crisi. Restava solo una cosa da fare, ammazzarlo. Nacque come una battuta nella stanza delle idee, ma ebbe seguito. Doomsday è stato il primo fumetto di Superman che abbia letto, perché in Italia pensarono bene di ricominciare a pubblicarlo proprio con la sua morte, e il successivo smembramento in quattro simil-supermen.
Kal-El incontra la sua nemesi, forte quanto lui, Doomsday, e muore riuscendo a uccidere l’antagonista. Solo un dio può uccidere un dio.
Ma Superman non può atteggiarsi a dio, abbiamo visto, perché il mondo stesso non glielo consentirebbe. Anche quest’aspetto è arretrato, non fa parte dell’inconscio collettivo, della cultura dei popoli. Per cui la domanda è che senso ha, ancora, un personaggio del genere, e come rinverdirlo?
Parliamo di un benefattore per scelta che ha strutturato la propria moralità su quella di un piccolo villaggio del Kansas. Quindi nel modo più parziale.
Di un personaggio, perché questo è il lato più paradossale, che è causa stessa dei problemi che, dal momento della sua comparsa, affliggeranno il mondo. E che si batte per lo status quo, perché le cose restino come sono.
Dal punto di vista narrativo, inutile dire che sarebbe molto più affascinante una prospettiva apocalittica. E badate bene, non di distruzione totale, ma una scossa, un evento epocale che scuota le coscienze.
Superman, invece, appare sempre più un conservatore, un freno all’evoluzione, perché lui stesso incapace di evolvere se non, come abbiamo visto, con un’apocalisse: Doomsday.

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Come si può conciliare un personaggio così? E badate bene che ne parlo innanzitutto da fan. Mi piace Superman, mi sono piaciuti i fumetti che ho letto e tutti i film che ho visto. Ho provato a guardare persino Smallville, con esiti trascurabili.
Ma è soprattutto da narratore che mi pongo questa domanda. In special modo adesso che sto cercando di cimentarmi col tema supereroistico.
Anche noi piccoli blogger, abbiamo il nostro Superman, si chiama American Dream ed è una recente creazione di Alessandro Girola nel suo Due Minuti a Mezzanotte. Prima lui, poi io (in un accecnno), abbiamo provveduto a conferire a questa figura una sfumatura messianica. Sebbene la quotidianità delle telefonate alla sua ragazza e della vita contribuisca a smitizzarlo.
Devo ammettere di non aver letto come è stato interpretato AD dagli altri autori impegnati nel progetto. Per cui mi riferisco al personaggio base, così come risulta dall’ambientazione generale.
American Dream è un personaggio impossibile. Proprio come Superman. Perché è l’idea stessa del potere che tale figura emana a renderlo tale. A meno che… a meno che non lo si percepisca, e lo si faccia percepire al lettore, come un dio. Alienato dalla quotidianità che non può avere se non tra i suoi pari, e a causa della sua stessa natura, immutabile e poco propenso, quindi, all’elasticità mentale, almeno sul lungo periodo, a meno di un evento incoercibile.
Proprio così, siamo in un circolo vizioso. Quello in cui finiscono per cadere tutti i Superman. Voi che dite?

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