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Completamente libero (la storia di Christopher Knight)

by Germano on 21/03/2017

Christopher Knight ha deciso di entrare nel bosco all’età di vent’anni, per riemergerne ventisette anni dopo.
Non aveva alcuna abilità di sopravvivenza, né bagaglio, né strumenti a sostegno della sua impresa.
A suo dire, non aveva nemmeno motivazioni.
Proprio così.
È stato come partire per un weekend fuori porta.
Per un fine settimana di svago, di solito, ci si procura il minimo indispensabile, proprio perché non si ha un progetto a lungo termine e perché, restando in società, si ha la consapevolezza, in caso di bisogno, di chiedere e ottenere qualunque tipo di assistenza.
Il weekend di Christopher è durato un po’ più del previsto.

Ha ritirato il suo ultimo stipendio, è salito in auto, è passato davanti alla casa della sua famiglia senza fermarsi, “per dare loro un saluto”, e si è diretto a sud, verso i boschi del Maine, dove le strade, in una sorta di decivilizzazione programmata e progressiva, man mano passavano dall’essere asfaltate a sentieri in terra battuta, fino a timidi accenni di percorsi umani, là dove l’uomo non aveva avuto più bisogno di andare.

Oggi ci illudiamo di essere speciali, che tutte le nostre azioni abbiano un valore, un significato, che la nostra stessa esistenza abbia uno scopo ultimo.
Nessuna meraviglia, siamo educati a pensarla così, fa parte del nostro sistema di vita, della teoria dell’esistenza e, al massimo, quando pensiamo a andare contro corrente, pensiamo ai grandi miti del rock & roll ormai perduti, loro e i loro insegnamenti dirompenti, pensiamo a Jim Morrison, a John Lennon, e poi ci consoliamo perché noi siamo più vecchi, abbiamo superato i 27 anni, non siamo mai stati in galera e abbiamo il frigorifero pieno. Ci fa star bene.

L’accampamento di Christopher Knight, nel profondo dei boschi del Maine

Knight, invece, voleva tirarsi fuori dalla società senza un perché, se non un’esigenza intrinseca. Non è un dovere essere sempre rintracciabili, essere parte del sistema, rendere conto della propria vita. La libertà assoluta è l’autodeterminazione di decidere del proprio destino, evitando accuratamente che la scelta danneggi i nostri simili.
Ma non c’è filosofia, o illuminazione o incredibile saggezza, alle spalle. C’è solo la purezza dell’atto.
Nemmeno coraggio, forse, eccetto l’incoscienza di entrare nelle terre selvagge senza la minima preparazione. L’incoscienza che deriva dall’ignoranza dei vent’anni.
Ma questa non è una critica, è la realtà dei fatti. A vent’anni queste scelte si fanno.

In un ambiente ostile, senza bere, un essere umano non dura più di 4 o 5 giorni. Senza mangiare, non più di tre settimane. Nei boschi del Maine, andando sempre più verso sud, perdendosi volontariamente, di acqua se ne trova in abbondanza. Quel che scarseggia, pur essendo buoni cacciatori, anche se privi di equipaggiamento, è il cibo. La favoletta dell’uomo che vive dei frutti della terra va bene solo per pochi giorni, quei fortunati weekend all’anno in cui il clima, a quelle latitudini, permette ai cespugli di germogliare bacche succulente, che tuttavia non bastano nemmeno a reggersi in piedi.

E così, Knight, fedele al suo piano di escludersi totalmente dalla società, non lavorando, né barattando esperienza e mestiere con rifornimenti, viveva delle carogne rinvenute ai margini delle strade, animali investiti dalle auto, o ammazzati da madre natura.
Ma era un rimedio di breve durata, un po’ come frugare nella spazzatura. Si può sopravvivere, non vivere, così, per un quarto di secolo.

Questa non è la storia di un suicidio, quale può apparire l’idea di entrare in un bosco selvaggio senza la benché minima preparazione, al contrario, è un’intrinseca e incoercibile spinta verso la vita. Una vita diversa, che per una volta non coincidesse con un’identità, un profilo facebook, un numero di telefono, un conto in banca o un codice fiscale. Una vita altra.
E, perché quella vita potesse continuare, Knight decise di venire a patti con la sua coscienza, traformandosi in un ladro. Un predatore di risorse.

La zona in cui aveva stabilito la sua dimora, nel profondo dei boschi, contava, in un’area di svariate decine di chilomentri quadrati, circa un centinaio di baite e rifugi montani, abitazioni stagionali, spesso prese in affitto dai villeggianti.
Ora Knight si scopre perfettamente attrezzato per il compito che lo aspetta: egli mette a frutto la sua unica conoscenza, desunta dal suo unico impiego svolto nella società umana: aveva lavorato in un’azienda di sorveglianza elettronica.
Questo sapere lo rese perfetto: aspettava nel buio (“I like being in the dark”), acquattato dietro i cespugli, sorvegliando le abitazioni prese di mira. Per ore, o giorni.
Non appena gli inquilini uscivano, lui entrava e rubava tutto ciò che avrebbe potuto essergli utile. Cibo, soprattutto.

Non aveva altre ragioni, per farlo, se non continuare a esistere. Per cui, Knight non dava sfogo a risentimento verso gli altri esseri umani, a traumi o disagi profondi. Non ne aveva, non ne ha mai avuti. Egli raccoglieva, dalle abitazioni, quei frutti, così come ogni uomo avrebbe fatto dai cespugli della foresta.
La stessa Polizia, sulle sue tracce dati i ripetuti furti agli chalet, ammette che Knight ha mostrato un’abilità nello scasso e una pulizia di movimenti tale da aver raggiunto quasi la perfezione artistica. Un vero maestro dell’effrazione. Dell’invisibilità.

Ed è così, che, ventisette anni dopo, l’esilio volontario di Knight dalla società è terminato: con un paio di manette.
Una fine imposta, non voluta, mai nemmeno sognata.
La vita perfetta è finita. Si è trasformata in un libro.

Resta una domanda: come si può non impazzire, in ventisette anni di assoluta solitudine, durante i quali si è accuratamente evitato qualsiasi contatto con esemplari della propria specie, limitandosi a guardarli da lontano, avvolti nelle tenebre, come un predatore?
Ancora una volta, io credo che la risposta si celi al di là della distorta percezione che abbiamo di noi stessi.
La solitudine, il silenzio, acuiscono la percezione. Di ciò che è intorno a noi e di noi stessi, e a quel punto…
…”Una volta aumentata la consapevolezza di me, ho perso la mia identità. Non c’era pubblico, non c’erano spettatori davanti ai quali fingere. Non avevo bisogno di determinarmi, ero irrilevante. Non avevo neppure un nome. Mettendola sul romantico, ero completamente libero”.

Meraviglioso.

*

LINK UTILE:

theGuardian

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