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Cavour Cacciatore di Vampiri – Capitolo 6: Il Sovrano

by Germano on 17/01/2012
Book and Negative
Contents

Attenzione! La seguente è un’opera di fantasia dai contenuti violenti, inadatta ai minori di spirito.

4 Dicembre 1844

Germaine racconta di aver sognato uno strano apparecchio in grado di riprodurre i suoni. Porta alla bocca un cucchiaino di torta di noci. L’assapora, labbra serrate, sorridendo fin su gli zigomi. La fronte distesa.
Nella mia casa c’è profumo di agrumi e di dolci, sistemati con cura sul carrello, accanto al tavolo. Colori scuri, cioccolata, panna, ciliegie, paste bagnate col rum.
La legna del camino scoppietta. Una sera tranquilla, come ne ho vagheggiate tante, in tutti questi anni.
«Non sarebbe bello…» riprende, tracciando arabeschi invisibili con la punta del cucchiaino come fosse una bacchetta, «…poter ascoltare Sogno d’una Notte di Mezza Estate mentre ceniamo?»
Secondo lei occorre un cilindro di metallo inciso e una sorta di tuba, per portare la musica ovunque. Nel frattempo ci basta la memoria a sopperire al silenzio. Ci consola. Ho promesso che la porterò a teatro, se ci sarà l’occasione, a sentire la conclusione di quel Sogno iniziato nel ‘21. Mi domando se qualcuno abbia mai visto Mendelsshon alla luce del giorno, negli ultimi vent’anni…
Bussano alla porta di legno scuro. Attendo qualche istante, prima di dare il permesso. La fisso. Germaine annuisce.
Pietro entra silenzioso, vestito di scuro, col fucile in spalla. Il corno della polvere da sparo spicca affibbiato alla cintola.
Mi rivolgo di nuovo verso di lei.
«Non lo so ancora, ma si trova in città. Lo sento.»
«Tanto basta.» Mi faccio accosto, le do un bacio sulla fronte fredda. Mi restituisce un sorriso dolce.
Fuori, ci aspetta la notte di Torino, il cantiere Reale.

«Maledetto pazzo. Cavour, io credo che a volte vi divertiate a sfidarmi!»
Il vento frusta la fiamma della torcia, che si allunga e si disfa in effimere pagliuzze. La guardia che la impugna stringe con l’altra mano guantata i lembi del mantello nero sul petto, intirizzita. Lo sguardo passa dal suo Signore infuriato alla cosa sul lastricato, che giace tra frammenti di vetro e legno, la sua teca.
«Rispondetemi!» inveisce.
«Vi rifiutate di vedere.»
«Come osate!» urla. Si allontana di qualche passo, verso la cosa, sbuffando e tormentandosi i baffi ingrigiti. Le altre due guardie, dabbasso alla scalinata, in attesa vicino ai cavalli, si guardano in faccia dubbiose, scrutando parimenti i tronchi dei cipressi del viale, bui e immoti.
L’uomo sferra un calcio alla cosa. Essa si sbriciola, secca. «Questo potrebbe essere un altro gioco di prestigio. Avete mai pensato di intraprendere quella carriera? Il mago di corte? Questa è una fata, dite?» ride.
«Se credete sia un trucco, perché non mi avete permesso di portarla a palazzo?»
Scaccia con un gesto della mano la mia obiezione. «Avete già distrutto la vostra reputazione» riprende, «con le storie che vi vogliono protagonista in terra straniera, alle prese coi… démoni. Démoni, perdio! Storie che un giorno racconterò a mio figlio, se non vorrà dormire. E facendolo riderò di voi! E adesso ditemi come lo avete saputo!»
«A Torino porto riforme e denari; entrambi assicurano prestigio e potere. Se tanto vi preme l’indipendenza. Come ne sia venuto a conoscenza non importa.»
Soffoca un grugnito e stringe i pugni, le braccia stese lungo i fianchi.
Sollevo lo sguardo. Sul frontone della chiesa c’è scritto: Ordo populusque Taurinus ob adventum Regis.
«Li avete visti anche voi, i corpi, ne sono sicuro» aggiungo.
Si volta, ancora saggiando con la punta dello stivale tra i detriti. «Sì, li ho visti. E invero non posso credere a quello che dite.»
«Vorrà dire che lo farò io, per tutti e due.»
Si rigira, attraverso le pieghe del mantello scuro, scorgo il nastrino rosso e blu con le tre corone. «Che cosa vi serve?»
«Esaminare i progetti della rete fognaria. Occorre che nessuno ci veda, ci senta, o avverta il bisogno di fermarci. Dovete renderci invisibili.»
«Cosa diavolo vuole questo essere
«Non è interessata al potere, se è questo che vi preme sapere. Non al vostro, almeno.»
«E la cosa dovrebbe consolarmi, suppongo.»
«No. Non credo proprio.»

***

6 Dicembre 1835

«Mathieu, vi dispiacerebbe confermare la natura di questo liquido portentoso?»
L’uomo, seduto su uno sgabello, preme il fazzoletto bianco chiazzato di rosso sulla fronte, il viso distorto dal dolore, gli occhi spalancati.
Pietro, alle spalle, infilza la fatina rimasta sulla lastra di marmo con un forchettone, poi lo posa sul bordo e lo tira via facendolo scorrere. La creatura cade nel liquido chiaro, dentro la boccia, adagiandosi sul fondo e poi risalendo. Ruota su se stessa lenta, fin quando non si assesta.
«Avete chiamato un medico! La notizia non può essere diffu…» comincia Mathieu, subito interrotto da Pietro, che gli assesta un pugno nelle reni. Il francese si irrigidisce, mordendo il labbro inferiore e cadendo di lato per terra.
Mi alzo, giro intorno al tavolo e mi accovaccio accanto a lui. «E a chi credete che arriverà, la notizia?»
Mathieu, faccia a terra, sudato, mi guarda con un occhio solo.
«Arriverà a voi, a qualunque organizzazione, o loggia facciate parte. Perciò stiamo solo risparmiando tempo, ne convenite?»
Mi rialzo e torno a sedere. Faccio un cenno a Pietro. Lo afferra dalle braccia, lo solleva e lo costringe seduto di nuovo sullo sgabello. Poi raccoglie il fazzoletto finito a terra e glielo appoggia sulla fronte, spingendogli la testa all’indietro, seguito dalle proteste di quello.
«Dunque?»
«È-è una scoperta r-recente» balbetta. «Il liquido è in grado di conservare i tessuti per lunghissimo tempo arrestando la putrefazione.»
«Per quanto tempo?»
«G-giorni, settimane…» Tossisce.
Annuisco. «Sapete cosa penso? Penso che voi sappiate con chi abbiamo a che fare. Penso che abbiate anche il potere di fermarlo, qualunque cosa sia, e che non vogliate farlo.»
«I-il potere fa gola a molti, Cavour. L’immortalità è a portata di mano. Voi non la vorreste? Non vorreste vivere per sempre? La sprechereste per vendicare chi? Una puttana morta?» ridacchia, aggrottando la fronte per la sofferenza.
«Cos’è quella creatura? Chi l’ha generata? E perché non mi ha ammazzato, quella notte?»
Non risponde.
Faccio un segnale a Pietro. Lo colpisce di nuovo, sempre ai reni. Una, due, tre volte… continua anche quando è a terra.

In giardino, al crepuscolo. I grilli iniziano a cantare. Germaine è ancora molto debole. Mi sfilo la collana col crocifisso d’argento e gliela sistemo intorno al collo. Scosto la fasciatura ed esamino le due piccole ferite, ancor suppuranti. Rimetto la fascia e torno a sedere.
Lei mi guarda. «Mi dispiace.» sussurra.
Mi sporgo, allungando una mano per prendere la sua. Gliela stringo.
I domestici hanno finito di caricare il suo bagaglio in carrozza.

Pagina del Risorgimento di Tenebra e capitoli precedenti, QUI

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