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Anche l’autore indossa una maschera?

by Germano on 05/02/2016
Book and Negative
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Parliamo di maschere. Ad esempio quelle dei supereroi, del perché si trova utile e/o intrigante fornire al protagonista una maschera e una doppia identità.
Ribaltiamo però la questione.
Non consideriamo il personaggio, ma l’autore.
Voi, da autori, indossate una maschera?

Animated Illustrations by Nancy Liang

Animated Illustrations by Nancy Liang

E non mi riferisco a un alias, a uno pseudonimo, a un nom de plume… ma alla maschera.
Chiariamo: certo, anche uno pseudonimo è una maschera. Quando l’autore ricorre a uno pseudonimo lo fa, esattamente come per i personaggi mascherati di cui scrive, per proteggere la sua identità. Per svariate ragioni.
Perché non conviene comparire in copertina col suo nome.
Perché si sta cimentando in un genere diverso dal solito, magari erotico, e non vuole che questa produzione venga in alcun modo associata alla sua maggiore e (forse) più importante.
Perché, da esordiente, il suo brutto, BRUTTISSIMO nome può inficiare il marketing e fargli vendere meno copie di quanto la sua bella, BELLISSIMA storia, da sola, può fare (vi dice niente Baldacci/Ford? E che il suo nome vero fosse brutto – e la storia bella – l’aveva deciso il suo editore, mica io).
Perché si sente insicuro, e quindi non vuole rischiare di usare il suo vero nome e sputtanarsi pubblicando qualcosa di osceno.
Insomma, di ragioni ce ne sono tante.

Ma il ragionamento che vi invito a fare è più sottile.
Parliamo di scelte, e quindi di maschere.
Ecco, pensate a King, e a quanto il suo nome sia stato associato all’horror. Senza voler fare una tesi e riassumendo molto, moltissimo la sua produzione, King è associato a sangue, mostri, squartamenti e orrori assortiti.
Indossa, suo malgrado, una maschera: quella di chi ha a che fare col torbido. Il Re dell’Horror.

Il tipico argomento da cena in società

Il tipico argomento da cena in società

Ecco, voi autori di narrativa, quando avete avuto coscienza di sentirvi tali, avrete sviluppato senza dubbio un’attrazione irresistibile verso una terra lontana… verso un tipo di storie e di atmosfere. E, se scrivete da anni, di sicuro la vostra produzione letteraria è influenzata dalla vostre preferenze.
Preferenze e gusti che, magari, non esternate, perché di difficile tolleranza sociale.
Noi rifiutiamo, certo, gli stereotipi della stampa che ci vogliono assassini solo perché giochiamo a GTA V.

Eppure, quando ci sediamo al PC e iniziamo a scrivere, tiriamo fuori argomenti che:

a) nulla hanno a che vedere col nostro quotidiano
b) ci fanno sognare
c) ci fanno persino paura
d) disgustano i comuni mortali

Ma amiamo scriverne.
Qualche romantico lo definirebbe esorcizzare i demoni interiori.
Ma anche no.
Lasciamo stare i demoni, che non hanno niente a che fare con la narrativa, e il romanticismo a chi non scrive mai, ma sogna di farlo in eterno. Persone tristi.
Qua si tratta di sporca narrativa d’intrattenimento, baby. E il punto è che la scriviamo. Sempre.
Indossando una maschera.
Scriveremo di pirati spaziali.
Di alieni che fumano cristalli.
Di spaventapasseri posseduti da antichi demoni.

Le insidie dello scrivere (artworl by Will Murai)

Le insidie dello scrivere (artworl by Will Murai)

Chi siamo davvero, quando scriviamo?
E perché ci seducono certi temi?

Ecco, la nostra maschera.

Io, io scrivo sempre di una realtà simile alla nostra, ma sporca, decadente e corrotta. Scrivo di personaggi femminili forti e indipendenti, che preferiscono farsi spezzare le ossa piuttosto che farsi aiutare. Di uomini sfatti, disillusi, malati. Di intelligenze artificiali sotto forma di cyborg. Di scontri violenti, sangue. Di apocalissi.
Qualcuno mi definirebbe misantropo, pessimista e asociale. O folle e contorto (cit.).
Invece, è solo la mia maschera.

Sul perché abbia deciso di indossare proprio questa… be’, credo sia come le missioni, non te la scegli, la tua, ti viene data.
Ma non chiediamoci mai da chi.
È una cosa che non ci piacerebbe scoprire.

E infine, può sempre essere vero il contrario. La maschera magari la indossiamo nella vita di tutti i giorni. E la togliamo solo alla tastiera.

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