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Una passeggiata nella casa del diavolo

by Germano on 24/04/2014
Book and Negative
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Auspicando che Ti West si riveli in crescendo, per quanto riguarda il genere cinematografico a cui ha scelto di dedicarsi, l’horror, e che soprattutto non si riveli una causa persa, come tanti giovani registi, in questo articolo scelgo di soffermarmi su un aspetto particolare di The House of the Devil: la sua struttura narrativa.
Per i neofiti di questo blog ricordo che sì, applico un’interpretazione strutturale, con elementi presi dalla teoria letteraria, al cinema, perché lo considero, al di là dell’impianto tecnico e corale che va a comporre i film, mezzo di narrazione, e come tale soggetto a schemi precisi.
Nulla è improvvisazione nel cinema, come nulla dovrebbe essere in letteratura. Specie se, come nel primo caso, in ballo ci sono milioni di dollari.
Ti West è un regista che mi piace molto, piace anche alla mia collega e amica Lucia. Piace perché gli invidio la giovane età (ha quattro anni meno di me), e la padronanza della struttura.
The House of the Devil è ricostruzione storica (e tecnica) degli Anni Ottanta, spesso ingiustamente accusato di lentezza. E presenta una struttura a stanze, o a scatole cinesi.
E sì, è ambientato, per l’ottanta percento della durata, in una casa. Quindi, oltre alle stanze figurative e strutturali abbiamo a che fare con vere stanze che, a poco a poco, ci rivelano tasselli del mosaico che il narratore sta andando a comporre:

a) la protagonista innocente
b) il luogo sconosciuto
c) l’evento incoercibile
d) il mistero
e) il sacrificio
f) la rivelazione
g) lo scontro manicheo
h) il sacrificio volontario

Niente male, per un film di circa novanta minuti.
Ma vediamoli in dettaglio.

*

Ti West, credo anche per ristrettezze di budget (ci si sforzò, all’epoca, per far rientrare le spese sotto il milione di dollari), sceglie di essere (quasi) sempre accanto alla protagonista Samantha (Jocelin Donahue), nel quotidiano.

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La protagonista innocente

Ed è proprio la dimensione quotidiana che, credo, risulti più indigesta alla maggior parte del pubblico distratto, o meglio disabituato al gusto dell’attesa e a stringere familiarità con un personaggio che, nell’horror in generale, è quasi sempre soltanto strumento (meglio veicolo) del presunto (e prevedibile) orrore che vuole/deve scatenarsi entro un tempo limite.
L’insistere nel descrivere Samantha attraverso azioni banali, quali mangiare uno snack, riposare sdraiata, bere dalla borraccia e, soprattutto, ascoltare musica dal mangianastri è spiazzante perché ormai raro.
Samantha è creatura innocente perché scevra da interazioni con l’altro sesso (verso il quale lei ipotizza soltanto di risultare attraente) e perché angustiata, in questo frangente, da preoccupazioni materiali: il denaro, del quale è alla disperata ricerca, pur serbando una certa virtù nel tentare di acquisirlo (infatti cerca lavoro, non si prostituisce; anzi, tale eventualità non è nemmeno presa in considerazione).

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Il luogo sconosciuto

E tuttavia, avendo seminato indizi circa la natura inquietante dell’ambiente che circonda Samantha, Ti West ci conduce nella selva oscura. Un luogo in cui, per definizione, ci si deve perdere.
Ritengo estremante efficace sia la scenografia che il modo in cui la casa (del diavolo) ci viene mostrata. E non è soltanto una questione di luci e ombre, che pure impreziosiscono l’ambiente, definendolo (per quanto possibile) nella sua natura ineffabile. È la scelta di inquadrarlo in maniera tale da far intuire gli spazi (sappiamo ad esempio che c’è una cantina e una soffitta), ma da renderne difficile la raffigurazione mentale. Il risultato è che appare davvero ostico riuscire a orientarsi in un territorio che, essendo già ignoto, sembra addirittura alieno come, per l’appunto, un bosco sconosciuto. In quella casa, che contiene anfratti che celano orrori (la stanza del pentacolo con le vittime di un precedente sacrificio) rivelati soltanto allo spettatore, ma tenuti segrete alla protagonista. Una sorta di narrazione onnisciente.

L’evento incoercibile

È rappresentato dall’eclissi di luna. È il fatto esterno, che fa da cornice naturale. Dovunque si svolga questa storia, dà l’idea che il mondo esterno esista, con tutte le sue complicazioni e i suoi ritmi, pur servendo a isolare ancora di più Samantha, in quella casa.

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Il mistero

Sottende alla natura stessa dei sedicenti inquilini della strana dimora (che poi si riveleranno meri usurpatori dell’armonia familiare di chi li ha preceduti, i veri proprietari). Mistero negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, nelle richieste che fanno a Samantha che, come da manuale nei riti satanici, deve essere strumento inconsapevole di una forza superiore, privata dell’identità, quindi del tutto all’oscuro di ciò che sta per succederle e che la vede protagonista oggettivata, passiva.

Il sacrificio

È il culmine dell’oggettivazione, la privazione dell’identità di Samantha e il conferimento, alla protagonista, di un nuovo status, da creatura senziente che si muove e esplora e tenta di dare un significato alla casa in cui si trova e ai brandelli di informazioni che le sono stati concessi, a oggetto sacrificale. Per di più reso incosciente tramite la somministrazione di droghe.
Samantha, almeno nelle intenzioni di chi la sta manipolando, è diventata veicolo del nume, una predestinazione imposta, trattandosi, come detto, di rituale satanico, che quindi procede con logica inversa, in spregio alla divinità.

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La rivelazione

Ci viene concessa nello stesso momento del risveglio di Samantha che si trova legata, disposta sopra un pentacolo tracciato sul pavimento della soffitta, centro di un rituale già in atto.
A questo punto, l’imprevisto è che Samantha riacquisisce identità e controllo sulle proprie azioni, in una parola, la volontà. Diviene di nuovo spettatore attivo e attribuisce all’eclissi, che lei vede fuggendo dalla casa, ruolo determinante, per quanto assurdo, in ciò che le sta accadendo.

Lo scontro manicheo

Bene e Male, l’innocenza (deturpata) di Samantha (e la sua rinnovata volontà) contro coloro che volevano farne un mero strumento carnale, gli adoratori di Satana (che, d’altra parte, risultano semplici strumenti anche loro, avendo da tempo perso la capacità di agire per se stessi, e limitandosi a compiere azioni per conto di una volontà superiore, un nume).

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Il sacrificio volontario

Momento importantissimo, in cui Samantha, pur rendendosi conto di non poter fuggire o cambiare in alcun modo la situazione, si riappropria violentemente della sua identità e sceglie di sottrarsi agli eventi (in maniera traumativa e definitiva).

*

Ogni stanza conduce a un’evoluzione, secondo un ritmo e uno schema fisso. L’evoluzione appartiene solo ed esclusivamente a Samantha, in un classico scontro di libertà: la libertà di Samantha di determinare se stessa e di decidere del proprio futuro viene compromessa dalla libertà dei satanisti di privare la prima della identità, di oggettivizzarla.
Quindi la trama ricopre un arco di tempo ristretto e ci mostra uno spaccato di esistenza, decorandolo, oltre che con la luce, con la ipercromia del sangue, che accende di rosso lo schermo. Sangue che, d’altro canto, è simbolo ambivalente per eccellenza, di vita e di morte.

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