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How I Live Now [recensione]

by Germano on 14/11/2013
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SaoirseRonan_How I Live Now

Appena ho visto il trailer ho pensato a una fastidiosa analogia con uno dei miei, sì diciamolo pure, film prediletti, Alba Rossa.
Impossibile non farvi riferimento quando il soggetto è un gruppo di adolescenti in un contesto di guerra. E poi la protagonista è Saoirse Ronan, che è una giovane attrice, la cui carriera mi interessa, specie dopo aver visto e apprezzato Byzantium.
Però, How I Live Now, per la regia di Kevin MacDonald, è tratto dall’omonimo romanzo di Meg Rosoff, genere Young-Adult. E qui si comincia a scivolare nel dubbio.


Che non è pregiudizievole della giovane età dei protagonisti. Visto che, proprio Alba Rossa, ma anche Stand By Me, per citarne solo due, s’accentrano su personaggi giovani e giovanissimi, e riescono a costruire un’analisi intrigante e memorabile della maturazione suscitata dall’entrare in contatto con eventi traumatici.
In sostanza, il percorso dalla (pre)adolescenza all’età adulta scaturisce dal contesto avverso, che può essere una Terza Guerra Mondiale, oppure la vista di un cadavere, essendo partiti volontariamente alla ricerca di quest’ultimo.
Anche in How I Live it Now c’è una Terza Guerra Mondiale. Anche qui i protagonisti sono pre/adolescenti.
Però. la storia è stata concepita per quel genere letterario. E si vede. Ed è la sua grandissima debolezza.

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Saoirse Ronan è Daisy, una ragazza che viene spedita dalla matrigna dagli States, dove abita, alla campagna inglese, dove spirano venti di guerra. E già questo la dice lunga sulla saggezza dei protagonisti, o forse la matrigna sperava di liberarsi della figliastra.
In ogni caso, mentre Daisy s’intrattiene in una piacevole parentesi campestre coi cuginetti, tra cui Eddie, falco sul braccio e aria da bel tenebroso, scoppia un ordigno nucleare in quel di Londra. La guerra è arrivata.

Parlavo di debolezza. Perché, pur riservando il giusto cinismo derivante dal contesto bellico, la storia appare infarcita della classicissima retorica dei sentimenti, marchio di fabbrica di questa letteratura. Che è, per come è stata costruita, talmente artificiale, talmente manieristica, da risultare rivoltante.
Non mi oppongo al sentimento nato tra due ragazzi. Ribadisco, il punto debole di How I Live Now non è nella giovane età dei protagonisti, ma nella stupida ossessione/convinzione, da parte degli autori adulti, che all’adolescenza debba corrispondere necessariamente un certo tipo di esperienze romantiche precostituite, che l’amore debba essere visto e vissuto in un certo modo, quasi sempre disperato e senza un briciolo di dubbio, cosa che stride fortemente con il dubbio costante che assale, ci ha assalito tutti, in quei momenti. In pratica, una gigantesca sega mentale creata da persone adulte mai cresciute, a mio avviso. Sì, sono cattivissimo.
Il che porta, come conseguenza ineluttabile, a innestare eventi innaturalmente zuccherosi in una trama che, fortunamente, quando si tratta di entrare in contatto con lo scenario bellico, non risparmia scelte coerentemente ciniche.

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Ma non è solo il sentimento forzato, a esacerbare: nell’ora e quaranta di durata, periodi essenziali alla costruzione, e dell’intreccio e dei personaggi, vengono inspiegabilmente girati alla velocità della luce, tanto che la “prigionia” scontata da Daisy e dalla cuginetta (in realtà messi ai lavori obbligatori dagli inglesi) si riduce a bere acqua decontaminata con l’alca-seltzer, andare per i campi a raccogliere patate e pomodori, tornare a casa e lavarsi le mani e cenare tutte le sere. Solo carote bollite e patate e prosciutto in scatola! Ovvove!
Giuro, gli orrori della guerra, gli stenti diventano raccogliere pomodori. E patate. Se fossi poco più cinico di quanto già sia, penserei che sia una sorta di metafora che sconsiglia, quale onta sociale, andare a lavorare nei campi, a una ragazza bionda e di buona famiglia. Ma vabbé, lasciamo stare.
Quindi la “prigionia” (virgolette d’obbligo) è sciocca e ridicola. Persino offensiva rispetto a quegli sfortunati che l’hanno subita sul serio, la guerra. Una delle tante.
Però alla raccolta delle patate si susseguono scene al contrario molto, molto belle: la pioggia di cenere, varie scene di violenza gestite in maniera lucida e razionale (cosa che in effetti in robe young-adult è merce rarissima) e poi una freddezza nel gestire il destino dei personaggi (mi riferisco alla scena del campo abbandonato), quasi nessuno trattato coi guanti bianchi, che sorprende.
Per cui si arriva a dieci minuti dalla fine convinti di aver assistito a un buono spettacolo, nonostante la melassa sentimentale e i cinguettii dei passeri. E le patate. Perché Saoirse Ronan è brava, perché le scene spietate ci sono, perché le decisioni prese sono coerenti, sembra quasi un capolavoro.
Una ragazza e una bambina che si trovano in mezzo a una guerra, le sgusciano accanto e maturano, attraversando una serie di disillusioni cocenti, come una scarica di mitra.

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Ma poi, a dieci minuti dalla fine, la catastrofe. Perché la melassa iniziale, che ha minacciato la tenuta strutturale del film e che sembrava essere stata accantonata dalla presenza scenica e devastante della guerra, secondo quell’ubi maior minor cessat sacrosanto, ritorna prepotentemente, tracima e travolge tutto con un lieto fine davvero, davvero stupido e consolatorio. Tipico di chi non ha il coraggio di mantenere la coerenza fino all’ultimo, tipico dell’immaturità di chi non accetta che, di fronte a un contesto del genere, le nostre vite, ciò che ci rende individui, non contano più un cazzo, e che quindi i nostri desideri, con ogni probabilità, sono e devono restare speranze vuote, perché siamo impotenti di fronte a tali eventi macroscopici.
Ricordate il finale di Alba Rossa? Una pietra tombale con dei nomi incisi sopra.
Il finale di Stand by Me, un ritorno a casa amarissimo e malinconico, con la consapevolezza che quella uscita sarebbe stata l’ultima, che quell’amicizia sarebbe finita.
Qui invece si chiude con baci e abbracci, e la promessa stolida che qualunque trauma possiate subire, esso si superi, nonostante i lutti, con la forza dell’ammmore. Che è anche vero, per carità, ma è rarissimo. E qui è rappresentato alla cetichella.
Questa non è maturazione, questo è andare a nascondersi sotto il letto alla vista del problema, qualunque problema. Questo è il contrario di crescere.
Peccato.

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E questa è la canzone udita nel trailer, ché so che la state cercando.

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