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La poetica dell’alba rossa

by Germano on 05/12/2011
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Giorni febbrili. Le idee s’accavallano in fretta. Faccio da giudice per un nuovo concorso letterario, lo sapete. L’altro giorno, Alex scriveva, parlando di me e delle mie esigenze narrative, che apprezzo la poetica dell’apocalisse. Non sbagliava e, citando Lucia, che a sua volta cita qualcun altro, qualcuno che sapeva il fatto suo, dico che l’apocalisse è dolcezza e orrore in una sola musica.
Tutto qua. Non so se vi sembra poco. O tanto.
La fine del mondo è argomento sul quale non si scherza. E, badate, non per le solite motivazioni vuote, retorica anche a parlarne, dobbiamo stare uniti, perpetrare la specie, amarci e volemose bene e bla bla bla. L’apocalisse narrativa è dramma, per cominciare, tragedia sì, che assume su di sé i caratteri di rivalsa e sacrificio, ed è anche uno scenario infinito, che davvero arricchisce e nobilita.
Per cui, attenti a parlare di apocalisse. E attentissimi a non smerdarla.
Ma non sono qui per parlare, per l’ennesima volta, del Survival Blog e delle peripezie che hanno visto la nascita del mio e di tanti altri eBook.
L’altra sera, invece, guardando pessima sci-fi, e sempre pensando all’eBook che verrà, ho ricordato Alba Rossa di Milius. L’ho preso dalla mia videoteca e l’ho rivisto scoprendone, per la prima volta, la poetica, quell’epica apocalittica a me carissima, capace di distruggere il confine del verosimile, di commuovere, di generare arte.

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Partendo dal finale, che commemora i Caduti della Terza Guerra Mondiale, ragazzi che sono diventati partigiani e hanno combattuto senza tregua e senza un obiettivo preciso, subito è chiaro il fondamento su cui tale costrutto si regge: non importano i singoli superstiti, non importano neppure i nomi dei caduti, importano le idee immortali.
Nella mia vecchia recensione, che non ho riletto a dire il vero, giudicavo poco verosimile che un gruppo di liceali potesse diventare spina nel fianco dell’esercito cubano-sovietico, tenerli in scacco e far sputar loro sangue. Ora, a essere sinceri, non importa più.
Senza riflettere, senza crogiolarmi nella ricerca dell’errore a tutti i costi, ho ascoltato Milius, trovando la sua voce magnifica.
Quasi un romanzo di formazione, questo grandissimo film.
E prima di continuare, vorrei sottolineare come Alba Rossa detenga un misero 6, come votazione su IMDb. Guerra, nemici veri e apocalisse spaventano gli sciocchi.
Questa, d’altronde, è epoca di ipercorrettismo, anche politico. Film stupendi come questo non hanno ragione di essere, ma per fortuna molti di noi serbano gelosamente la loro copia. La memoria non ce la toglieranno mai.

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Formazione, dicevo. Passare, nell’arco di una mattina, dai banchi di scuola, mentre si ascolta una lezione su Gengis Khan (passione di Milius) a combattere una guerra per la propria sopravvivenza, diventare adulti nel giro di mezza giornata, imparare a essere corretti, coraggiosi, a rispettare le donne e, per queste ultime, combattere ed essere spietate, come e più dei loro compagni. Guardare ai nemici non come uomini, ma come divise, semplici numeri. Osservare le esplosioni, le cui nubi infuocate svettano laggiù, contro l’orizzonte, in quel momento donando un senso di falsa sicurezza, e di angoscia, sapendo che le persone amate sono proprio lì sotto, nel fuoco e nella disperazione.
Quel com’è cambiata la nostra vita, sussurrato da Erica (Lea Thompson) davanti al falò è privato della retorica, perché non accompagnato da piagnistei, ma da stoica accettazione.
Regia granitica, quella di Milius, che raggiunge l’apice nell’amore isterico tra Erica e il Colonnello Tanner fatto di cosa, in un mondo devastato, se non di sguardi fugaci, timidezze o incredulità?
Trasformazione, quindi, per questo gruppo di ragazzi, da esseri umani sociali a sopravvissuti, con tutte le responsabilità e quel senso di liberazione dai vincoli morali che ne deriva.

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E siamo d’accordo, si tratta di guerra, non di apocalisse radioattiva o batteriologica, eppure, nel microcosmo segnato dalla zona occupata, la Resistenza agisce in uno scenario simile, capace di smuovere l’animo, portarlo ai limiti estremi, di distruggere ogni certezza radicata da secoli di vita sociale. È strano come, da autore, ma anche soprattutto da essere umano, sia affascinato da tale cornice. Indispensabile è, senza dubbio, lo shock culturale che ne deriva e, come ho già detto, la liberazione dalle catene.
Si tratta di stabilire un modus vivendi completamente nuovo, inedito, di assumersi responsabilità sconosciute, ma non per questo meno gravi rispetto alle solite cui siamo abituati. Si tratta di fare delle scelte, ancora una volta detto senza alcuna retorica.
Arriva la scena del traditore, quando i Wolverine scoprono di avere una spia, che credevano un amico, tra le loro fila. Si tratta di decidere se diventare carnefici, condannando il colpevole, piuttosto che restare semplici superstiti. Di macchiarsi le mani. Milius lo risolve con un grandangolo, pochi individui, oltre i due da fucilare con sullo sfondo un panorama pianeggiante, contro un cielo pulito, inquadrato dal basso. Ebbene, mi sovviene l’immensità libera del Nuovo Mondo, quello che si apre dinnanzi a chi ha resistito fino alla fine e anche oltre.
Pochi individui che giungono alla resa dei conti. Il mondo che resta è molto più grande di loro, e li considera a stento, tanto sono piccoli.
In fondo, è questa, la poetica dell’apocalisse, per me. Piccoli pensieri di pochi superstiti, in una terra che nemmeno li vede più.

Immagine dell’alba presa QUI

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