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Centurion (2010)

by Germano on 16/08/2010
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Roma, ultima frontiera. Non nego di subire, come tutti, una certa fascinazione per la Roma imperiale. Sempre bello intraprendere un viaggetto disimpegnato, tutto azione, nella terra degli Scoti, dei Pitti, quelli che se ne andavano in giro col volto pittato di blu e che, “inutili” e caparbi, finirono con l’essere “chiusi fuori” dell’impero romano dal Vallo Adriano. Perché perdere tempo e risorse con gente dipinta? Meglio tirare su un bel muro.
Un pragmatismo che ho sempre trovato adorabile. Il muro, dal suo canto,  ha contribuito a generare storie e leggende…
Allo stesso modo trovo stupefacenti i reperti che da quelle zone, del vallo, vengono restituiti alla luce da recenti scavi. Oggettistica a parte, è la corrispondenza la chiave per comprendere bene quale poteva essere la vita sul confine estremo della romanità. Un confine labile, incerto e pericoloso.
Anche a voler solo privilegiare il lato action, mi sono detto, deve venir fuori qualcosa di bello.
Poi, diciamoci la verità, io spero sempre che sia Neil Marshall a venir fuori. Che faccia finalmente quel salto di qualità che gli manca. Per il momento, infatti, dopo qualche episodio frettoloso e carico di attesa, non è che abbia fatto cose memorabili. Con questo Centurion stenta, tentenna e, laddove potrebbe e dovrebbe esagerare e fugare ogni dubbio, rallenta e si blocca rifugiandosi nel bieco stereotipo. Talmente bieco e pulito che ti smonta. Pulito come i capelli della strega Imogen Poots, quella di “28 Settimane dopo”. Ma andiamo con ordine.

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I governatori romani sono scemi, ma anche i generali non scherzano

[OK, c’è qualche anticipazione]

117 d. C.
Vita di confine per la IX legione, comandata da un generale carismatico chiamato Virilus (Dominic West), a sua volta agli ordini di un insoddisfatto e imbecille governatore provinciale, Agricola, che più di ogni altra cosa desidera tornarsene a Roma. I Pitti, la popolazione barbara che vive al nord, hanno dato il via, grazie all’abilità del loro re Gorlacon, ad una guerriglia di logoramento, composta di attacchi “mordi e fuggi”, che ha colto impreparate le possenti legioni allenate, piuttosto, alle battaglie campali.
In seguito all’ultimo attacco ai danni di un avamposto fortificato romano, Agricola sguinzaglia la Nona in una operazione di rastrellamento e susseguente annientamento della minaccia pitta. La parola d’ordine è: “Vincere! E vinceremo!”.
Peccato che, a fare da guida in territorio nemico, ci sia proprio una guerriera pitta, Etain (Olga Kurylenko), non si sa come al servizio di Roma. E che solo un governatore romano imbecille e un ancor più imbecille generale romano la utilizzerebbero in tal senso.
Scelta quanto mai opportuna per favorire tradimenti e far annientare la mini-legione [be’, proprio un legione intera non è, ndr].
Quintus Dias (Michael Fassbender) e altri 6 legionari sono gli unici superstiti del massacro della Nona, oltre al generale Virilus che però è finito in mano nemica a godere di un soggiorno tra i pitti a base di umiliazioni e torture quotidiane.
L’onore e il dovere impongono al manipolo di superstiti di salvare il generale.
Raggiunto l’obiettivo, ovvero Virilus, in catene, la situazione si complica. I nostri si rendono responsabili di un atto che gli vale la vendetta dei Pitti. Gorlacon sguinzaglia alle loro calcagna Etain che, votandosi al successo oppure alla morte, li insegue in quella che si è trasformata in una caccia all’uomo.

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Battaglie. Più o meno

Ennesima variante dell’Anabasi. Il viaggio, il combattimento, la fuga, l’inseguimento, il ritorno. Tale intreccio, lineare se sostenuto da buoni personaggi, è sempre intrigante.
Superata la fase [talmente stantìa da essere ormai in putrefazione] dei romani cattivi invasori che meritano la morte e quella dei politici corrotti contro militari tosti e duri ma pieni di onore e fedeltà per quell’ideale di civiltà che è Roma, dopo la battaglia campale che, a dire il vero, non è girata granché bene e rammenta purtroppo altre battaglie ben più celebri e riuscite, una fra tutte quella de “L’Ultimo dei Mohicani”, quando la guarnigione inglese subisce l’attacco degli Uroni e anche, com’è naturale, “Il Gladiatore”, superate queste due, dicevo, si forma il gruppuscolo di guerrieri e… sembra ci si possa divertire. I sette sono bene amalgamati, tra di loro un vecchio legionario, Brick (Liam Cunningham), un cuoco e un atleta numida, un maratoneta, prestato alla guerra. Questi corrono tra i boschi scozzesi come lupi, per una missione lampo che presagisce violenze e combattimenti da mandare in estasi.

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Olga

E c’è Olga. Lo sappiamo chi è e cosa ha interpretato. Ma soprattutto sappiamo com’è.
Insomma, la conosciamo: io la conosco.
Difficile da dimenticare…
In versione “guerriera cacciatrice muta e dipinta” è pure meglio.
Certo, il pignolo di turno potrebbe a questo punto domandarsi dov’è l’approfondimento psicologico. Dov’è l’accuratezza storica? Dov’è il realismo? Eh, già. Il realismo, tralasciando il resto, è importante, anche quando ci si aspetta di vedere solo mazzate & sangue, non un documentario di Quark.

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La capanna della zia Imogen

I magnifici sette si muovono in una Scozia neutra, come il sapone per pelli delicate. E in questo mi ricollego a quanto scritto all’inizio su Neil Marshall: la regia ha perso i denti e non riesce a mordere. Neanche i combattimenti sono memorabili. Quando può spiazzare con una sospirata ultra-violenza, attraverso scontri mortali che avrebbero tranciato di netto la durata del film, si distende in scene di fuga obsolete, tipo il salto dal precipizio nel fiume sottostante. Dovunque ci siano protagonisti in fuga e inseguitori che stanno per far loro la pelle, c’è un fottuto precipizio col fiume che scorre là sotto. I protagonisti hanno il fegato di buttarcisi, gli antagonisti no.
E arriva a concedere ai nostri quartiere, oltre che un sospirato riposo, nella solitaria capanna della zingara/maga. La quale zingara/maga è ovviamente ben disposta nei confronti di almeno un figaccione romano sporco, ferito e da rammendare. Una situazione del tutto gratuita creata per ficcare a forza nella trama lo stra-maledetto romance.
Due cuori e una capanna che sorge nel bel mezzo del nulla. Chi di voi non la conosce questa storia?
Ad abitarla è Imogen Poots che fa la strega, reietta del suo popolo proprio per le sue presunte doti stregonesche e schifata anche dai legionari romani per la stessa ragione.
C’è solo un piccolo problema: essendo la strega anche una strafiga, appare assai poco credibile il fatto che ella se ne stia lì da sola, indisturbata e che qualche animale/legionario arrapato non le abbia mai dato filo da torcere. La paura e la superstizione reggono fino a un certo punto…
Tralasciando il dettaglio non banale che Imogen che, ricordiamolo, vive in mezzo al bosco, vanta una pulizia personale che, considerando l’epoca e il contesto e il posto in cui abita ha del prodigioso; toletta comprensiva di shampoo, balsamo a volontà e almeno un arricciacapelli, altrimenti come spiegare la sua acconciatura perfetta? Sembra quasi di sentirne il profumo.
Ah, già, che scemo, è una strega…
E via così di situazione nota in situazione nota. Il punto è che non diverte. Per niente.

***

Timidezza

Insomma, battaglie campali-non-troppo-campali. Caccia spietata-non-tanto-spietata per uno Sword & Sandal che vorrebbe, ma non può. Pudico all’inverosimile, fin troppo debitore nei confronti di “King Arthur”, il ché non è necessariamente un bene, timido, quando il cinema d’azione non aspetta altro che un ritorno di cattiveria che lo svegli da quel torpore moralistico e sciocco in cui l’ha precipitato un decennio di amore & sentimento precotti. Ma certe aberrazioni sono dure a morire. Tipo le storie d’amore cortese in epoche in cui la cortesia non era neppure stata inventata. Pragmatismo dovrebbe diventare la nuova parola d’ordine del cinema.
Per ora, un niente di fatto.

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