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Melancholia

by Germano on 22/10/2012
Book and Negative
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A tredici anni, il personal computer lo manovravo già da quattro. “Colpa” di papà, che nel Natale dell’85 decise di comprarmi un MSX. Modello già all’avanguardia, con lettore di cartucce a due slot incorporato. Non era un Apple, ché già all’epoca i costi erano esorbitanti e proibitivi per certe fasce di reddito, ma non era male.
Quattro anni dopo, fu la volta delle sale giochi, e, nel frattempo avendo appreso tutto il possibile in quanto a figaggine da un certo Jack Burton, bevendo filtri magici mescolati a sangue nero della terra, e rimasto folgorato e deluso, diciamocelo, dal non-bacio dato a Kim Cattrall, avevo un certo sogno per il futuro: una Ferrari Testarossa.
Vettura con la quale sfrecciare a tutta velocità su autostrade assolate, ai lati palme e cespugli che scorrevano velocissimi, traffico lento, utilitarie che erano scatole di sardine per cadaveri, bionda coi capelli frustati dall’aria a fianco, bellissima. Che rimaneva con me anche dopo esserci cappottati in curva, e aver sfasciato la Testarossa.
Un dettaglio su tutti, il cavallino che guardava a destra o a sinistra, a seconda della sterzata con la levetta del joystick…
Out Run, uno di quei giochi pericolosi che ti fa sognare la libertà selvaggia a tredici anni.
E poi capita che ventidue anni dopo, girovagando in internet, m’imbatto in questa foto qui a sopra, una macchina arcade per Mortal Kombat, abbandonata e impolverata come fosse sopravvissuta a un olocausto nucleare.
E arrivano i ricordi, confrontati con il presente. Tutto in questo post.

***

Diversamente dai miei coetanei, non ho amato molto Dragon’s Lair. Non dico che non mi piacesse, ma… un tipo da GdR lo sono diventato tempo dopo, intorno ai sedici anni, per caso e per una breve parentesi, sono sempre stato più il tipo alla Double Dragon, Mortal Kombat, che era figherrimo perché i personaggi erano iperrealistici (be’, all’epoca lo erano ^^) e, per l’appunto, Out Run.
Oggi parliamo di archeologia, del passato ci restano i flipper, abbastanza resistenti, anche alle mode, per essere ancora prodotti, e qualche videogame sperduto in depositi dimenticati, che è un miracolo se funziona ancora. Meno male che ci sono i collezionisti…
Proprio così, siamo diventati adulti nell’era del passaggio al digitale, non essendoci fermati un attimo a soppesarne i rischi, perché il progresso era fantastico, e l’idea di vivere in un mondo buio solcato da luci color pastello, in cui programmi senzienti combattevano tra loro per la supremazia, non era affatto male. Sotto sotto, ci spero ancora adesso, di poterci riuscire, a raggiungere Quorra…
Pac-Man, ecco, lui ancora sussisteva in due piani, l’immateriale, al PC, e il materiale, il gioco da tavolo con fantasmini di plastica, dadi e palline di pasta di vetro bianche e gialle, pericolosissime.
Anche Zaxxon aveva una duplice natura.
Poi i giochi sono diventati solo byte e pixel e si sono traferiti in video. E, una volta passato il loro tempo, sono rimasti lì, a mettere polvere, o in streaming, su youtube, postati da spiriti affini e malinconici, che a vederli adesso, a scoprire che per finire Double Dragon, che in sala giochi pareva impresa impossibile, anche perché le monete non bastavano mai, occorre meno di un’ora, ti rendi conto di essere stato un fesso.

***

Ma forse no, non era questione di abilità, era questione di immaginazione febbrile. I giochi non venivano giocati tanto per finire, quanto per viverli.
Il paradosso è che, a vederli con gli occhi di oggi, sembrano orribili. Ok, sono orribili. Sgranati, approssimativi, sostanzialmente stupidi, perché basati su meccanismi meccanici, non su vere e proprie trame.
Ma, e qui sta il punto, a tali grezzi e approssimativi supporti, arrivava la nostra fantasia, a colmare tutto. Ed ecco, ci apparivano fantastici, I migliori giochi a cui, a tutt’oggi, abbiamo avuto la fortuna di giocare.
Stesso discorso per i Librigame. Lupo Solitario e i Ramas, valgono da soli, quanto e più di mille film d’azione stupidi prodotti in serie. Perché le nostre avventure ce le siamo costruite. Non solo col tiro dei dadi.
Da un certo punto di vista, quindi, siamo abituati a sopperire alle presunte carenze, cosa che oggi non si fa più. Anche perché si ricerca un iperrealismo, nella confezione, che poi sfocerà nel più reale del reale, accompagnato dall’angoscia per essere finiti a pesce nella Zona Perturbante.
Pensavo, da scribacchino, che Fallout, uno dei giochi apocalittici più famosi, ha richiami stilistici ben precisi, non a caso. Ci si rifà all’era atomica, gli anni Cinquanta.
E, in un ipotetico futuro apocalittico, console di videogiochi abbandonate staranno a testimoniare l’inizio di tutto questo.
Un mondo in cui il fantastico lasciava ancora tracce di sé, quanto meno involucri colorati che, messi a nuovo, qualcuno ancora sfrutta come oggetti di arredamento a cui si guarda con una smorfia. Ché ancora non ci crediamo di essere finiti nella storia.
Oggi sono blu-ray e dvd a doppia densità. E merchandising che, a comprarlo, devi impegnare casa, ché laggiù in Giappone, ci credono ancora ai pupazzetti. Solo che oggi costano trecento euro, non tredicimila lire.
Un olocausto cancellerebbe gli ultimi trent’anni di storia, di giochi, di fantasie. Quelle che ormai si vivono senza alcun tipo di supporto, o per lo meno, non paragonabile in nessun modo a queste strane scatole coi televisori incorporati e scritte che stavano li apposta per toglieri gli spiccioli dalle tasche, sempre leggere, in ogni caso.
Per cui, quella foto, quel dragone nero con la lingua guizzante, è, in un certo senso, testimonianza della nostra era. Il confine ultimo. Nostro vanto, in quanto pionieri. Nostra soave malinconia, da adulti, guardando a un futuro immateriale.
Bellissimo.

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