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La Storia del Cesso

by Germano on 14/10/2013
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Qualche sera fa sono uscito e ho conosciuto gente nuova. Ed è successo.

Se come me avete il pallino della scrittura, anzi, peggio ancora, avete la presunzione che i vostri scritti piacciano e quindi li date in pasto ai lettori, e per di più, avete l’incoscienza di rispondere “scrivo” alla fatidica domanda “E tu cosa fai nella vita?”, allora avete presenti le reazioni automatiche che sorgono nell’interlocutore, appena udita la parola scrittura.
Un perfetto sistema azione-reazione che rende questo mestiere, la scrittura, una ridicola macchietta. E non la cosa stupenderrima che noi tutti vagheggiamo dal momento in cui, aperto il primo libro, sussurriamo a noi stessi: “un giorno ne farò uno uguale”.

Ecco, credo si cominci così, aprendo un libro e avendo la faccia tosta di pensare “cazzo, se c’è riuscito questo, come si chiama, Dostoevskji, allora ce la posso fare anch’io.”

Sì, certo…

Perché dai, uno non è che inizia a scrivere perché è bello, o per la sacra passione/missione, o perché c’è il demone interno che vi tormenta le viscere.

Un tizio è entrato in una grotta, millenni fa, e ha pensato che in fondo tracciare segni su una parete liscia, per far sapere agli altri suoi simili che da queste parti, cazzo, si cacciano cervi che cucinati alla brace sono la morte loro, poteva essere una bella idea. E sì, perché i segni sulla roccia, colorati, erano pure belli da vedere, alla luce della torcia. Quindi si soddisfaceva la pancia e l’occhio. Mica male per un segno su una roccia che, a tutti gli effetti, è niente, perché siamo noi a attribuire a esso un significato.

Quindi, secondo me, l’esigenza primaria che ci ha portato a scrivere è: la lista della spesa.
Non sottovalutatela, quando la stilate, ogni mattina, pensando al cartone di latte o all’insalata che vi serve per la vostra cena macrobiotica (che non sapete manco di preciso cosa sia, la cena macrobiotica, ma forse ha poche calorie, quindi è moralmente accettabile).

***

Però, c’è sempre il vostro interlocutore lì, che vi guarda e si domanda che è, questo segreto massonico che dite di portare avanti seriamente, tanto da volerne fare un mestiere?
Nella fattispecie, chiamiamo il nostro interlocutore Antonella (nome fittizio, che adopero per proteggere gli innocenti).
“E tu, che fai nella vita?” chiede Antonella, dopo avermi stretto la mano.
“Scrivo” rispondo.

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Perché sì, certe volte sono così sciocco da rispondere ancora così. Perché sotto sotto, l’idea di campare facendo ciò che mi piace di più, ovvero imporre agli altri i miei scritti, mi solletica ancora.

E ancora sì: siamo in Italia, il paese del “non è possibile vivere di scrittura”. Ma… cerchiamo di dimenticarcene per un attimo.

“Cosa, romanzi?”
“Ehm… sì. Preferisco chiamarle storie.”

Antonella scatta subito con la domanda che odio più di tutte le altre, ma che la identifica chiaramente, o meglio, identifica quale sia la sua idea di scrittura, ovvero un logoro clichè: “Ah. E di che genere?”

Perché la scrittura è tale solo se identificata in un genere. A quel punto è un bel salto, decidere se assecondarla e mentire, “romanzi d’amore, o drammatici, o young adult (che fa fighissimo)”, oppure se aiutarla a stendere il velo pietoso con un secco: “fantascienza”.
Alla parola “fantascienza” lei storce la bocca e beve un goccetto del suo drink. Segue il silenzio imbarazzato… e poi si cambia discorso.

Che poi non è manco vero che scrivo fantascienza, ma all’interlocutore serve una sola parola, non un discorso sul perché non è opportuno ridurre la Scrittura a generi. Vabbé…

Ecco, King scrive coi piedi poggiati sulla scrivania e un cane accucciato sotto. Ma forse anche no.

Ecco, King scrive coi piedi poggiati sulla scrivania e un cane accucciato sotto. Ma anche no.

***

E di solito qui finiscono le mie avventurose conquiste, quando sono così pazzo da dire che “scrivo”.

Però, però, c’è sempre l’altra faccia della medaglia. Perché una sera incontri Rebecca (altro nome di fantasia) che alla parola “Scrivo!” risponde “Anch’io!”.

Al che, sono fottuto due volte.
Perché Rebecca è il cliché opposto, quella che scrive per PASSIONE, perché c’è un sentimento dentro di lei che la porta a vergare parole sulla sudata carta, quella che esprime i sentimenti attraverso le parole, che annusa i libri e li coccola e solo dopo li legge, quella che: la scrittura deve comunicare, far crescere, instaurare un rapporto fecondo di interscambio con il lettore, quella del “Come hai iniziato a scrivere?” e dell’ancor più famigerato “Perché scrivi?”, che si è preparata una storiella ricca di dettagli, perché più dettagli ci sono e più credibile è la storiella, del come ha iniziato.
Sul perché sorvoliamo, il perché è sempre un qualcosa che sta dentro e che vuole uscire: un demone, un fanciullino, l’occhio di Ra, l’amico immaginario, la zia Pina, la peperonata col caffèllatte.

Ma il motivo per cui si è iniziato è importante, perché quella sera, che fuori pioveva, ma non un acquazzone, una pioggerellina delicata accompagnata dal freddo, che appannava i vetri della stanza, illuminati di brace da un mozzicone di candela, perché era andata via la luce; quella sera vidi il dorso de L’Ombra dello Scorpione e dissi a me stesso, osservando una gocciolina scivolare sul vetro e tagliare in due l’alone, sarò uno SCRITTORE!
Cioè, nient’altro che: la storia del cesso.

“Un poliziotto infiltrato dev’essere come Marlon Brando. Per fare questo lavoro devi essere un grande attore. Devi essere naturale, devi essere naturale come pochi. Devi essere un grande attore perché gli attori mediocri fanno una brutta fine in questo lavoro.”

“Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono la storia credibile. Questa particolare storia si svolge in un cesso pubblico, perciò devi conoscere tutto di quel cesso pubblico. Devi sapere se c’erano gli asciugamani di carta oppure il getto di aria calda, devi sapere se i pisciatoi avevano le porte oppure no, devi sapere se c’era il sapone liquido o quella schifosissima polvere rosa che si usava al liceo, ricordi? Devi sapere se c’era o no l’acqua calda, se c’era puzza, se qualche pezzo di stronzo schifoso bastardo figlio di puttana aveva schizzato di diarrea una delle tazze. Devi sapere tutto quello che riguarda quel cesso, capito? (da “Le Iene” di Q. Tarantino)

Lo scrittore è come un poliziotto infiltrato. E c’è gente, tipo Rebecca, che se ne va in giro a raccontare questa storia suggestiva, perché la prendano sul serio. E magari ci aggiunge anche qualche nota su come scrivevano i grandi: “Hemingway scriveva in piedi!”
E sapete che c’è? Che FUNZIONA! Gli astanti sono catturati dall’aneddoto, e guardano Rebecca con aria trasognata.

Niente a che vedere con la mia: “Cazzo, un giorno mi sono detto: lo so fare anch’io.”
Che poi è vero, è andata pressappoco così, una sera mi misi in testa di saperlo fare. E avevo diciannove anni. E non avevo mai scritto prima (tranne forse una cazzatina a sedici anni), e non avevo idea di demoni e peperonate, di rugiada sui vetri, di candele etc… Anzi, ricordo che era il primo anno di università e le cose stavano andando a puttane, e che faceva un freddo tale che battevo i denti sotto il piumone e tre coperte. E che il freddo e il fatto che la mia vita stesse andando maluccio non ha influito sulla mia decisione di scrivere. Era solo l’ambiente che mi circondava in quel momento.

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***

Perché secondo me quelli che pensano ai motivi del come e perché hanno cominciato e si preparano la “storia del cesso”, sono quelli che non scrivono. Che il libro rimane nel cassetto perché ha bisogno della limatura eterna. Che non hanno mai tempo. E vivono aggrappati al sogno che sfuma sempre più. E non hanno nemmeno il brivido del rischio, come i poliziotti infiltrati, ma possiedono un Mac da tremila euro per sfogare la loro creatività, che è sempre in potenza e mai atto.
Rebecca, per la cronaca, sta lavorando a una trilogia fentasi.
“E… dove posso leggerla?”
“Eh, ci sto lavorando, tra tre-quattro-otto settimane dovrebbe essere pronta…”
Sì, certo, nel DuemilaCredici.
Ok…

Però, ehi, a raccontare la storiella è un drago. Sembra quasi di essere lì con lei, a sentire il tepore della fiammella che si disperde sul vetro freddo.

Poi, per carità, se si scrive per sfogare tutte queste esigenze, a che servono i soldi?
E infatti Rebecca non vuole sentir parlare di soldi.

“Ma i soldi servono a pagare le bollette!” obietto io.
“Ma così sottrai dignità alla scrittura!”

Eh già, questo essere supremo che ci inganna e ci lusinga con le sporche banconote.
Io però comincerò a sentirmi davvero soddisfatto quando, rientrando a casa, schiaccerò l’interruttore della luce, sapendo che quella luce arriva grazie alla mia scrittura.

Sì, mi accontento di poco.

Quindi, visto che molti di voi hanno il mio stesso pallino, io dico: lasciate perdere la storia del cesso, e il fatto che Hemingway scrivesse in piedi o in un bar incasinatissimo, lasciate perdere queste stronzate. Lui era Hemingway e poteva dire tutte le puttanate che voleva, il mondo gli vorrà bene comunque.
Voi siete voi, e il mondo vi odia, perché non vi conosce.
Siete solo voi e le lettere: mettetele in ordine. L’ordine che vi piace di più, che ha ritmo e che abbia un senso recondito che solletica l’intuito. Trasformate le parole in musica, sperando che suoni anche per gli altri.
Ma soprattutto scrivete. E basta.

Ci penseranno poi i critici a inventarsi motivo e scopo del vostro scritto. È il loro mestiere. Vengono pagati apposta.

Buon lunedì.

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