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Alla ricerca dell’incipit (un metodo di scrittura, il mio)

by Germano on 05/10/2016
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Qualcuno, tempo fa, mi ha detto che sono un autore piuttosto noto.
Con la mente mi sonno fatto una risata. Piuttosto noto, io?
Pare di sì.
Sono un autore, e quindi in teoria ho un metodo di scrittura. Ne ha parlato qualche giorno fa il mio amico Alex, del suo.

E io ci ho pensato da allora, se fosse opportuno parlarne. E mi son detto che sì, là fuori devono sapere non solo dell’editing, ma anche della mia scrittura.
Sto da entrambe le parti della barricata: scrittura e editing.

Bitchblade

Una copertina “Mondadori style”, regalo sfottò di Luca Morandi. ^^

E se mi chiedeste come sono arrivato fino a qui, non saprei rispondere, non con una risposta secca, precisa.
Da bambino sognavo di costruire robot.
Da grande sono finito a scrivere (anche) di robot. Pare la via più facile, ma non credo lo sia. È solo una vita vissuta coi mezzi che avevo a disposizione.

Da ragazzo non impazzivo per lo splatter.
Da grande ho scritto (anche) racconti contaminati di budella e carnazza assortita.
I gusti cambiano.

Autore non mi ci sono mai sentito. Scrivere è quel che faccio. Ho sempre creduto che dovessero essere i miei scritti a parlare per me, non ho mai pensato di vendermi come personaggio.
Mi rendo conto dell’errore, in un mondo che, oggi, desidera solo personaggi.
Ma tant’è. Non riesco a fare altrimenti.

E dunque, riflettendo sui miei scritti, ho un metodo? Mi serve? Serve ad altri?

Dico subito che scrivo poco.
È un difetto, forse, piuttosto, una realtà.

Facendo due conti non mi difetta il tempo. Quello ci sarebbe, in abbondanza, almeno un paio di ore al giorno.
Il problema è che non scrivo tanto per creare storie.
Io scrivo:

– quando ho qualcosa da dire
– se e solo se posso dirlo in modo differente da quanto ho fatto prima

L’idea alla base è fornire, attraverso ogni mio romanzo o racconto, un’esperienza unica.

E non perché abbia qualcosa contro i generi e riguardo al riproporre gli stessi temi. Non è questo. È che, diversamente, non mi diverto.
E scrivere, per me, deve essere soprattutto divertimento.
I personaggi, tanto per dirne una, non devono essere esclusivamente funzionali alla storia che viene raccontata, ma devono essere, anche loro, un’esperienza unica, al di là della storia.

Inizio sempre da loro. Dalla loro testa, dalla loro voce.
Prendo a esempio cinque dei miei incipit:

«In questo momento… sto rileggendo Alice.» Jill stirò il tratto di pelle con le punte del guanto di lattice, prese il tampone e lo pulì del sangue. Confrontò la tonalità di rosso, toscano, con le altre scaglie di drago del tatuaggio. Aggiustò la lampada provvista di lente e ricominciò a pungere con la macchinetta. (Jack & Jill, 2013)

*

«Cayey… Non c’è un cazzo, a Cayey.» La sua voce si sovrappose al ronzio del condizionatore e a quello dei neon. (Lollipop Raggedy, 2016)

*

Dopo la botta, il televisore si mette a gracchiare furioso, attaccato al braccio di metallo, lo schermo pieno di scariche grigie. L’audio saltella, seguito subito dai capricci delle luci del camper. (Perfection, 2014)

*

Il problema non è dormire, ma sognare.
Quasi ogni notte faccio lo stesso incubo, comincia col suono di un campanellino. (Il Regno delle Piume, 2014)

*

Maika ascoltò le cicale, le immaginò nascoste fra le siepi arrossate dal sole. Le pigne scricchiolavano, ne interrompevano il canto per pochi secondi. (Gli Ulivi non piangono al Plenilunio, 2015)

Peter, creazione originale di Giordano Efrodini, che potete ammirare in Jack & Jill.

Peter, creazione originale di Giordano Efrodini, che potete ammirare in Jack & Jill.

Inizio, e questo coincide anche con l’idea da cui scaturisce il romanzo o racconto, dal molto piccolo: un televisore fuori sintonia che viene colpito da una mano, il frinire delle cicale, un pensiero intimo, una battuta che si focalizza su suoni e rumori, oppure su un tratto di pelle ornato da un tatuaggio.
Da quel puntino, quella finestrella sul reale, mi allargo a descrivere il mondo pian piano, con pennellate che possono apparire casuali, ma che sono funzionali.
C’è il fatto che, per osservare l’intero affresco tracciato, si debba arrivare fino all’ultima pagina.
E spesso, specie nelle raccolte seriali, si deve attendere, prima di arrivare a un quadro più esaustivo, all’ultima pagina dell’ultimo numero.

Non me l’ha insegnato nessuno. È una cosa mia, ce l’ho dentro.
Il mio stile, che è anche il mio metodo.
Il fatto che scriva poco, spesso, è causato proprio dalla difficoltà di scrivere l’incipit. La prima battuta, la prima frase, quella da cui tutto ha inizio.
Impostata quella, il resto del racconto viene da sé.

Quasi sempre, all’inizio di una stesura, ho bisogno anche di isolarmi dal mondo esterno, con le cuffie. E di ascoltare buona musica. Canzoni nuove, perché difficilmente le vecchie, già ascoltate, anche se bellissime, riescono a suscitare emozioni (che si traducono in immagini e situazioni) nel sottoscritto.

Scrivo meglio di giorno, la mattina in particolare.
O il pomeriggio presto.
Alla sera, di solito, lo stress accumulato durante il giorno esige il suo tributo, rendendo torpida la mente e costringendomi a vegetare sul divano.

Ancora un volta, è l’inizio, le prime pagine, di un racconto o romanzo, a pretendere anche maggior delicatezza e dedizione. Mentre le scrivo ho bisogno di tranquillità, intorno a me e nella mente.
Superata quella fase, può esserci la TV accesa, i vicini possono far chiasso, il gatto ballarmi intorno, non mi disturba niente, il racconto ha già preso l’abbrivio, devo solo correggere la rotta una tantum, fino al termine del viaggio.

Scrivo poco, ma rispetto a quando ho iniziato, qualche anno fa, sono molto più veloce. Ho calcolato di aver decuplicato la mia velocità.
Starlite, che supera la soglia delle 40.000 parole, l’ho scritto un tre settimane circa, un capitolo o due al giorno, con singoli giorni di pausa tra un capitolo (o coppia) e l’altro.

Sam e Jane entrano nelal fabbrica abbandonata delle Betty. (disegno originale di Andrea Lupia)

Sam e Jane entrano nelal fabbrica abbandonata delle Betty. (disegno originale di Andrea Lupia)

All’inizio, la creazione di schemi su fogli per appunti, attraverso i quali scindere il romanzo nei vari capitoli/avvenimenti, in modo da poter governare l’intreccio, è venuta meno.
Non ho più bisogno di schemi. La storia, il dipanarsi dell’intreccio, è tutto nella mia testa.

Durante la revisione, al contrario del senso comune, anziché togliere parti mi capita di aggiungere. Il conteggio delle parole, di solito, aumenta di qualche migliaio.
Mi fa ridere, questa cosa, perché, quando sono dall’altra parte della barricata, e faccio l’editor, il wordcount dei libri che correggo, al contrario, si abbassa clamorosamente.

E, sempre di solito, non faccio grandi correzioni, durante la revisione, la storia è già impostata, raramente torno sui miei passi. Raramente il mio editor ha qualcosa da obiettare.
Sì, anche io faccio errori o orrori. Incongruenze, cazzate. Ma sono poche.

Ciò che succede, di insolito, è che mi trovo a scrivere un capitolo o un prologo, che andrà a sostituire il capitolo iniziale, che così diventerà il secondo. Gli incipit dei miei lavori, quelli originali, non coincidono quasi mai con quello che viene pubblicato.
Curioso, vero?

Il finale (o excipit) non è mai stato un problema. Ho sempre trovato facile congedarmi dal lettore, anche perché non ci penso, al lettore.
È sempre una questione personale. Del protagonista. E solo sua.

(Se avete intenzione di leggere i miei lavori, allora potete fermarvi qui. Se non temete gli spoiler, al contrario, andare avanti.)

Il vecchio demone rotolò accanto a lei, le sussurrò parole arcane. Sibilò.
Maika provò ad alzarsi.
Adesso aveva davvero fame. (Gli Ulivi non piangono al Plenilunio)

*

La vespa (gigante, ndr) ondeggia a mezz’aria, spostamenti orizzontali veloci, netti; si scaglia contro di me.
«Come andrà a finire è una cosa che sta a noi decidere. Soltanto a noi.»
L’insetto arcua il bacino, rivolgendomi contro il pungiglione.
Sorrido, bieca, e le corro incontro, spada bassa. (Il Regno delle Piume)

*

Ammiro i chiarori dietro le Little Smokies, attraverso i piccoli rombi della grata, chiedendomi quante altre aurore riuscirò a vedere. Gli occhi si inumidiscono, li asciugo con l’indice.
L’animaletto si stiracchia su una maxi-confezione di cereali, inarca la schiena, sbadiglia. Gli faccio una carezza.
Tra poco sarà giorno. Spero che per allora Sam e Phil abbiano smesso (di litigare, ndr). Ma non ci credo affatto.
Torno a concentrarmi sulla musica. Sorrido. (Perfection)

*

Solleticò il dorso del cubo di carne, che si contrasse e inserì la pausa.
Stette a guardare il volto della sconosciuta che diceva di essere lei.
Riavviò la riproduzione.
«Mi chiamo Marilyn» ripeté la bionda dalla TV, «e ho creato il FIELD.» (Lollipop Raggedy)

*

I suoi carcerieri non le permettevano di leggere, o di guardare film, per impedirle di comunicare con le creature, il Bianconiglio o Trilli non s’erano più visti. Ma i tatuaggi non li avevano ancora scoperti, e da essi lei avrebbe ricavato la via di fuga, col tempo, ne era certa.
Nell’angolo opposto della cella, l’omino di latta girò la chiave a farfalla nel fianco, si diede la carica, con una pompetta mise l’olio agli ingranaggi, aprì il torace, rovistò nello scomparto.
Le offrì il cuore. (Jack & Jill)

Una cosa intima, spesso un finale di compensazione, quasi amaro. È così che mi piace.

Per concludere, il metodo, se c’è, è affaticarsi alla ricerca di un incipit che faccia la magia e mi permetta di scrivere tutto il resto. Di abbandonarmi alla storia fino alla sua conclusione.
Personale, come tutti i metodi.

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