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Walled In (2009)

by Germano on 03/07/2011
Book and Negative
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Produzione franco-canadese-americana della quale non ho saputo nulla fino a qualche giorno fa, dal blog di Alex. Articolo che non ho neppure letto per non guastarmi la visione del film.
La locandina è accattivante, non c’è che dire. E il film è tratto da un bestseller Les Emmeures di Serge Brussolo. Non l’avete mai sentito nominare, vero? Nemmeno io.
Ma siamo alle solite, in Walled In c’è una donna, sola, che fa un mestiere che la conduce in luoghi abbandonati, nella fattispecie, un edificio che sta per essere demolito.
Lei, Sam, è ingegnere, la tipa che stabilisce dove piazzare l’esplosivo. I punti di rottura, per farlo venire giù come un castello di carte.
Insomma, l’equazione protagonista femminile-edificio abbandonato e strano, si sa bene cosa possa regalare in termini di emozione e di suspense.
Ci si aspetta sempre qualcosa, tuttavia. Un guizzo, una novità. Oppure, qualche consolante stereotipo, di quelli almeno fatti bene; che non costi troppa pazienza vedere durante un tranquillo pomeriggio estivo, per di più domenicale; col mondo fuori che è tranquillo e silenzioso. Assorto, quasi. Come sempre dovrebbe essere.
Un po’ come il set di questo film. Un palazzone che vedreste bene nel centro storico di una metropoli, piazzato invece in un deserto, o quasi.
Se fossi un nostalgico irrecuperabile, direi quasi che tale visione riecheggia lo spirito howardiano di Chiodi Rossi.

***

Ma non sono nostalgico fino a questo punto.
Poi, sono lì che guardo e rivedo una vecchia conoscenza, Mischa Barton, che avevo lasciato bambina, vomitina e livida, sotto il letto della sua cameretta ne Il Sesto Senso, e ritrovo qui, adulta e bella, non più trasparente per il poco cibo.
Di più, sembra, e dico sembra che abbia iniziato a recitare.
Ma, per l’appunto, c’è il vecchio meccanismo in agguato: bella ragazza & spaventi facili.
Forse.
E si entra, in quell’edificio costruito dall’architetto pazzo, Malestrazza, e sembra di piombare su un set di Dario Argento.
Purtroppo non l’Argento vivo, ma quello così così, in fase già calante: quello di Inferno.
Omaggio del regista e, prima di lui, di Brussolo? Può essere.
Oppure semplici suggestioni.
Peccato che, chiunque ci sia dietro certe scelte di questo film, abbia svaccato.
I titoli di testa: sono idioti. Bella grafica, è vero, ma svelano tutto il mistero dell’edificio. Mistero occorso quindici anni prima.
Qualcuno, nel corso degli anni, ha murato vive 16 persone, lì dentro, compreso l’architetto.
Mega-spoiler iniziale, quindi, del tutto inutile dal momento che, alla metà del film la nostra Mischa si informa, sua sponte, della storia dell’edificio ri-scoprendo le medesime cose.
Furbizia a livelli epici, non c’è che dire.

***

Oltre a Mischa, che si mantiene su livelli accettabili non essendo per nulla favorita dal ruolo, interessante è il co-protagonista, Jimmy (Cameron Bright). Un ragazzino dal viso così antipatico che verrebbe voglia di prenderlo a calci dalla mattina alla sera. Così, per principio.
Ok, diciamo che i due danno vita a uno strano rapporto di attrazione-repulsione. E anche qui, il buon Gilles Paquet-Brenner, regista, avrebbe potuto-dovuto-voluto dare di più, osare. Ma s’è dovuto fermare.
D’altronde, se è un film che deve spaventare, non si può uscire dai canoni di certe scelte/imposizioni stilistiche. O, se lo si deve fare, si deve tentare di essere quantomeno credibili, altrimenti si sfocia nel ridicolo involontario.
Non è questo il caso, non nel rapporto tra i due, ma il tutto resta inesplorato. Quasi buttato lì, a giustificare lo stupidissimo finale.
Niente di ché, insomma. Per un thriller che resta in bilico tra lo psicologico e il seriale.
Le stranezze paranormali che assillano la protagonista restano inesplicate, e si sommano a tutti, dico tutti, i prevedibili stereotipi del genere: inquilini strambi, vecchietta rincoglionita, uomo di mezz’età malato e scorbutico, vedova lunatica, scena della vasca da bagno, cane, rumori e voci dall’oltretomba etc, etc…
Vera attrattiva, l’edificio che, in quanto tale, non viene sfruttato a dovere; né nel suo aspetto imponente, che rimane sullo sfondo, a fare da panorama, né nei suoi interni bui, teatro di sedici omidici e dimora di presenze (?) che, in fin dei conti, non fanno paura a nessuno e, credo, neppure vogliano tentare.

La recensione di Alex QUI
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