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Flight of the Living Dead: Outbreak on a Plane (2007)

by Germano on 07/12/2011
Book and Negative
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Un giorno di questi, tornando sui miei passi (perché avevo deciso di non farne più), dovremo intavolare una bella discussione sulla scrittura, dal momento che le mie idee a riguardo sono sempre più confuse; in special modo, il discorso verterà sullo scopo della narrazione, però dal punto di vista dell’autore. Discorso che, come sempre, si può applicare anche alla narrazione cinematografica.
Si tratta al solito di zombie, o più precisamente d zombie outbreak. Il luogo è un aereo di linea, il tempo la durata di un volo, le motivazioni dei pretesti, la resa anche più piacevole di quanto ci si possa immaginare, nonostante gli ammericani, che degli zombie si sentono i padroni, l’abbiano distrutto su IMDb.
Questo Flight of the Living Dead: Outbreak on a Plane (per gli amici Plane Dead) è un B-movie. Non confondiamoci un attimo, su questo punto. Il ché vorrebbe dire low budget, come definizione vuole, ma anche e soprattutto trama sgangherata, qualche vezzo registico e un tocco trash che non fa mai male, ma impreziosisce il tutto. Come i nastri sui pacchi regalo. Non servono a nulla, ma quando li vedete sospirate.
Io i regali li odio.
Ma non tergiversiamo. La regia è di Scott Thomas. Lo conoscete? Nemmeno io. Ma sembra abbia prodotto una marea di roba per la tv, giungendo a regalarci questa ennesima variazione sul tema.
Ecco, lo scopo di narrare una storia come questa? Quale può essere?

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Voglio dire, alle spalle c’è un investimento, che non sarà faraonico, ma con cui comunque ti ci potresti comprare una casa. Bruce Campbell dice che coloro che campano nella giungla di polistirolo dei b-movie mirano, tutt’al più, a restare in pari, quando si parla di produzioni e di uscite cinematografiche, puntando al guadagno, se introito ci deve essere, direttamente dal mercato dell’home-video. Questo andava bene appena un paio di anni fa. Poi c’è stato il fallimento di Blockbuster. E ora il mercato dell’homevideo è più deserto delle Terre Perdute di Mad Max.
La domanda riecheggia nella sconfinata solitudine: perché?
Trampolino di lancio per attori emergenti. Vero e falso. Anche perché i b-movie contano su un sottobosco di attori, spesso caratteristi, che non riescono a ricoprire altro che ruoli di scarso rilievo, ma che, come nel caso di Erick Avari, il capo clan in quel di Stargate, te li ricordi sempre, pur ignorando il loro nome.
Come fosse un universo parallelo, questo sottobosco si autoalimenta, confidando nel colpaccio del mercato domestico.

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Si mettono insieme un po’ di soldi, si costruisce l’interno di un aeroplano, visto che l’esterno è un modellino condito di CGI, si applica il canovaccio della zombie outbreak, con gusto sopraffino che avrebbe potuto essere superbo, se non si fosse caduti nel solito cliché che gli zombie sono una novità, ovvero che nessuno dei protagonisti sembra aver mai visto un film di Romero, come fossero tanti Barbie e Ken; si arruola un manipolo di attori giovani, e comparse e una bella protagonista, perché somiglia a Olivia Wilde e perché lei Kristen Kerr, è il momento che ci provi a far decollare la sua carriera, visto che Olivia c’è riuscita… dicevo, si mettono insieme questi fattori e la miscela esplode, proprio come l’outbreak.
Per non farci mancare proprio nulla, si diversificano i passeggeri. E ci si riesce. Infatti, bastano poche inquadrature e te li ricordi tutti, almeno quelli non destinati a essere tappezzeria: c’è il poker di fidanzatini che si mettono le corna a vicenda, il campione di golf nero, il Tiger Woods (non sbuffate, alla fine è un personaggio figo), il poliziotto in borghese che pare uno degli ACDC, voce a parte, le hostess carine, una suora, un Capitano che sembra quello dell’Aereo più pazzo del Mondo e, infine, l’equivalente di Kate di Lost, però maschio, un po’ effeminato e con un senso dell’umorismo notevole, che ti smorza qualsiasi scena, però ti fa scappare la risata, con mastino poliziotto ammanettato, seduto sul sedile accanto.
E il gioco è fatto.

***

L’aereo trasporta nella stiva una passeggera in stasi criogenica, ovviamente portatrice di un virus che… lo sapete già.
A dire il vero, del film ho apprezzato di più le dinamiche tra i passeggeri e il personale di bordo, pre-outbreak, che le scene action in seguito allo scoppio dell’epidemia. Per un motivo molto semplice, le seconde mancano di tensione. Non c’è, non è mai esistita, e non ci si è mai impegnati per tentare di crearla. Un’onestà che sa di povertà di mezzi. Apprezzabile, ma limitante.
Gli zombie/infetti sono realizzati bene, anche se basta davvero poco, ormai, per farne a dozzine. Efficienza acquisita sul campo, dopo decine di film sull’argomento.
Peccato perché, dal momento in cui si balla, e il film si trasforma in un bagno di sangue, con Tiger Woods, o il suo succedaneo, che si mette a giocare a golf con le teste degli zombie, col suo ferro 3, le buone introduzioni di tutti i personaggi svaniscono nel nulla, dimenticandosi delle loro individualità e relegandoli a una sorta di videogioco la cui trama è già scritta. Peccato, perché la Hostess Megan, il poliziotto, il criminale con la faccia ossuta che ci prova con lei potevano costituire un buon investimento per future apocalissi.
Così così, alla fine, con qualche momento topico e la domandona iniziale che resta senza risposta: perché narrare un film così?

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