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The Vivian Girls

by Germano on 14/03/2017

Immaginate un ospedale a Chicago, all’inizio degli anni Settanta; il suo custode, che lo governa di notte, quando gli spiriti della struttura si fanno sentire, in corridoi nei quali l’oscurità viene dissipata dalla vibrante luce dei neon. Ma solo se vengono accesi…
Immaginate che questo custode abbia avuto una vita unica. Solitaria, in una piccola casa di un sobborgo qualunque. Una vita trascorsa a scrivere, piegato sulla sua macchina, o sui fogli (le “sudate carte”). A comporre disegni raffiguranti mondi fantastici in cui, letteralmente, amava rifugiarsi.

Henry Darger ritratto da David Berglund

Nato nel 1892, Henry Darger, nella casa della sua famiglia, a Chicago, al numero 350 della 24esima strada. Sua madre morì quattro anni dopo, per febbre, dopo aver dato alla luce sua sorella. Che lui non conobbe mai, perché venne subito data in adozione.
Il futuro custode dell’ospedale visse insieme al padre fino all’età di 8 anni, nel 1900, quando fu consegnato alle cure della St. Augustine’s Catholic Mission, sezione per ragazzi e, nel 1905, dopo il fallimento economico del gentore, rinchiuso nell’Illinois Asylum for Feeble-Minded Children, con la diagnosi di self-abuse (al tempo, il modo gentile per definire la masturbazione).

Una storiaccia.
Dalle premesse, una storia di fantasia di quelle cupe, turpi. Eppure, questo è solo l’inizio della vita di Henry Darger. Che, come detto, finì per fare il custode di un ospedale di Chicago, in quello stesso Illinois che, per tutta la vita, fu la sua prigione senza sbarre.

Nell’ospedale psichiatrico in cui fu rinchiuso da ragazzo, le punizioni, del tutto assimilabili a torture, erano frequenti e dure.
Appare chiaro, quindi, come la vita di quest’uomo sia stata, nella sua frequenza e evoluzione, frammentaria e autodidatta.
Pensateci, scoprire ogni fase ed evoluzione della propria crescita da soli, privi di genitori, fratelli, di qualunque amicizia, o intervento di un adulto, che non fosse punitivo.
Henry Darger morì nel 1973, a ottantuno anni.

Ma la sua esistenza, dopo la sua morte, era appena nata.
Si scoprì, frugando nel suo piccolo appartamento che, per tutta la sua vita fuori dall’ospedale psichiatrico, Henry era stato un accumulatore. Di quelli che cercano nei rifiuti e ne traggono oggetti che non utilizzeranno mai, ma che adorano mettere da parte.
Henry accumulò, per lo più, vecchie riviste. Centinaia di numeri.
Che, divenne chiaro, servirono come background immaginifico per la sua opera:

un romanzo di oltre quindicimila pagine.

Quindicimila pagine.
Pensateci, quando dite a voi stessi che non riuscite a scrivere nemmeno un racconto di trenta righe.
The Story of the Vivian Girls, in What is Known as the Realms of the Unreal, of the Glandeco-Angelinian War Storm, Caused by the Child Slave Rebellion. Questo il titolo dell’opera.
Conosciuto, in breve, anche come The Vivian Girls o The Realms of the Unreal.

Scritto nel corso di sessant’anni. Un testo che ci si è sforzati di interpretare, dato il soggetto bizzarro, nelle maniere più disparate e viscerali.
Quindicimila pagine battute a macchina o scritte a mano, con una grafia fittissima, corredate da centinaia di acquerelli e disegni a completamento del testo.
Una testimonianza del distacco di Henry Darger dalla realtà, “nei reami dell’irreale”. L’esigenza di creare, spesso solo abbozzare, dati certi elementi di confusione identificabili nei caratteri di transdengerismo del sesso dei piccoli protagonisti, ciò che la vita gli aveva negato: una storia avventurosa, appassionante. Forse anche un senso di giustizia mai ottenuto.

Si tratta di bambini.
Le protagoniste sono le sette figlie di Robert Vivian che, nella nazione cristiana e cattolica di Abieannia, assistono al brutale omicidio di un bambino, ad opera dei signori Glandeliniani (atei e nemici di Abieannia), che da anni hanno imposto la schiavitù ai bambini. Tale efferato omicidio scatena la ribellione dei bambini che si sollevano e impugnano le armi, dando battaglia agli schiavisti, finendo spesso brutalmente torturati e ammazzati durante il conflitto, in scene corali puntualmente ritratte dallo stesso Darger, con dovizia di dettagli raccapriccianti.

Darger aveva già iniziato il suo viaggio nei Reami dell’Irreale, quando, nel nostro mondo, una bambina di cinque anni, Elsie Paroubek, scomparve e venne ritrovata morta in un canale a Chicago, nella primavera del 1911.
L’episodio scosse Darger e il suo immaginario, nella fattispecie la foto della piccola, pubblicata sui quotidiani per favorirne il ritrovamento, foto che Darger ritagliò e conservò come una reliquia per decine di anni.
Fu il suo omicidio, peraltro mai risolto, che ispirò a Darger la svolta, la ribellione dei bambini nel suo manoscritto: la guerra.

Personalità da psicopatico, solitario, asessuale e, probabilmente, vergine. Alcuni (compreso il suo biografo) hanno avanzato l’ipotesi che l’ossessione per Elsie Paroubek, il suo conservare gelosamente quella foto, fosse l’indice di colpevolezza dello stesso Darger. Mai associato all’indagine, mai sospettato dell’omicidio, ma stranamente aderente, ragionando in termini moderni, all’idea dell’assassino seriale, almeno allo stereotipo dello stesso. All’epoca, nel 1911, Darger, che non si mosse mai da Chicago, avrebbe avuto diciannove anni…
Darger trasfigurò la piccola Elsie in una eroina della sua fantasia. Un’eroina brutalmente uccisa. Tra l’altro, la descrizione dell’omicidio, nel libro, non aderisce in alcun modo al vero omicidio di Elsie Paroubek, se non nell’aspetto della piccola, desunto, come abbiamo detto, dalle foto sui giornali.

The Vivian Girls può essere il canto di un uomo solo, rifugiato nel suo immaginario febbrile e violento, concepito, a dire dello stesso Darger, perché mai più venissero commessi abusi sui bambini, perché essi potessero vivere una vita serena e felice, soddisfacente, godere di un’educazione. Una vita che lui non aveva mai vissuto, tanto che fu costretto a costruirsene una alternativa.

I disegni sono acquerelli, oppure collage di ritagli presi da quelle riviste che accumulava incessantemente, soprattutto pubblicità della Coppertone. Sono composizioni ipertrofiche, visionarie, associabili all’immaginario delle fate, con soggetti di violenza raccapricciante, proprio perché destinata a vittime innocenti.

Ma non solo. Quindicimila pagine evidentemente non bastavano. Darger, che per tutta la sua vita provò a adottare un bambino, facendone regolare richiesta, ma che non riuscì mai a ottenere il permesso, e che quasi sfociò nella depressione quando un ignoto si introdusse nella sua casa sottraendogli la foto della sua eroina (che per la restante parte della vita egli cercò di riavere o rimpiazzare), scrisse un secondo lavoro, di diecimila pagine, una sorta di sequel dei Reami intitolato Crazy House: Further Adventures in Chicago, dove le sette figlie di Vivian e il loro compagno (fratello segreto) Penrod investigano su una casa infestata di Chicago, nella quale sono scomparsi dei bambini, poi ritrovati brutalmente assassinati.

E, anche, un’autobiografia, incompleta, di oltre cinquemila pagine.
Proprio così, una vita che normalmente chiameremmo anonima, come anonimo risultò Darger a chi lo conobbe in vita, occupò oltre cinquemila pagine per essere narrata, dall’assetata di vita mente di Henry Darger.

Sia come sia, oggi il lavoro di Darger, specialmente quello visuale, è tenuto in altissima considerazione, in quanto, come detto, Darger fu in tutto e per tutto un autodidatta, anche nella vita. Il suo lavoro è esposto, come outsider artist (artista emarginato) in mostre e oggetto di studi specifici, e valutato all’asta in svariate centinaia di migliaia di dollari.

*

(special thanks to Davide)

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