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L’uomo dietro la maschera

by Germano on 04/04/2017

C’è questo filmato, ormai risalente a una ventina d’anni fa o qualcosa in meno, questo uomo altissimo e un po’ claudicante, problemi all’anca, o un po’ di artrite, o entrambi. Però, non usa stampelle, o altri appoggi. È fiero, orgoglioso, soddisfatto.
Incede, arriva davanti alla regina Elisabetta II, minuscola al suo cospetto, che gli mette una medaglia al collo. L’onoreficenza di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, perché, più di due decadi prima, vestito con un costume da supereroe della sicurezza stradale – qualcosa di estremamente datato, aderente, dai colori bianco e verde acceso, con una X sul petto – ha insegnato a svariate generazioni di bambini il giusto modo di attraversare la strada.
Così facendo, probabilmente e incredibilmente, ha salvato molte vite.

Non si sa mai di fare la storia, quando la si sta facendo.
Quella è un consapevolezza che arriva molto dopo, se si ha la fortuna di essere ancora in giro che raccontarlo.

Ripensando a quella serata di gala, viene da domandarsi se la regina, mentre gli appuntava la medaglia, fosse a conoscenza di tutta la storia: quell’uomo altissimo (circa 198 cm) è stato un bodybuilder, un sollevatore di pesi e un attore.
Ha interpretato il mostro di Frankenstein.
Ha lavorato con Stanley Kubrick in Arancia Meccanica.
È stato “il più grande cattivo di tutti i tempi”.
Il più memorabile. Il più iconico.
È stato Darth Vader.

Lui è David Prowse. E scoprì, dopo aver prestato il fisico al padre di Luke Skywalker, che la morte del suo personaggio non l’avrebbe interpretata lui, ma Sebastian Shaw.
Dopo tre film, quando sarebbe stato il momento di togliersi la maschera e mostrare al mondo intero il volto del cattivo redento, Prowse non c’era. Tenuto all’oscuro di tutto, osteggiato sul set de Il Ritorno dello Jedi, sostituito in quasi tutte le scene dalla controfigura, scippato della fama. dell’identità, andata a un altro.

Perché? Perché David Prowse parlava con la stampa. Era un bell’uomo, simpatico, atletico, aveva presenza scenica e di spirito. Amava conversare.
Anni prima, quando L’Impero colpisce ancora era di là dall’essere concepito, intervistato a proposito di Darth Vader, immediatamente diventato icona, ipotizzò che “non sarebbe stato male se si fosse scoperto che Darth Vader è il padre perduto di Luke”.
Preveggenza, o forse più semplicemente buon senso, intuito del professionista, dell’attore, di colui che lavorava al cinema da anni, abituato ai set della Hammer, a dare un volto ai mostri.

C’è chi giura che, ai tempi di quell’intervista, L’Impero colpisce ancora non era neppure stato pensato. C’è chi ricorda che, la sera prima di girare la scena, Lucas si presentò al regista dicendo che “Darth Vader era il padre di Luke”.
Il giorno dopo la scena fu girata, con gli attori, Prowse in testa, ignari di ciò che stavano facendo.
La rivelazione fu aggiunta dopo, in post-produzione, quando, come sempre, la voce di Prowse venne coperta da quella di James Earl Jones.
La segretezza prima di tutto.
Maniacale, assoluta, per un franchise che sarebbe divenuto il più famoso (e ricco) del mondo.

Pare che sia sempre funzionato così, sui set di Guerre Stellari. Le decisioni venivano prese nella stanza dei bottoni, e tutti erano considerati manovalanza. I segreti venivano svelati solo dopo, a cose fatte.
Ma, con il Ritorno dello Jedi, c’era un nuovo problema: Darth Vader sarebbe dovuto morire.
Era un segreto secondo solo alla paternità di Luke.
Eppure trapelò.
Lucas e i soci se la presero con Prowse, visti i precedenti.
Lui si disse innocente (lo fa tutt’ora). Persino il giornalista che sì, lo intervistò all’epoca l’ha scagionato.
Ma la colpa fu attribuita e la condanna emessa.

David Prowse fu, a poco a poco, estromesso dal suo personaggio, gli fu impedito di girare la scena decisiva, quella in cui si svela l’uomo dietro la maschera, che venne girata in segreto, su un altro set, con un’altra troupe.
La verità, come al solito, si seppe dopo, durante la proiezione.

Ma non solo, l’ambiente del cinema è fatto di ego. A distanza di tanti anni, ancora Prowse non viene invitato alla convention ufficiale si Star Wars. L’unico del cast colpito dalla damnatio memoriae.

Marcos Cabotà ha pensato di girare un documentario – intitolato I am your Father (2015) – dietro all’idea di chiedere a David Prowse di girare, a ottant’anni, quella scena che gli fu negata.
Subito, prima che fosse troppo tardi.
Prowse ha accettato.
Proswe che ora ha l’età di Obi Wan quando questi è stato ammazzato da Darth Vader: una ventina di anni in più sul groppone, dai tempi della medaglia messagli al collo da Elisabetta, arranca aiutato dalle stampelle, ma partecipa, nonostante acciacchi e malattie, ogni weekend a una convention diversa, si fa conoscere dai fan, dagli ammiratori, svetta ancora su (quasi) tutti, nonostante abbia perso un paio di centimetri per un’operazione alla schiena.
La Lucasfilm e George Lucas hanno – rispettosamente – rifiutato.
Rispettivamente: di consentire la realizzazione della scena in questione.
Di rilasciare un’intervista e così di comparire nel documentario su David Prowse.

Cabotà, però, la scena l’ha girata lo stesso. Nessuno potrà mai vederla, però. Non finché alla Lucasfilm non concederanno il nulla osta.
Solo una manciata di spettatori, in Spagna, hanno assistito alla prima e unica proiezione. David Prowse, naturalmente, era in platea in mezzo a loro.

David Prowse non viene contattato dalla Lucasfilm dagli anni Ottanta. Dai tempi de Il Ritorno dello Jedi.
Ha avuto lo stesso una vita grandiosa, sebbene il suo più grande personaggio gli sia stato sempre dietro, come un’ombra, come la silhouette nera, inconfondibile, di Darth Vader.

*

PS: se pensiamo a ciò che è capitato a Sebastian Shaw, la cui immagine nel Ritorno dello Jedi è stata sovrascritta dallo stesso Lucas per dare spazio al “fantasma” di Hayden Christensen, forse, a conti fatti, ciò che è successo a David Prowse non è nemmeno tanto brutto, ma solo l’ennesima conferma di come sia stato gestito Star Wars, alla stregua di un giocattolo in mano al suo padre padrone.

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