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L’esperimento di Robbers Cave

by Germano on 14/11/2018

Le dinamiche di gruppo, ovvero come un gruppo di individui reagisce di fronte alle avversità, alla scarsità di risorse e, infine, al rischio della vita.
Questo era uno dei temi importanti della psicologia negli anni Cinquanta.
Facile intuire il perché: si veniva fuori da una Guerra Mondiale che aveva lasciato ben poco all’immaginazione, riguardo le dinamiche di gruppo. Un gruppo, di fatto, aveva organizzato un massacro su scala industriale.

Un altro gruppo aveva impiegato la scienza per la creazione di armi di sterminio di massa, e quelle armi erano state impiegate.
L’uomo si era confermato creatura selvaggia.
L’idea del dott. Muzafer Shefir era piuttosto semplice: riunire un gruppo di bambini tra gli undici e i dodici anni d’età, con la scusa di un campo estivo, e usarli come cavie.
Sperimentare le dinamiche di gruppo.
Come il gruppo si sfaldi di fronte alle difficoltà, come si inneschino dinamiche violente e come, di contro, di fronte a una minaccia capitale – che so, un fuoco opportunamente appiccato nella foresta che avesse minacciato il campo e la vita stessa delle cavie – il gruppo sarebbe tornato magicamente unito e coeso, per sopravvivere.

Eh. Vi vedo sorridere, dubbiosi.
E ho sorriso io stesso quando mi sono documentato sull’Esperimento di Robbers Cave.

Perché, mentre aprivo pagine su pagine di documentazione, compariva, immancabile, il banner con l’informativa sulla privacy. Perché l’Europa ci tiene al mio consenso informato.
Ho pensato subito al consenso dei protagonisti l’esperimento di Robbers Cave, dei bambini e dei loro genitori: non c’è mai stato.
Negli anni Cinquanta la privacy era roba per signorine.
In nome della scienza e del progresso si potevano radunare una dozzina di ragazzi, metterli a rischio della vita, e evitare di informare sia loro che i loro genitori, pubblicando il tutto come una geniale teoria scientifica.
Bello liscio.

Per la cronaca, il primo esperimento in tal senso, mirante a confermare la Teoria del Conflitto Realistico dello stesso Shefir, ebbe luogo nell’estate del 1953, al Middle Grove Park, nello Stato di New York, finanziato nientemeno che dalla Fondazione Rockfeller.
I partecipanti, tutti undicenni, vennero radunati in questo finto campo estivo, lì divisi in gruppi e spinti alla competizione tramite una serie di giochi e ricompense, perfettamente studiate per stimolare il lato agonistico e, una volta divisi, sottoposti a una serie di sventure: mancanza d’acqua potabile, di cibo, catastrofi assortite, fino ad arrivare a minacce importanti, che li avrebbero messi a rischio della vita, i già citati incendi programmati e altre cose belle.

L’esperimento fallì.
Il gruppo era divenuto già coeso prima di arrivare al campo (mi ricordo di quanto fosse facile fare amicizia a undici anni).
E così, nonostante le piaghe d’Egitto che Shefir si preoccupò di gettare addosso ragazzi, questi non diventarono mai avversari e unirono al contrario le proprie forze fin da subito per far fronte a tutte le avversità.
L’Esperimento di Middle Grove si risolse in una rissa, si sussurra tra i fumi dell’alcool, tra Shefir e i suoi assistenti ricercatori.

Shefir non digerì il fallimento e, temendo giustamente per la sua carriera e la sua reputazione, e avendo ancora a disposizione del denaro, decise di riprovarci subito.

Ed eccoci al Robbers Cave.
Sempre un finto campo estivo.
Stavolta i bambini coinvolti con l’inganno furono 22, tutti dodicenni, bianchi e protestanti.
I partecipanti all’esperimento vennero divisi in due gruppi fin dalla selezione: i Rattlers e gli Eagles.
Entrambi convinti di essere l’unico gruppo, vennero a conoscenza dell’esistenza dei propri avversari (nemici) qualche giorno dopo essere arrivati al campo, tramite una serie di attività fortemente competitive, che prevedevano l’assegnazione di un “trofeo” (in veste di totem) ai vincitori e niente agli sconfitti.

L’antagonismo venne subito a galla, e in occasione di una semplice partita di baseball tra i due gruppi, i Rattlers dichiararono il campo per gli allenamenti loro territorio, e che gli Eagles non avrebbero potuto disporne.
Shefir e i suoi ricercatori si misero all’opera continuando a fomentare malcontento e inimicizia: arrivando a far ritardare deliberatamente uno dei due gruppi per l’ora del pasto, permettendo al gruppo puntuale di divorare tutte le razioni previste per quel giorno.

Si passò ben presto dagli insulti verbali alle azioni dimostrative, dopo che gli Eagles vennero riforniti opportunamente di fiammiferi, che vennero adoperati per incendiare la bandiera dei Rattlers, cosa che ovviamente causò l’immediata ritorsione di questi ultimi che, penetrati nella parte di campo “nemica” distrussero la cabina degli Eagles e depredarono il loro equipaggiamento e beni personali.
La violenza raggiunse il livello di guardia, con qualche scontro fisico, tant’è che i gruppi vennero tenuti separati dagli organizzatori per un paio di giorni.

I ragazzi si odiavano al punto tale che Shefir decise fosse arrivato il momento di verificare finalmente la sua teoria.
No, non incendiò la foresta.
Stavolta ritenne più opportuno assetarli.

In che modo?

L’unico accesso all’acqua potabile per entrambi i gruppi era costituito dalle scorte presenti nelle rispettive cantine. Sparita l’acqua, ecco verificarsi la necessità.
La sopravvivenza, però, era a “portata di mano”. C’era un serbatoio colmo di prezioso liquido, in cima a una collina lì nei pressi, era nascosto, ovviamente, per non farla troppo facile, e bisognava ingegnarsi per poterci arrivare.
Oltre che scostare le pesanti rocce che ne seppellivano il rubinetto.
Infine accadde: quando i Rattlers e gli Eagles giunsero sulla collina erano disidratati e con poca, pochissima voglia di combattersi a vicenda. Stando al resoconto, avevano già iniziato a fondersi di fronte alla minaccia comune.

Shefir era tutto contento: aveva dimostrato la sua teoria.
Teoria e conseguente dimostrazione giudicata, durante i successivi sessant’anni, oltre che inammissibile dal punto di vista etico, inconcludente.
I partecipanti erano tutti ragazzi bianchi, provenienti da famiglie borghesi e di orientamento protestante. Un campione assolutamente non rappresentativo della società coeva.
Inoltre, la costante azione di sabotaggio, per quanto ignota ai partecipanti, da parte dei ricercatori venne definita innaturale e invero “pesante”. In altre parole le reazioni dei ragazzi, il sorgere di conflitti e violenza furono ineluttabili, perché veicolate. Chiunque, in quelle circostanze, avrebbe agito nello stesso modo perché lasciato senza possibilità di scelta.
Una sapiente regia aveva voluto dimostrare l’insita violenza nell’essere umano, di fatto creandola.

Doug Griset, una delle “cavie”, ha dichiarato: “L’esperimento non mi ha traumatizzato, ma non mi piacciono laghi, campi, cabine o tende”.

Piccola curiosità, il Robbers Cave Experiment anticipò di un anno la pubblicazione del Signore delle Mosche di William Golding.
D’ora in avanti, quando vi imbatterete nell’ennesima informativa sulla privacy, fermatevi un istante a rifletterci.

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