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Le isole della mente di Gediminas Pranckevicius

by Germano on 09/10/2015
Book and Negative

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Riprendiamo la nosta rubrica artistica del venerdì con Gediminas Pranckevicius.
Dietro questo nome impronunciabile si nasconde un giovane illustratore freelance, di Vilnius in Lituania.
Ho incrociato i suoi lavori su Pinterest, giorni fa, e ne sono rimasto folgorato.

Isole della Mente è il nome che io ho attribuito a una serie particolare di sue illustrazioni, delle quali parlerò in questo post, perché la prima cosa a cui ho pensato, guardandole, è un concetto romantico, un simbolismo di un’altra epoca.

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Ho vagato tra i ricordi, ammirando antiche tele di Fussli e Bocklin. Di quest’ultimo, soprattutto, ho ricordato l’Isola dei Morti.

È trascorso più di un secolo da quel dipinto e noi ritroviamo tale potenza espressiva in queste modernissime tele grafiche, che ci mostrano altrettanti stati della mente, abbarbicati a sporgenze sottili e geologie impossibili.
Aggrappate e fiorite come vegetali, in modo incontrollato, come è la nostra facoltà di attribuire alle singole memorie valori e importanza da noi stessi, oppure di esserne travolti.

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Il cosiddetto ordine dei ricordi non l’ho mai interpretato come una serie di scaffali ordinati nei quali vengono impilate le informazioni, ma proprio come un insieme disomogeneo, un accumulo dato dall’intensità di ciascuno di essi.
Allora, abbiamo tavole che stabiliscono le loro fondamenta esattamente in un aldilà simbolico, ma che ha altrettanta forza, come nella concezione di Bocklin. Dal profilo di un teschio s’erge un’impalcatura di ricordi sognanti, montagne, lo skyline di una città lontana, un gigantesco albero con sotto un tavolo e due sedie per un picnic intimo, della memoria; scenario in cui, tuttavia, manca qualsiasi presenza vivente.

Abitazioni affastellate, quali crescono nelle megalopoli senza controllo, vero mondo sommerso dove nuotano ombre di mostri inquietanti e dove un solo pescatore, su una barchetta tanto piccola quanto fragile, cerca la sua sfida, che forse è anche il suo destino.

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La Midsummer Station, la stazione di mezza estate può essere considerata il nucleo di un ricordo giovanile, una bella estate calda e assolata, che s’è sgretolato e fatto ombroso con l’avanzare dell’età, cedendo il passo, e il terreno, al vuoto di una memoria che recede. Qui, addirittura, la sola presenza umana non cerca nemmeno di pescare, nonostante lo specchio d’acqua, è impegnata, al contrario a giocare con un aquilone. Presenza arresa e malinconica, sottomessa allo scorrere impietoso delle stagioni, come suggerito dalla ruota del mulino d’acqua.

Autumn

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Stessa impressione di consunzione data dal tempo, di logoramento della memoria è quest’altra tavola, che raffigura un gruppo di case abbarbicate una sull’altra, fino all’estremo del precipizio, dove tuttavia la costruzione e la solidità dell’architettura viene sconfitta dal decadimento naturale degli elementi che la compongono. La casa che sporge infatti è in stato di abbandono, preda di un lento cedimento strutturale. Un ricordo che sbiadisce.

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L’ennesima crescita che asseconda uno sviluppo che richiama il mondo vegetale, e non solo nella presenza dell’albero. Ricorrenti, in questo caso, sono le case a grappolo, la pozza d’acqua che cela presenze oscure e minacciose, e la malincconia di un pianista che compone melodie portate via dal vento, come le foglie.

Infine, ritorna la diretta associazione tra mente umana, la testa di profilo (che ricorda un moai), che cela dentro di sé esperienze caotiche. Alcune preferenziali, altre più subdole, esperienze o sensazioni. Si scorge una caverna con tanto di animale guida, accanto al fuoco della memoria, altre belve selvagge, una sorta di miniera in cui sono stipate casse, catalogate da un’impiegata, un velo rosso scosso dal vento e, sulla sommità, un paesaggio che sa tanto di presente e futuro insieme (la presenza della ghigliottina), quel misto di sogni, speranze e angosce, che ancora ci devono segnare.

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Il sito dell’artista

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