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Le Cinque Regole del Remake

by Germano on 21/01/2010
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Qualche anno fa i remake erano solo una pioggia. Servivano a sottrarre alle serie televisive il dominio incontrastato sul pubblico. Le serie avevano tutto: qualità, spessore narrativo, bellezza, completezza d’intreccio. Di contro, il cinema, oltre ai rifacimenti -quasi sempre mediocri- di classici di successo, era solito offrire psicodrammi a base di drogati e/o psicopatici, violenza domestica edulcorata, fantasy a dir poco ridicolo, film di avventura che a guardarli ci si addormentava, film italiani che facevano vomitare persino i Duri del Roadhouse e film d’animazione in CG che facevano sbadigliare pure i bambini, tanto erano idioti e scontati.
*Ehi, ma, ci sono le macchine parlanti!*
*Fico!*
Certo, come no. Sarebbe fico se fossi intrappolato da qualche parte senza poter uscire. E anche in quel momento cercherei di farla finita pur di non sorbirmi i regali che i soliti geni laureati in marketting e comunicazione di turno sfornano perché, loro sì che hanno studiato e sanno cosa piace alla gente!
Noi avevamo Go Nagai, e scusate se è poco.
Stesso discorso per la letteratura. I soliti noti, laureati, sanno cosa piace al pubblico, ovvero, secondo loro, la merda con la quale riempiono gli scaffali delle librerie, oggi.
Inutile dire che SI SBAGLIANO. Ma chi mi ascolta da quaggiù?

- particolare del poster di "Being John Malkovich" -

- particolare del poster di "Being John Malkovich" -

L’arte, in generale, è decadente come non lo è mai stata.
E questo è il frutto della commercializzazione, in primis, e della banalizzazione.
E del voler ridurre ogni cosa in categorie facilmente percepibili, assimilabili e ricreabili, tramite l’ausilio di manuali, non solo sulla scrittura, ma su qualunque altra cosa.

È altrettanto ovvio che:

a) sto generalizzando, quindi non mi tirate in ballo le solite eccezioni perché so che esistono.

b) scatenerò la solita polemica sulla presunta positività e utilità del genere artistico e, a dire il vero, non me ne frega niente. Queste sono le mie idee, delle quali sono convinto. Voi avete le vostre ed è giusto e bello che sia così. Solo la storia potrà dire chi di noi ha ragione -e magari nessuno di noi-…

Tornando al cinema e ai remake. Ora siamo in piena tempesta. Tre annunci di altrettanti rifacimenti mi hanno scioccato:

1) The Thing, il remake/prequel (?) de La Cosa (1982), previsto per quest’anno.

2) Suspiria (1977), anche questo per il 2010.

3) Fright Night (1985), meglio noto come Ammazzavampiri, per il 2011.

Ora, sinceramente, ma vi sembra possibile tutto ciò? Esistono, forse, film più inutili di questi futuri remake? No, dico, pensateci. Qual è la logica?
Prendiamo tre capolavori, per nulla datati, e rifacciamoli mettendoli in mano a qualche bamboccio di regista, magari alle prime armi. Perché? Perché il pubblico odierno non ne vuol sapere di technicolor? Perché gli effetti speciali di allora facevano ca*are in confronto al 3D di oggi? Perché non fanno paura a nessuno?
Personalmente non riesco a trovare un motivo valido per rifare questi tre, e moltissimi altri film che, ahimé, hanno già visto la loro riedizione squallida, Il Pianeta delle Scimmie e Nightmare on Elm Street, tanto per citarne due illustri…
Ciascuno di questi tre film in oggetto, a mio avviso, è superiore al giocattolone di James Cameron. Persino Ammazzavampiri, che è e rimarrà un gioiellino per molti versi ineguagliabile.

- A momentary Lapse of Reason -

- A momentary Lapse of Reason -

Non c’è più il coraggio, l’incoscienza, la sfrontatezza di concepire certe storie? Sì, questa potrebbe essere una delle ragioni.
Pellicole come Gremlins e Grosso Guaio a Chinatown, oggi, non sono più possibili.
Sulle motivazioni del perché non lo siano più temo che nessuna risposta che possa darvi risulterebbe soddisfacente o esaustiva.
So soltanto che se l’aspirante sceneggiatore di turno si recasse dai produttori con un soggetto riguardante un camionista che deve affrontare uno stregone immortale cinese e salvare una ragazza dagli occhi verdi, oggi gli riderebbero in faccia.
E’ così che stanno le cose. Fatevene una ragione. Ragion per cui, meglio ripiegare sul remake.

Stamane ho trovato un articolo di Vic Holtreman di ScreenRant che propone cinque regole alla base del buon remake. Ho deciso di riproporvele perché le condivido, almeno in parte.
Eccole qui:

1) Essere uno dei tanti, innumerevoli remake di un film arcinoto.

2) L’originale è terribilmente datato che è necessario svecchiarlo.

3) L’originale è poco conosciuto e poco amato.

4) Il remake porta delle effettive novità rispetto all’originale.

5) L’originale non deve essere considerato intoccabile.

Con alcune di queste sono d’accordo, con altre meno. Ma le considero comunque un ottimo vademecum che si dovrebbe tenere sempre presente. Specialmente la numero quattro che, se seguita, come nel caso di Dawn of the Dead del 2004, può dare origine a varianti d’interesse.
La prima non la condivido, per il semplice dato di fatto che l’abuso è sempre negativo. Ci hanno riempito di vampiri e il risultato qual è stato? Quello di rigettare a priori qualsiasi lavoro che odori anche solo lontanamente di non-morti, anche se quelli odierni fatico persino a considerarli tali.
La regola che, però, stamperei sulle nuove tavole della legge della cinematografia è la n. 5. Non si può, non si dovrebbe in nessun caso avere l’ardire di rifare un film “sacro”. Specie se, come al solito, l’unico risultato che si vuol centrare, lungi dall’essere un sincero omaggio all’opera dell’autore (autrice) originale, è solo e soltanto il tornaconto economico, sperando di attirare più spettatori possibile solo in virtù del successo che l’altro film ebbe a suo tempo. Vergognoso.
Pensate a un remake di uno qualunque dei vostri film preferiti. Ma come fate a non indignarvi?

fonte:
screenrant.com

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