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La necessità di un titolo figo

by Germano on 13/06/2017

Parallelamente al mio lavoro di editor, prendo molto sul serio quello che è, a tutti gli effetti, il mio secondo lavoro: scrivo.
Il sogno è camparci, col mio secondo lavoro. Ci sto ancora… lavorando. Ma non giriamo intorno alla questione:
Per poterci campare bisogna vendere i propri libri.
Per venderli bisogna renderli appetibili.
Per renderli appetibili bisogna dar loro una buona sinossi.
E un buon titolo.

Già. un buon titolo.
Sembra ovvio, ma… non è così semplice.
Sinossi e titolo sono parimenti l’incubo ricorrente mio e della maggior parte dei miei colleghi.
Leggevo un articolo, giorni fa, sulla filosofia, o la scienza, o un misto tra le due, che c’è dietro alla scelta del titolo di un libro.
E, ancora più in generale, dietro alla funzione stessa dei nomi. Diamo un nome alle cose per possederle, diceva una certa teoria magica legata alle rune e al loro simbolismo.
Diamo un nome alle cose, più probabilmente, per non dovercele spiegare. Subito dopo la potenza del simbolo che, nei suoi tratti, custodisce un’intera visione, c’è il nome. Dare un nome è l’atto arbitrario per eccellenza. Se amate miitologia e religione: Adamo venne investito della facoltà di dare i nomi alle cose della Terra, perché erano a sua disposizione.

Quindi l’enorme massa d’acqua dai colori appartenenti alla scala del verde e dell’azzurro, mossa da elementi atmosferici, salata, che ospita la vita noi l’abbiamo chiamata mare.
Per comodità.

Ecco, dare un nome a un libro, un nome proprio, un titolo, è esercitare questa stessa arbitrarietà, ma con una sostanziale differenza.
Non avevamo bisogno di vendere il mare. Si vendeva da solo, tanto ricco e splendido era ed è sempre stato.
Mentre noi abbiamo bisogno di vendere il nostro libro.

Quindi il nostro atto arbitrario ha un doppio fine. Il nostro titolo deve solleticare la fantasia del potenziale acquirente, tanto da indurlo a spendere soldi.
Ma non solo.
Non è solo questione di target.
Perché mai soddisferemo, ovviamente, l’intero parco lettori. Ma solo una parte.
Alcuni non saranno mai d’accordo col titolo scelto. È fisiologico.

Saranno d’accordo, invece, coloro che corrispondono ai nostri gusti. Che la pensano come noi.
Questo, secondo la teoria della roba figa in letteratura:

La Teoria della Roba Figa in Letteratura è la seguente: tutta la letteratura consiste di ciò che lo scrittore pensa che sia una figata. Il lettore gradirà il libro nella misura in cui egli concorda con l’autore riguardo a cosa sia figo. E questo funziona su tutto lo spettro, dagli orpelli esteriori al livello delle metafore, il sottotesto, ed il modo in cui uno usa le parole. In altre parole, io ad esempio non sono il tipo che pensa che le corazze di piastra e le grosse spadone massicce siano fighe. Non mi piacciono. Io preferisco i mantelli e i fioretti. Perciò scrivo storie con dentro un sacco di mantelli e fioretti, perché è una figata. I tizi a cui piace la ferramenta militare, che pensano che la ferraglia militare d’avanguardia sia figa, non è che zampetteranno contenti avanti e indietro sui miei libri, perché hanno un’idea diversa di cosa sia figo.

Il romanzo deve essere compreso come una struttura costruita per accomodare la maggior quantità possibile di roba figa. (Steven Brust)

E io aggiungo: a partire dal titolo.
E poi, il titolo, qualunque esso sia, non deve soddisfare solo il lettore, ma anche l’autore. Insomma, il libro è la nostra creatura, deve piacerci, non possiamo castrarci solo  per la necessità di soddisfare l’acquirente.
Il titolo deve catturare l’attenzione, ma, in qualche maniera essere il simbolo di ciò che è narrato nel libro. E deve, allo stesso tempo, corrispondere al senso del figo nelle menti altrui.
Ecco, ancora di più della sinossi – la cui lunghezza ideale, secondo certe teorie, s’attesterebbe sulle trenta parole di numero (non una più, non una meno) – un buon titolo deve racchiudere il contenuto del libro in una manciata di parole. Da uno a cinque.
Mission: impossible?
Forse. O forse no.

L’ostacolo fondamentale è che la maggior parte degli autori trova estremamente difficile riassumere il contenuto del proprio libro. Nonostante sia pieno di roba (per lui) figa.
La sinossi è un incubo anche per quello. La difficoltà  di spiegare (o mostrare, o ancora raccontare – argh!) perché questa è roba figa.
Perché è stato necessario scrivere un intero libro, per spiegare questa storia e quanto sia figa. Impossibile farlo in due parole, giusto?

Eppure…
1984.
Fahrenheit 451.
La storia dell’Ancella.

Io trovo che siano titoli perfetti. Incuriosiscono al punto giusto. Spingono a un approfondimento.
Come vedete, andiamo da 1 a 4 parole.
Nei limiti. Alla perfezione.
Sono solo parole, ma hanno in sé la forza del simbolo.
E sì, ci sono le eccezioni.

E a mio nipote Albert lascio l’isola che ho vinto a Fatty Hagan in una partita a poker

Che esistono per gettare tutto nel relativismo più spinto. Com’è giusto e naturale che sia. Visto che l’intero discorso nasce, come lo stesso linguaggio, da un atto di pura arbitrarietà.
E io? Ce l’ho fatta? Sono mai riuscito a dare alle mie storie un titolo da ricordare?

Mi piace pensare di esserci riuscito in almeno un caso. E voi?

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