Il rococò infernale di Anne Bachelier

by Germano on 10/03/2021

Per cominciare, un po’ di musica
Sì, una melodia particolare, ne convengo.
Scelta perché, tornando alla rubrica artistica (abbandonata per troppo tempo, proprio come il blog), voglio che sia chiaro che non sono un critico d’arte, ma ho avuto a che fare con la pittura, l’ho studiata (ma non è la mia materia di studi principale), ho avuto un padre che si dilettava in pittura e scultura e che ha fatto qualche mostra, e ha pure venduto bene, e io… io ho persino sperimentato di persona qualche tecnica (matite, carboncino, acquerello e olio), ma non sono mai stato un pittore. Non impugno un pennello o una matita da più di vent’anni.
Così è.



Dell’arte amo l’estetica, e il simbolismo. E in ultimo i colori.
E, talvolta, mi piace ritrovare in dipinti di pittori sconosciuti certe mie visioni narrative, così come altre volte capita che assorba le loro visioni e le traduca nei miei scritti.
L’arte è feconda, così come la narrativa, non lasciatevi ingannare dalla mediocrità di chi sostiene il contrario, ovvero la morte dell’originalità.

Anne Bachelier non la conoscevo fino all’altro ieri, quando come sempre succede, mi sono imbattuto in un suo lavoro, su Pinterest.



Ho pensato al Re in Giallo. Sì, perché no.
Anche se – ufficialmente – Anne, classe 1949, certe letture non le ha mai fatte. Almeno in teoria.
Poi, subito dopo, ho pensato al Rococò.
Che, in modo molto stringato, è, nella sua componente pittorica, lo stile che meglio si confaceva, nel Settecento, alla ricchezza e alla libertà mentale della classe nobiliare. Prima che il pensiero di questi ultimi rotolasse, all’interno delle loro teste, nelle ceste alla base delle ghigliottine, alla fine di quello stesso secolo.

Vedute bucoliche.
Figure impegnate nell’ozio quotidiano. Chiacchierate sui prati, giochi sciocchi, passatempi all’ombra di alberi frondosi, facezie amorose.
Solo che Anne Bachelier queste cose, che poi sono il soggetto dei suoi quadri, pare vederle collocate in una dimensione ctonia.
Nebbia, picchi scoscesi, alberi morti, acque scure.
Ci piace.



E figure mascherate, non da Pierrot con la sua lacrima persistente – simbolo, credo, di tutte le frustrazioni odierne di personaggi ugualmente fallaci -, ma altrettanto mitologiche, impegnate in danze, processioni, rituali ancestrali, matrimoni, sacrifici, punizioni per disobbedienze, perché la pietas è stata violata, o per l’arroganza derivante dalla troppa bellezza.
Facile, in quest’ultimo caso, che la Morte su un cavallo nero venga a tirarvi i capelli.



O che la Mano di Dio venga a giudicarvi colpevole di qualcos’altro, tutto quello con cui gli stolti mortali possono annoiare gli dei.



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