Underground

Il lato positivo del finale

JenniferLawrence

L’altro giorno, mentre pensavo a come mandare avanti la baracca, mi son guardato qualche film. Tanto per ricordarmi che questo è un blog di cinema e dintorni.
Due aventi come protagonista Jennifer Lawrence, la ragazza che mangia come un cavernicolo (parole sue), ed è bellissima, e ha vinto l’Oscar a 23 anni, ed è una di quelle che se hai l’occasione e te la fai scappare sei un fesso:

Il Lato Positivo
e
House at the end of the Street

E uno con protagonista Amber Heard: Syrup.

Sì, esatto, li ho visti per le attrici in questione, normalmente li avrei schivati come pallottole.
Sì, sono in grado di schivare le pallottole e ho gusti superficiali, contenti? ^^

Per cui, per comprendere appieno il seguente sproloquio NON conviene tanto aver visto i film in oggetto, bensì comunque aver visto almeno un paio di film in vita vostra, e aver letto un buon libro, perché si andrà a discutere (con la vostra partecipazione, mi auguro) di narrazione. Nella fattispecie di finali.

[per cui sì, ci sono spoiler multipli e ad assetto variabile…]

Due dei film precedenti, Lato Positivo e Syrup, sono commedie romantiche. E quando dico commedie non intendo film comici, come molti credono.
Il terzo, quello della Casa in fondo alla Strada, è un horror/thriller vecchio stampo.
Ora, Lato Positivo e Casa in fondo alla strada sono persino inquietanti, se visti per le loro analogie, uno di seguito all’altro.
Il fatto poi di avere la stessa protagonista rende il tutto anche più divertente. Perché se nel Lato Positivo c’è una sorta di elogio della follia, in cui protagonisti disastrati dalla vita, sotto psicofarmaci, trovano nell’amore reciproco la forza motrice per superare la loro pazzia e la fragilità che ne deriva, inscenando un finale pieno di zucchero (che comunque ci sta tutto) nel secondo, a parità di disagio mentale, questo diviene ostacolo insormontabile: i pazzi sono pazzi, e per di più pericolosi, e vanno fermati con le maniere forti, altrimenti ti fanno la pelle. Pessima scelta, per messa in scena e resa, non tanto per contenuti.

***

Amber_Heard_gif

Comunque, c’è un particolare, del Lato Positivo, che mi ha fatto riflettere: il protagonista maschile, impegnato a leggere un libro di Hemingway per distrarsi dalle sue ossessioni, lo getta dalla finestra perché non riesce a sopportare il finale tragico, in cui la protagonista femminile muore subito dopo aver recuperato un travagliato legame sentimentale col proprio uomo.

È un libro di Hemingway, un capolavoro della letteratura.

Il finale di Syrup è invece tragico: i due protagonisti non riescono a superare l’etichetta imposta loro dalla società e a trovare un motivo per far funzionare la loro storia al di là della recita che quotidianamente sono costretti a compiere. È così tanto radicata in loro, la finzione, che ormai è diventata reale. Quindi la loro storia non può avere un futuro.

Il Lato Positivo è l’unico film dei tre ad avere un finale ottimista in cui tutti sopravvivono e sopravvive, fiorisce persino, la storia d’amore, in aperto contrasto con Hemingway e coi finali tragici, tanto vantati dai critici. E amati dai radical chic (il che mi porterebbe a odiarli per reazione, ma non divaghiamo).

Come il vecchio Love Story: legame travagliato, ostacolato da differenze sociali, alla fine i due si mettono insieme, lei si ammala e muore.

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Fiumi di lacrime.
E anche qualche risata, decenni dopo. Sapete, le nuove generazioni… ^^ (balle, ho riso anch’io, perché quando è troppo è troppo XD)

Eppure, la letteratura vuole i finali tragici. Li considera migliori, più sentiti, più realistici, meno banali, in sostanza. Anche la critica li considera tali. E se ciò non è dogma ufficiale, diciamo che viene rispettato in via ufficiosa.
Come se fosse poco conveniente fornire allo spettatore un po’ di speranza, giusto quel po’ che gli servirebbe a non gettare il libro dalla finestra.

Scherzando, ma anche no, qualche settimana fa mi si faceva notare che il finale del mio libro, GfH, avrebbe potuto essere diverso, ma solo in senso tragico, non sospeso, com’è in realtà. La bambina che sarebbe dovuta venire alla luce avrebbe dovuto portare con sé qualche lutto… magari morire insieme alla mamma, o morire lei, o far morire la mamma. Insomma, tragedie all’ombra della pandemia gialla…

***

lannistersendtheirregards

C’era anche un vecchio adagio, che poi è quello seguito da Martin nel suo Gioco del Trono. Se vuoi bene ai tuoi personaggi, devi rovinargli la vita. Perché una storia interessante è una storia difficile. E i lettori soffriranno, ti malediranno, ma poi ti ringrazieranno, perché avrai rispettato i personaggi e soprattutto loro, i lettori.

Ecco, magari Martin radicalizza un po’ troppo, anche se lo sapeva benissimo, il volpone, che sarebbe stato un successo assicurato. Ma il senso è quello.

Le nozze rosse rendono onore ai personaggi? O li sprecano?

Parliamo di esiti.
Esiti in generale, senza fissarsi su Martin, che in ogni caso ho addotto come esempio lampante.

Abbiamo il finale:

Tragico
Sospeso
Inquietante
Vittorioso, ma che sa di disfatta
Positivo

(e se ve ne vengono altri in mente, aggiungete pure)

Ecco, uno dei finali più belli, per quel che mi riguarda, è quello de La Cosa di John Carpenter. Due sopravvissuti (a stento) alla battaglia contro la creatura, che si scambiano una bottiglia di whisky in mezzo alle macerie fumanti del loro campo base al polo sud.
Quando il fuoco si spegnerà i due moriranno assiderati.
E non importa, perché è un finale da brivido. Sospeso, tragico, e vittorioso insieme. Non si può chiedere molto di più.

Altro giro altra corsa, Ripley che va in ipersonno nella capsula insieme a Jones il gatto, subito dopo aver ammazzato lo xenomorfo, sperando che la navicella di salvataggio venga intercettata da altre navi, altrimenti…

E per concludere, tra i finali preferiti, il director’s cut di Blade Runner, che nega il finale ecologico imposto dalla produzione, con Rick e Rachel che si allontanano in auto tra verdi colline, e fissa il momento alla chiusura delle porte dell’ascensore. Non sapremo mai cosa ne sarà stato di loro. Ed è giusto così.
Senza considerare poi l’altro finale, quello di Roy Batty, e le lacrime che si perdono nella pioggia…

roybatty

***

Quindi sono un patito dei finali grigi, ambigui, magari sospesi. Non di quelli tragici, e nemmeno di quelli zuccherosi. Eppure, proprio come il protagonista di Il Lato Positivo, c’è stato un momento in cui non sopportavo di leggere tragedie, quindi anelavo un finale tranquillo, dove ogni cosa andasse al suo posto, senza scossoni.

Voi che finale preferite? Sono molto curioso di saperlo. E, al di là dei gusti, quale finale è il più efficace, secondo voi? E perché?

Kick-ass writer, terrific editor, short-tempered human being. Please, DO hesitate to contact me by phone.
  • Ops, m’è scappato il grassetto. 😀

  • Ci avrei giurato che ti piaceva Jennifer Lawrence… un po’ Deschaneliana, in effetti. 😉
    il Senso Positivo l’ho trovato una puttanata talmente colossale da non sprecarci neanche una recensione. Fatto con mestiere e con un ottimo cast, ma… sempre di puttanata si tratta. 😀

    Venendo al tema “finali”: ho sempre pensato che sono la cosa più difficile, anche nei romanzi e nei racconti.
    Il finale deve dare un senso al tutto, tirare le fila, soddisfare.
    Quanti film/romanzi belli sono stati rovinati da un finale di merda? Millemila.

    Non è un caso che in una mia ideale Top Three dei finali più belli ci siano anche molti tra i film più belli che ricordo di aver visto: 2001 Odissea nello Spazio, non una parola di spiegazione, una sequela di immagini sconcertanti e simboliche, un bambino stellare che osserva la Terra come un giocattolo. Applausi a scena aperta.
    Quadrophenia: al termine della parabola discendente del giovane mod Jimmy, questo si lancia dalla scogliera di Dover con tutto lo scooter. Ma nell’ultima inquadratura, è solo lo scooter a volare giù e fracassarsi sugli scogli. Simbolismo a manetta. Musica a palla. Ancora applausi.
    Inception. È vero, non è un espediente nuovissimo: ma Nolan non è mica un cazzoncello come Favreau (ho citato solo il più recente fuoco di paglia hollywoodiano), e lo fa con una classe che lèvati.
    Il film sembra concludersi per il meglio. Tutto fila al suo posto, ma la cinepresa chiude sulla trottola di metallo che gira. E gira. E gira. Non la vediamo fermarsi. Quindi era un (bel) sogno anche quello? O semplicemente non la vediamo fermarsi perché la scena viene tagliata prima? 30 minuti d’applausi.

    • 2001 è epico in qualunque scena, incipit indimenticabile, che individua nell’assassinio il primo atto senziente della specie umana e poi nella trascendenza (?) il nuovo salto evolutivo che ci avvicina all’assoluto…
      Ma de che stamo a parlà, non esiste niente di così completo, nel cinema, a tutt’oggi.

      Quindi mi piaccono le donne deschanelliane? Sì, da pazzi. 😀

  • A me i finali tragici, se coerenti, solitamente piacciono molto.
    Preferisco però i finali aperti, quelli che, anche in un cumulo di macerie lasciano uno spiraglio, uno qualsiasi, e che ti permettano di continuare a immaginare la vita di qualche personaggio.
    Però, se devi fare un finale tragico, che sia il più asciutto possibile.
    E mi viene in mente il finale di Easy Rider, che è secco e brutale.
    Quanto al lieto fine, a volte ci sta. E ci serve anche.

    • Ripensavo al finale di Killer Joe… ecco, tu come lo vedi quello?

      • Spettacolo. 😀

      • Grottesco e aperto.
        Ti lascia interdetto.

  • secondo me i finali migliori sono quelli che quando si arriva ai titoli di cosa ti fanno pensare “ho visto un gran bel film” e ti lasciano uno strascico di sensazioni addosso… così su due piedi mi viene in mente Leon

    parentesi riguardo le nozze rosse: ok spiazzano lo spettatore, lasciano l’amaro in bocca ma sono perfettamente sensate, necessarie, ai fini della trama… la serie si chiama “il gioco del trono” nel quale tutti i personaggi sanno che o si vince o si muore: non a caso sono morti Ned e Robb ovvero i personaggi più ingenui ed in una serie dove ognuno paga un conto salatissimo per ogni errore (vedi la mano di jaime per un po’ di insolenza) non avrebbe avuto senso premiare con concrete possibilità di vittoria (alleanza con i frey) un personaggio come robb che battaglie escluse ha inanellato solo minchiate una dietro all’altra (perdere jaime, uccidere lord karstark, rompere il giuramento con i frey)
    se andiamo sul lato lannister possiamo vedere che effettivamente ogni aiuto è pagato profumatamente: due matrimoni ai tyrrel di cui uno con il re, il castello di harrenhal a ditocorto, perdono lampo per chi cambia bandiera e passa dalla loro parte (frey, bolton, gli alfieri di renly), per non parlare di tutto l’oro che spende tyrion tra donne e mercenari
    situazione un po’ diversa per daenerys non salda i debiti ma uccide i creditori
    le morti di questi personaggi principali servono a cancellare totalmente quel senso di sicurezza più o meno consapevole che fa pensare “può finire bene o male ma in ogni caso arriverà fino in fondo”, imho in questo modo si è realmente partecipi di ognuno dei rischi che si prende uno dei personaggi durante TUTTO lo svolgimento della storia e non solo quelli di una eventuale “battaglia finale”

    • Lo so, ma ci troviamo comunque di fronte a una serie di personaggi sviluppati per quanto libri? Tre, quattro? E che all’improvviso cessano di esistere.
      Non mi riferisco ai personaggi in particolare, Robb etc…, ma alla logica di questa scelta.
      Mi restano dei dubbi.

    • 9 anni ago

    Ciao Hell bellissimo argomento 🙂 Mi trovi d’accordissimo sullo stile Carpenter che è un gran maestro nei finali,quello della Cosa poi è superlativo. Tra i mie preferiti c’è quello di Non aprite quella porta:Sally che in stato di shock si allontana da Faccia di cuoio che “danza” all’alba con la sua motosega,dando al finale un non so che di onirico..Un’altro super finale è quello di The Cube!

    • Sì, molto belli entrambi. La risata folle di Sally, tutta coperta di sangue, e Leatherface che sventola la motosega…

      Grazie mille dell’intervento. 😉

  • Mi fai venire in mente Fight Club: nel libro l’attentato fallisce, nel film i grattacieli vengono giù davanti a Tyler e Marla e la battuta conclusiva del responsabile è “Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita”. Stessa storia; in un caso finale amaro, nell’altro vittorioso-che-sa-di-disfatta. In entrambi quel minimo di ambiguità, perché non si sa come finiranno i protagonisti.
    Personalmente preferisco sempre il secondo, ma solo per un fatto di teatralità. Bastano un po’ di fracasso e scorrettezza per conquistarmi. (Lo so, sono un mostro.)
    Sul piano dell’efficacia penso la spunti la conclusione in sospeso, almeno in campo cinematografico: niente di meglio che lasciar modo allo spettatore d’immaginare da sé ciò che vuole.

    • Ciao, benvenuta. ^^

      Ecco Fight Club è un altro film/libro che mi piace molto, specie il finale.
      Parli di cinema, ma invece riguardo la letteratura che ne pensi? C’è qualche differenza?

      • Eh…
        Io invece certe sfumature le avverto anche dal testo. Ovviamente, si tratta di testi (e autori) eccezionali, ma ci si riesce. O almeno io ci riesco, ma in effetti potrebbero essere solo costruzioni mentali mie. 😀

        È un discorso interessante, perché io scrivo convinto di riuscire a trasmettere certe emozioni, e in effetti non mi pongo mai (o me lo pongo relativamente poco) il problema che al lettore una determinata scena possa non dire nulla…
        Però per quanto mi riguarda il testo (almeno il mio) deve divertire innanzitutto me, poi il lettore se ne farà una ragione. 😀

        Per finire, libri e film per me sono mezzi di narrazione equivalenti, più di quanto possa sembrare, per cui tendo a non fare distinzione. La mia idea è che certe tecniche possano essere usate con entrambi, e con esiti validi.

      • Grazie del bevenuto. 😀
        Sì, per me c’è differenza. Un film è immediato: se il finale è aperto viene spontaneo immaginare come potrebbe finire. Invece coi libri non è per nulla automatico. Per esempio io, che ho la sensibilità di un bisonte impagliato, mentre leggo non penso mai a cosa accadrà più avanti e quindi mi indispettisco se non mi viene detto chiaro e tondo, o almeno fatto intuire, come finiscono i personaggi.
        Che poi deriva dal fatto che di cinema non so niente di niente, mentre sui libri ho passato più tempo e ho il terrore di farmi ingannare apprezzando una ciofeca. 😀
        Senza contare che in un film la tragedia o il buonismo (come anche lo splatter eccetera) possono risultare comici a chi non li apprezza, mentre in un libro annoiano e basta.

  • Non ho mai capito chi sente l’esigenza di un finale positivo.
    La vita non è rassicurante, perché un libro o film dovrebbero per forza esserlo?
    Mi piacciono i finali sensati, innanzitutto.
    Poi quelli ambigui o sospesi, esattamente come te.
    Per dire, il finale di Dawn of the dead (1978) lo ritengo davvero bello-bello, al pari di quello de La Cosa.

    • Può essere anche un boomerang, il finale positivo, perché poi ci si guarda intorno e…
      Giusto, quello di Dawn of the Dead è potente, e anche speranzoso, perché no? ^^

  • Il finale consolatorio e allo stesso tempo quello fallimentare, due opposti quindi, sono quelli che meno sopporto. Preferisco appunto un finale come quello de La Cosa che hai citato tu, dove puoi effettivamente pensare che i due muoiano. O anche no.
    Qualcosa deve andare nel verso giusto, non tutto. Ho notato però per l’appunto che il tragico viene sempre considerato quelli “fico”, come patteggiare per i bad guys. Credo che anche questa scelta sia banale, il negativo sempre e comunque. Male+finale tragico= originalità, secondo molti. Io penso di no.

    • ‘Sta cosa di parteggiare per i bad guys mi è nuova. Cioè? Per fare i fighi tifano per i cattivi?

      • Segno 😉

      • Direi proprio di sì. Al cinema ultimamente si va avanti per archetipi.
        Ecco, se non l’hai mai visto, The Shield, te lo consiglio. ^^

      • No, ho capito a cosa ti riferisci ma non l’ho mai visto. Che poi in letteratura mi sembra ci siano molti più personaggi come dico io, rispetto al cinema. Forse il pubblico “visivo” ha bisogno di modelli predefiniti e immediati?

      • Un po’ come i personaggi di The Shield. Ce l’hai presente?

      • Ecco, in fondo ci capiamo subito. Io stesso parteggio per il personaggio meglio caratterizzato, ma provo sempre più simpatia per quello che sta giusto sul confine. Facendo un esempio banale ma semplice da ricordare, in Star Wars non me ne fregava una cippa né di Luke, né di Vader. Han Solo era quello che avrebbe potuto fare la differenza, non fosse stato addolcito in seguito.

      • Io parteggio per i cattivi perché, di solito, sono i personaggi meglio caratterizzati, e gli attori sono molto più bravi. Ma devono essere cattivi eccezionali.
        Cioè, dieci volte più affascinanti di Gozer il Gozeriano. 😀

      • Mai capitato a te di incontrare gente così? Io a pacchi! Tipo chi per forza in D&D doveva avere allineamento malvagio (in segreto, eh?) o chi vaneggiava di patteggiare per sua malvagità Satana così, perché l’esser buoni è noioso. Che poi, non si prende mai in considerazione la neutralità dell’essere umano.

  • Bel post! 🙂
    Devo dire che non ho una preferenza a priori per un tipo di finale o un altro. Se il finale ha senso, se paia con la storia, se ne è la logica conseguenza (ma davvero, fino in fondo, senza forzature), sono felice, altrimenti mi soddisfa molto meno. Allo stesso tempo, devo ammettere che un finale “a ribaltamento” (quelli in cui sembra che tutti i problemi siano risolti e tutto abbia trovato sistemazione, senonché all’ultimo istante capisci che non è a posto nulla, che è tutta un’illusione e se possibile le cose sono anche peggiori di prima) lo trovo piuttosto piacevole, ma in certi casi fuori luogo.
    Finali che mi sono piaciuti o che mi ricordo in particolare:
    “Essi vivono”, con l’illusione svelata anche se a un prezzo terribile; il finale della trilogia di romanzi “Queste oscure materie”, con gli innamorati costretti a dirsi addio per non incasinare ulteriormente il multiverso; il finale di un horror asiatico di cui non ricordo il titolo e nemmeno una discreta fetta di trama, ma il finale sì (c’entrano specchi, una donna morta il cui riflesso si sta vendicando, e un tizio che nello scontro finale sopravvive… sì, certo, finendo intrappolato dall’altra parte dello specchio).

    • E ancora Carpenter… che come ho detto sopra coi finali ci ha sempre saputo fare. Un genio. ^^

      Ecco, per esempio, il finale di Offshore, che so che non hai gradito moltissimo, in quello, per come era scritta la storia (ovvero poteva proseguire solo se il protagonista si metteva a aggiornare il blog), non poteva esserci altro finale, secondo me. E però anche io l’ho sentito non perfetto. Ma ho voluto mantenere la coerenza. ^^

      • E meno male, va. 😀
        Guarda, se la memoria non mi inganna, a parte il remake del Villaggio dei Dannati, sempre di Carpenter, il buon John non ha cannato nemmeno un finale, è straordinario.

      • Parere personale: se devo scegliere tra “finale perfetto” e “finale coerente”, cento volte meglio il secondo 😀
        Di Carpenter ho visto pochi film (mea culpa!) ma quello di Essi vivono è davvero coerente e funziona da Dio.
        E sempre per rimanere con Carpenter, Grosso Guaio a Chinatown finisce con un “ribaltamento”, perché ok l’addio senza bacio e tutta la felicità familiare, ma la cosa bleargh che è attaccata al Pork Chop Express? 😀

  • Tu li chiami finali sospesi, io li chiamo finali aperti.
    Ne ho dibattuto a lungo, con un’amica che scrive e preferisce i finali tragici.
    Se accoppi tutti i personaggi, dice lei (ok, banalizzo per fare alla svelta), hai la certezza di sapere come è andata davvero a finire la storia.
    Se li lasci vivere, chissà cosa ti combinano dopo la parola fine.
    Che invece è quello che piace a me – il portare la storia fino a un compimento locale, alla risoluzione del problema immediato, ma lasciare intendere che la vita prosegue.
    Questo perché, di fatto, la vita prosegue – è fatta di episodi, ed è già tanto poterne raccontare uno o due, ma senza illudersi che finisca lì.
    Il finale tragico mi sa di strizzata d’occhio al pubblico, come a dire “Sì, noi siamo fighi, lo sappiamo che nella vita non può andare tutto liscio, giusto?”
    È disonesto, è cercare una complicità anziché una seduzione, è una distorta captatio benevolentiae.
    Non sempre, ma spesso.

    • Poi secondo me il finale aperto è quello che getta i ponti per un episodio successivo, tipico delle serie televisive, in cui si lasciano volontariamente in sospeso certi aspetti della narrazione, per concluderli solo in seguito, non trovi?

      • Be’ sì, in questo caso è eccezionale.

        E son d’accordo anche io che la morte di un personaggio, per quanto la realtà sia governata dal caso, e quindi capitano quelle fini assurde e gratuite, deve essere al contrario sensata, nel contesto dell’opera letteraria, che per quanto ci piaccia considerare verosimile, è pur sempre frutto di ritmo e sapiente (o almeno dovrebbe esserlo) costruzione.
        Per cui… è dall’altro giorno che ci penso, alle nozze rosse, e allo spreco di personaggi. Mah… 😀

      • Chiaramente gli eventi che coinvolgono i personaggi devono avere una coerenza e un significato.
        Accoppare i personaggi perchè “ehi, potrebbe capitare!” è stupido.
        La morte del personaggio – come ogni altro elemento della narrativa – deve portare avanti la narrativa, non congelarla.

        Sul finale aperto come gancio per sequel, quello è certamente una possibilità.
        Ma penso ad uno dei finali aperti più duri che io ricordi.
        Jack Vance, il ciclo di Kith Gersen – per cinque romanzi, il protagonista ha inseguito gli uomini che hanno sterminato la sua famiglia, per vendicarsi. Cinque romanzi, cinque nemici, cinque vendette.
        Alla fine del quinto, eliminato l’ultimo nemico, al protagonista viene chiesto cosa intende fare ora.
        E lui risponde, ed è l’ultima riga – “I don’t know, I’m finished” (che in italiano venne reso come “Non lo so, sono un uomo finito”, che travisa il significato)
        Io lo trovo straordinario – perché chiude il ciclo, porta la storia a un punto fisso, ci rivela lo stato d’animo del protagonista, eppure lascia spazio a infiniti sviluppi possibili.

    • C’è anche da dire che se accoppi i personaggi, non puoi accopparli tutti, ti deve restare un tizio per continuare a raccontare, sempre che si sia intenzionati a farlo.

      Il problema dell’accoppare i personaggi è che sembra, nel caso in cui si decida per quella svolta, di sottrarre il senso a tutto ciò che si è raccontato fino a quel momento, specie se di questi personaggi non resta assolutamente nulla, ovvero una eco delle loro azioni…

      Non so se sia captatio benevolentiae, in questo caso. Anzi, ci si espone all’odio dei lettori che su quei personaggi avevano “puntato”. E ok, io sostengo che sia l’autore a decidere, in piena autonomia, però quella sensazione non mi abbandona. ^^

  • Ah, anche District 9 ha un finale bellissimo.

    • E sono tre finali per il Maestro. Un Signore.

      • Anche se l’ho confuso con Distretto 13. buahahahhaha XD

        Sì, me lo ricordo vagamente però, quello di District 9…

  • Mi piacciono sopra ogni altra cosa i finali sospesi, come può essere quello de La Cosa, infatti. In secondo luogo preferisco quelli ambigui e non totalmente positivi. Il senso è che la vita stessa non ha un finale, o meglio ha tanti finali per ogni fase della propria vita, e se prendiamo un film o un libro come una fase della vita dei personaggi, il finale non può essere definitivo in senso stretto, perché quei personaggi continueranno a vivere. Niente “e vissero per sempre felici e contenti”, insomma. 🙂 E il finale, pur non dovendo essere definitivo, non può nemmeno essere totalmente negativo o totalmente positivo, perché sono entrambi estremi troppo rari e troppo limitati nel tempo da poter essere stabili come finale di una storia.

    My two cents. 🙂

    ciao,
    Gianluca

    • Quindi la fine è solo la morte?
      Anche se, col trascorrere di strane ere, anche la morte muore? XD

      Scherzi a parte, quello che dici tu, non totalmente positivo, è forse il più difficile da ottenere. Forse il più equilibrato, e perciò stesso complicato…

      Qualche finale che t’è piaciuto? Sei in grado di citarlo?

      • Be’, Into the Wild finisce con la morte… 😀

        E poi c’è il rischio che un finale come Drive non venga capito, come testimoniato dalle chiavi di ricerca.
        Quindi, che so, un finale positivo con sbaciucchiamento incorporato non va proprio eh?

        Ti ricordo il finale di Grosso Guaio a Chinatown, senza sbaciucchiamento. Che è epico, secondo me.

        Ecco, Carpenter ci sa fare coi finali. ^^

      • No, non necessariamente la morte. A meno che ovviamente lo scrittore non voglia scrivere un papiro su tutta la vita dei personaggi. xD
        Mi basta che sia un finale che faccia capire che è finita la storia che sto leggendo/guardando, ma non è certamente finita la vita di quei personaggi.

        Finali belli (ma non tutti sono della tipologia di cui ho parlato) secondo me sono La Cosa, Drive, Old Boy, Silent Hill, Il grande Lebowski, Il seme della follia, Into the Wild (ma vabbè, io su quel film sono un caso a parte…), e sicuramente altri che ora non mi vengono in mente…
        In ambito letterario direi il finale della Torre Nera (forse uno dei pochi che King ha azzeccato). E perché no, anche GfH ha un finale stupendo. 🙂

        Ciao,
        Gianluca