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I quadri maledetti

by Germano on 02/05/2012
Book and Negative
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The Hands Resist Him, 1972 (particolare)

Di foto e filmati di fantasmi ne è pieno il web. E sono sempre ciarlatanerie, concordo con voi. Specie da quando c’è fotosciop e la CGI. Difficile credere. Qualunque filmato, per uno che voglia farsi un po’ di pubblicità (e soldi), prendendo un brutto quadro trovato nel solaio e facendolo diventare un “quadro maledetto”, non va molto oltre la fenomenologia spiritica che il (furbo) Oren Peli ha immortalato in Paranormal Activity. Attività sì paranormale, vista la pioggia d’oro che l’ha investito… il tutto per quattro porte sbattute e altrettanti passi nel corridoio. Ma farvi credere non è lo scopo di questo articolo.
Piuttosto, siamo sempre sulle soglie del perturbante. Della Uncanny Valley che io mi diverto a togliere dalle soglie della robotica e ad applicare a qualunque manifestazione sia associabile al medesimo fenomeno. Le bambole, ad esempio, pur non strettamente robotiche, sono simulacri, sebbene caricaturali, del corpo umano. I quadri sono raffigurazioni di soggetti, spesso umani, e, soprattutto, seguendo le influenze della corrente artistica coeva, sono riproduzioni di soggetti filtrati dalla percezione dell’artista. Il che rende la questione ancor più personale, con l’aggravante, in senso buono, che l’autore vi ha aggiunto la sua personale angoscia. E che la nostra, si somma alla sua. I quadri, in teoria, sono l’apoteosi del perturbante. Lo sapeva bene Oscar Wilde e il suo Dorian Gray.
Ma quest’articolo non pretende di essere un corso di pittura, ma di guardare a cià che ci spaventa più di ogni altra cosa, la consapevolezza che ciò che guardiamo, pur somigliando a noi, è sbagliato.

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Alcuni dipinti, per tema trattato e resa, risultano “scomodi”, la loro vista mette a disagio, per non aggiungere altro. E tutto ciò, senza aver versato sulla tela una goccia di sangue. Il volto di un bambino può risultare più inquietante di un inscenato massacro. Un clown (e lo sapeva bene King) dispensare incubi, più che sorrisi.
Non c’è nulla di più inquietante di un clown.

Pogo the Clown, di John Wayne Gacy

Questo è Pogo, alter-ego del serial killer John Wayne Gacy. Autoritratto, quindi. O forse no. Forza della storia, scoperta a posteriori, legata alla genesi di questo e altri lavori simili. Creatura da romanzo, anonimo uomo che uccide con ferocia bestiale, e trova il tempo di truccarsi da clown, e di dipingersi in tali vesti, come fosse una sorta di possessione spiritica. Che poi, di tutti i clown, ciò che più inquieta è il sorriso: pura ambivalenza. Dovrebbe essere felice, ma è forzato, imposto. Sembra che voglia mordere, quel sorriso. Siamo nell’Uncanny Valley, non ci schiodiamo da lì.
E, attenzione, la questione dei malesseri avvertiti in presenza di dipinti è reale, anche se è semplicistico, secondo me, attribuire il tutto alla Sindrome di Stendhal.

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Si parlava di possessione, a proposito di Gacy, posseduto dal suo pagliaccio. In realtà i quadri, ancor più che gli specchi, terreno di caccia dei doppelganger, sono, insieme alle bambole (cui dedicherò un altro articolo), oggetto prediletto da entità che vogliono comunicare coi vivi per, in definitiva, terrorizzarli a morte.

Delphine LaLaurie, 1997, di Ricardo Pustanio

Innumerevoli le testimonianze di disagio, in presenza di determinati dipinti. Il ritratto di Delphine Lalaurie, una amorevole signora dedita alle torture, commissionato nel 1997 a Ricardo Pustanio, dai residenti della casa appartenuta alla Lalaurie. Il quadro si muove, cade, emette strani suoni, piange. O almeno, questo è ciò che si racconta.
Ecco, già l’idea di sentire un pianto mentre sono in casa da solo mi terrorizza a morte. Figurarsi se si sospetta che il pianto provenga da una tela appesa in salone. Funziona, che dite?

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The Hands Resist Him, 1972, di Bill Stoneham

The Hands Resist Him, 1972. Quadro autobiografico, simbolico, a detta dell’autore, Bill Stoneham. Divenuto famoso grazie a internet, dal momento che la coppia di acquirenti postò su eBay una serie di commenti sugli strani avvenimenti legati al possesso del quadro. Sembra che il bambino sia sceso dalla tela e si sia fatto una passeggiata in corridoio, portando “allegria” e “giovialità” agli inquilini. Verità, follia? In realtà sono molto più inquietato dall’oggetto in sé che, dovete ammettere, ha nella sua fissa immobilità, nei dettagli della bambola, soprattutto, una potenza immaginifica inusitata. Fissate gli occhi della bambola, colei che accompagnava il pittore bambino. E forse è il suo essere non proprio umana, con quelle orbite vuote e quegli arti meccanici, a disturbarci. Una presenza il cui ruolo e scopo non si riesce a comprendere, ma che sappiamo essere maligno, in barba alle giustificazioni e rassicurazioni dell’autore.

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Poi tocca a Giovanni Bragolin (1911-1981) e ai suoi Crying Boy, serie di dipinti a tema fisso, bambini o bambine che piangono.

Crying Girl, di Giovanni Bragolin

Già inquietante di per sé, a prescindere, basta guardare la foto. A questi quadri si attribuisce la maledizione del fuoco. Creata ad arte dalla stampa o no, pare che nelle case che li ospitano si verifichino incendi dai quali escono illesi soltanto quelle tele. La faccia del bambino, a quel punto, diventa anche tragicomica presa in giro, di fronte alla distruzione totale.
Gira anche un flmato esplicativo, questo qui. Il Bambino non brucia. Anche se, a riguardo, ci possono essere un milione circa di trucchi… la chimica non è un’opinione. Ma il risultato è comunque notevole. ^^

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Infine, l’ultimo quadro, quello che personalmente ritengo magnifico: The Dead Mother di Edvard Munch. Al di là del fatto che anche questo sia considerato un quadro maledetto. Impossibile restare indifferenti a questa rappresentazione, sublime, del lutto.

The Dead Mother, 1899-1900, Edvard Munch

C’è orrore, stordimento, rifiuto della realtà (la bambina si tappa le orecchie). Più ancora che il famosissimo urlo, direi che The Dead Mother è il quadro perturbante per antonomasia, tocca quella sfumatura in cui il corpo cessa di esistere divenendo, davvero, simulacro. Meraviglioso. E terribile. Perché alla fine, la paura, credo, è quella che alcuni riescano a vedere ciò che sappiamo esistere, ma che preferiamo tacere.

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