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I Leoni di Tsavo

by Germano on 09/09/2012
Book and Negative
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I Leoni di Tsavo al Chicago Field Museum

Da qualche giorno, sui canali del digitale terrestre, sta passando Spiriti nelle Tenebre (The Ghost and The Darkness), film del 1996 di Stephen Hopkins, con Val Kilmer e Michael Douglas. A mio modo, pur non ritenendolo un fondamentale, pieno di difetti com’è, ci sono affezionato. Probabilmente capita più spesso di quanto si pensi.
C’è l’Africa, i colori delle tribù locali, i cacciatori masai, i turbanti degli operai indiani, la caccia ai leoni, Spirito e Tenebra, come vennero soprannominati dai superstiti ai loro attacchi. E soprattutto, c’è il fascino, una volta tanto non farlocco, di quell’avviso: tratto da una storia vera.
I Leoni di Tsavo sono realmente esistiti e davvero hanno posto in scacco il Tenente Colonnello John Henry Patterson, per mesi, durante la costruzione di un ponte ferroviario sul fiume Tsavo, in Kenya.
La storia è cruda, violenta, di spinta alla sopravvivenza e di conflitto tra uomo e bestia. Non dev’essere, né fu giusta, ma è ricca di un fascino arcano, soprattutto narrativo, come quello che, volendo fare un esempio tangibile, si riscontra in film che trattano tematiche identiche, uno fra tutti, Lo Squalo (Jaws) di S. Spielberg.
Il naturalismo viene messo in secondo piano per focalizzarsi invece sulla partita in atto, tra cacciatori e animale che, contro ogni pronostico, tiene loro testa, e ne spedisce qualcuno al creatore. Un tema epico.
È importante sottolinearlo perché la storia, quella vera dei Mangiatori di Uomini di Tsavo, contiene tutto ciò, e molto altro, laddove il film è messinscena vuota, che ha dimenticato l’ingrediente fondamentale, in questo genere di questioni: la tensione.

John Henry Patterson con FMNH 23970

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Il periodo è il Marzo 1898 e i nove mesi successivi, a Tsavo, in Kenya. L’accampamento occupato dagli operai addetti alla costruzione del ponte viene preso di mira da una coppia di leoni maschi, sprovvisti di criniera. I due assaltano il campo in piena notte, nonostante i falò e i recinti di cespugli spinosi eretti a protezione delle tende, trascinando via gli operai e divorandoli.
Leoni abilissimi, visto che il primo della coppia (Patterson uccise un primo leone poco dopo il suo arrivo a Tsavo, più piccolo dei due leoni poi divenuti famosi), fu abbattuto da Patterson solo nel mese di Dicembre 1898, il secondo tre settimane più tardi, dopo numerosi tentativi di caccia, con l’ausilio di battitori e l’impiego di trappole.
I leoni sono conosciuti con il nome attribuito loro dal Chicago Field Museum, FMNH 23970 e FMNH 23969, che si accaparrò gli scheletri. Il medesimo Istituto che, dopo 25 anni dalla loro uccisione, acquistò, per cinquemila dollari, anche le pelli dei due esemplari, ricostruendone i modelli sugli scheletri originali, ora in esposizione.
FMNH 23970 misurava 320 cm circa, dal naso alla punta della coda. Occorsero otto uomini per trasportare la carcassa al campo.

FMNH 23969

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Si ignora il numero preciso di vittime attribuite ai due leoni. Sembra verosimile, anche dai risultati delle analisi compiute sui resti, e dalla rispettiva contaminazione ossea che indica una variazione della dieta delle bestie con carne umana, che la cifra di 35 uomini sia la più verosimile, in proporzioni di 24 uomini al primo leone, FMNH 23970 e 11 al secondo. Patterson scrisse nelle sue memorie che la cifra di uccisioni superava le cento unità, e che i leoni non uccidessero per nutrirsi, o non solo, ma per il semplice gusto di farlo: una sorta di caccia alla rovescia, dove la preda è ritornata a essere l’uomo. Cifra, quella delle cento e più vittime, che un nuovo, più recente studio parrebbe accreditare.
Quello che maggiormente stupisce, al di là delle proporzioni delle creature e del numero di uccisioni, visto che già solo 35 sembra una somma consistente, è il modo in cui vennero abbattuti, completamente ignorato dal film.
Il primo leone venne ferito da Patterson, ma riuscì a fuggire. Si ripresentò all’accampamento a tarda notte e venne di nuovo colpito diverse volte. La caccia durò fino alla mattina seguente, quando Patterson lo ritrovò, infine morto.
Il secondo leone, ucciso a tre settimane di distanza, venne colpito cinque volte, e ciò nonostante fu in grado di caricare Patterson che fu costretto a colpirlo altre tre volte, due al petto e una alla testa. Il resoconto vuole che, a quel punto, ancora il leone gemesse nel tentativo di raggiungerlo.

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Sulle possibili cause che spinsero, e spingono, i leoni a variare dieta, prediligendo la carne umana, il propagarsi, nella regione dello Tsavo, della peste bovina, che ridusse il numero di prede naturali dei leoni, il fatto che carovane di schiavi dirette a Zanzibar attraversassero di continuo quella regione, sbarazzandosi dei cadaveri nel fiume, dove venivano raccolti e divorati dai felini, oppure gli stessi rituali di sepoltura indiani, basati sulla cremazione, in qualche modo responsabili di aver reso invitante la carne umana.
Al di là della storia in sé, della caccia, della disparità che c’è sempre stata, tra uomo e animale, la vicenda dei Leoni di Tsavo appartiene all’epica. Impareggiabile dal punto di vista narrativo, si prestava benissimo, come poi avvenne, al lirismo, alla superstizione, quella che voleva i leoni posseduti, o addirittura incarnazioni di spiriti maligni, alla commercializzazione, quella che permise al Tenente Colonnello Patterson di crearsi la propria piccola leggenda personale, cosa che, a fine ‘800, faceva del gentiluomo un eletto, quasi un sovrumano.
A noi resta ancora quel tema, il confronto, che aspetta ancora di essere narrato degnamente, e l’emozione che, dicono, si provi a guardare le due belve, nella loro teca, al museo. Ma, su quest’ultimo aspetto, mi riservo dei dubbi.

Fonti e link utili:

Tsavo Maneaters (Wikipedia eng)
Field Museum uncovers evidence behind man-eating
Man-Eaters of Tsavo (Smithsonian.com)
Mistery of the Man-Eating Lions (National Wildlife)
The Tsavo Man-eaters

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