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“Ho cose migliori da fare”: l’arte di Jeffrey Catherine Jones

by Germano on 14/05/2021

Il punto di partenza di una buona vita è accettare la sua assurdità.
Così la pensava Camus.
E probabilmente questo avrà pensato Jeffrey Catherine Jones, mentre compiva le scelte del suo percorso terreno.
Ma facciamo un passo indietro.
Sono gli anni Settanta. Tra gli artisti peggio pagati del settore ci sono quelli che lavorano nel campo dell’intrattenimento: fumetti, copertine, locandine.
Belle, sì, a volte bellissime, ma non tanto da far corrispondere qualità e prezzo.


Era un settore florido, quello dell’intrattenimento, ma per chi quelle cose le disegnava, e ci campava, anche, non c’era tanta considerazione.
Tranne, forse, per Frank Frazetta.
Ed è qui, a una convention che vantava Frazetta tra gli ospiti, che si conoscono Bernie Wrightson, Michael Kaluta e Jeff Jones. Tutti e tre lo veneravano, Frazetta, e ne imitavano lo stile.
Al trio poi si unisce Berry Windsor-Smith.
I quattro prendono in affitto un loft e lo chiamano The Studio. E lì fanno ciò che più gli piace, l’arte, ognuno con la propria personalità e inclinazione, ognuno continuando a studiare e perfezionandosi sempre più.
Frazetta, tempo dopo, definirà Jones “il più grande pittore vivente”.


Una vita piena, quella di Jeff Jones. Alla ricerca disperata di espressione, di collocazione. Questo espressionismo riecheggia nelle sue tele. Oltre all’horror, al romance, alla cultura mainstream. Una ricchezza e versatilità stilistica impressionanti.
Opere che, quando sono estratte dal contesto, senza didascalie, titoli e indicazioni assortite di questo o quel film o romanzo, trascendono lo stato di illustrazioni, per sussistere come pura arte figurativa.
Ci scorgiamo Klimt.
E una percezione particolare e unica del femminino.
Descent, che raffigura una donna incinta che indossa la maschera antigas, è un omaggio a Klimt, ma non solo.
È il ponte tra più epoche. Tra periodo artistici e percezione sociale.



Probabilmente, per un certo periodo, anche The Studio lo è stato, un ponte, con quattro grandi artisti che hanno convissuto e si sono influenzati a vicenda, valorizzandosi.
Jones è stata lo spirito che ha veicolato l’arte di due epoche distinte, le ha fuse, e ha attribuito loro pari dignità, a prescindere dal mezzo sul quale le stesse opere erano divulgate?
Forse.
La transizione faceva parte della sua esistenza. Lei che aveva sempre sentito di occupare un corpo sbagliato, che aveva sempre avuto relazioni con donne, era stata sposata ed aveva avuto una figlia.
Decide di iniziare una terapia ormonale, di chiamarsi Catherine, senza rinunciare a Jeffrey, perché Jeff era ciò che l’aveva condotta fino a lì, a quel momento, insieme a tutto ciò che aveva realizzato.


Una vita ricca. Mostre, successo, approvazione dai suoi pari e dai maestri, Frazetta in primis.
E poi l’esaurimento nervoso, cui seguì un distacco totale dalla sua arte, il fallimento economico, la povertà assoluta. Perse anche la casa e divenne una senzatetto.
Finita qui?
No, aiutata dalla famiglia e dagli affetti Catherine si riprese e tornò per un breve periodo a fare arte, fino a quando, per complicazioni polmonari, non è stata costretta a calare il sipario.


Descent reca, nella parte inferiore della tela, questa didascalia:


“In her descent and disorganization she gives cause and certainty, but I have better things to do”


Sembra un epitaffio, perfetto e evocativo. Di sicuro è andata via perché aveva di meglio da fare.

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