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Dei Morti Viventi e di altri Mostri

by Germano on 25/11/2010
Book and Negative
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All’inizio erano vampiri, golem e licantropi. La sacra triade del cinema horror/fantastico. Poi si sono aggiunti gli zombie, i ritornanti plebei, quelli non eletti, scelti o morsicati dal lupo, ma quelli malati, afflitti e infetti da una pestilenza. Senza la consueta orazione accessoria sul destino, la predestinazione, la nobiltà d’animo, del sangue, e qualsiasi altra virtù che faccia capo ad altrettanti particolarismi. Nessun sensazionalismo in una piaga del cinema e della letteratura mai come prima così nazional-popolare.
Gli zombie hanno fatto tabula rasa: sono l’uguaglianza sociale fatta mostro.
Tutti gli uomini sono mostri, ergo tutti gli uomini, dopo morti, diventano zombie. Guarda caso, tutti gli zombie sono mossi dal medesimo istinto: uccidere. Così, alla cieca. Senza un perché. Non c’è limite al peggio.

Licantropi e golem o costruiti, come si voglia definirli, hanno i loro problemi.
Dall’estrema difficoltà a integrarsi in società, mascherarsi e passare inosservati, da una natura di emarginazione auto-inflitta e necessaria, i lupi mannari sono diventati vera incarnazione dei rebus psicologici, finora simbolici, che si sono voluti affibbiare ai loro turbamenti. Scossoni ormonali che preludono a successive mutazioni fisiche; tant’è che per alcuni psicologi non di licantropi si tratta, ma della metafora dell’adolescente in calore. E infatti da creature con un aspetto poco appetibile, montagne di zanne, pelo, artigli e fiato greve, sono diventati adolescenti pompati a steroidi e perennemente in calore. Era impensabile che un mostro di tal fatta potesse conquistare il primo piano e risultare oggetto di idolatria, ovvero fandom. Era. Il licantropo s’è tramutato in mostro non più di nicchia, che fa bene se assunto a piccole dosi e senza troppi romanticismi, ma in un’insopportabile ode alla saccarina. Preparate i fucili e caricateli d’argento (scusami, Lycas.). E non dimenticate le dosi di insulina, già che ci siete.
I golem sono più attuali che mai con i recenti Battlestar Galactica e col franchise di Terminator. Ok, non saranno formati da parti anatomiche opportunamente fornite dai ladri di cadaveri e al posto del cervello hanno un chip al silicio, ma sempre di assemblati si tratta (come dice Alex). E il loro scenario ideale è la guerra o l’apocalisse: la ribellione contro i loro creatori. Cioè noi.
I golem sono d’altronde in crisi avendo compiuto il cinema la scelta di esplorare ogni singola strada percorribile: l’autcoscienza, l’autodeterminazione, la ribellione, l’alleanza, e persino il rapporto sessuale con gli umani e, alla lontana, l’immortalità. Difficilmente i costruiti potranno essere sfruttati ancora con efficacia, venendo meno automaticamente il sense of wonder, a meno di non far trascorrere diversi anni prima di riproporli e, qualora dovesse accadere, si tratterà sempre di già visto. Il resto è conseguenza e anonimato.
Restano vampiri e zombie. Snaturati e abusati ben oltre i limiti della decenza. Siamo d’accordo.
Però sono ancora lì. E non sembra vogliano andar via. E noi spettatori dobbiamo fare i conti con loro.

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Morire, camminare, amare e succhiare

Tutti i blogger sono indaffarati a osannare The Walking Dead come la serie che darà nuova vitalità a questo stanco archetipo, il morto vivente, anche lui sovraesposto. E sovrasfruttato, oggi, quanto o anche di più dei vampiri. Talmente tanto che causerà un ritorno in grande stile dei secondi, i succhiasangue, dopo che le parentesi meyeriane saranno definitivamente tramontate nel giro di un paio d’anni e con esse, l’incremento esponenziale degli indici glicemici.
Previsione altezzosa, ve lo concedo. Ma pensate per un momento alla differenza sostanziale che può intercorrere tra vampiri e zombie. I primi hanno avuto sempre un’arma in più: il passato e il futuro, ovvero la memoria storica, perché sono immortali. Gli altri sono solo ombre miserevoli del genere umano.
Sono senza ricordi, coscienza e, per di più, senza avvenire.
Per quanto mi riguarda, il fatto che The Walking Dead sia partito nella stessa maniera di 28 Giorni dopo e, prima ancora, di Resident Evil, con lui che si sveglia in ospedale ad apocalisse avvenuta, è inaccettabile. E me ne sbatto che così inizia il fumetto e se poi è bello e bla, bla, bla. Quando è troppo è troppo. Comunque, si vedrà. E questo non vuole essere un articolo su TWD. Sia chiaro. E neppure sui vampiri odierni i quali, laddove non luccichino di luce propria, non brillano neppure per cattiveria, quando si degnano di tornare a fare il loro sporco lavoro, bere sangue e macchiarsi, piuttosto che limitarsi ad amare & succhiare. Pratica che, detta così, non suona neanche troppo onesta… a meno che non preveda una contropartita in denaro.

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Zombie Apocalypse Now

Prendo spunto, piuttosto, da una serie di questioni scaturite da relativi botta e risposta sul blog della mia amica AgonyAunt e da alcuni miei commenti riguardanti Matheson e Romero e gli infetti in generale. Tali spunti si possono riassumere così:

a) Differenze varie ed eventuali tra vampiri (di Matheson), zombie (Romeriani) e infetti (cinema moderno)
b) Futuro e possibile evoluzione delle tre specie in società
c) spostamento progressivo del focus della narrazione dagli umani ai morti viventi che, così, assumono sempre più spessore di protagonisti

Io sostengo che Matheson non solo è stato più originale di Romero, ma si è spinto talmente in là con le conseguenze della sua ambientazione,  a parità di temi, che essa è l’unica ad offrire nuove possibilità a un settore del fantastico altrimenti destinato a perire di un giusto contrappasso, visto che tratta di morti viventi. Vediamo un po’ quello che ne consegue:

a) i vampiri mathesoniani di Io sono Leggenda (romanzo del 1954) sono anche loro infetti, né più né meno. Non sono vampiri in senso classico, con mantello nero, abiti eleganti, zanne, accento dell’est e castelli in Transilvania. Sono esseri umani deceduti e risorti a seguito di un contagio e mantenuti in vita dalla stessa causa di quel contagio, ovvero un virus (o batterio). La loro malattia comprende un decorso preciso suddiviso in fasi ben delimitate. Questa infezione causa morte, resurrezione e conseguente ritardo delle facoltà mentali; assenza di funzioni vitali, debolezza ai raggi ultravioletti, sussistenza di paure ataviche e superstizione, evidente retaggio, quest’ultimo, dell’umanità e dei ricordi (leggasi “cultura”) delle vittime. Non sopravvivono se smembrati e, teoricamente, si nutrono di sangue. L’invecchiamento è estremamente rallentato fino a supporre una sorta di immortalità.

Gli zombie romeriani (da La Notte dei Morti viventi, 1968 in poi) ritornano, si pensa spontaneamente, dopo il decesso. Eppure, nel secondo capitolo della trilogia (Dawn of the Dead, 1978), si propende per la causa virale come base del contagio (il morso infetto). Si assiste di conseguenza alla morte del contagiato e alla sua resurrezione. Gli zombie hanno notevoli difficoltà nella deambulazione, quasi nessuna capacità di ragionamento, se non sprazzi di ricordi della loro esistenza precedente e sono vittime di paure ataviche, una per tutte la paura del fuoco. Cosa abbastanza anomala in un essere che non ha, o non dovrebbe avere coscienza di sé, e neppure istinto di autoconservazione. Assieme alla paura del fuoco, gli zombie serbano la necessità istintiva di nutrirsi, cosa non necessaria alla loro sopravvivenza. C’è totale assenza di funzioni vitali, decomposizione estremamente rallentata e, in più, lo zombie sopravvive allo smembramento. Come è noto, muore soltanto se colpito al cervello che, d’altra parte, è l’unico organo che ancora mostra segni di attività, sebbene di gran lunga ridotti.

Gli infetti moderni, non è neanche il caso di dirlo, sono l’anello di congiunzione dei primi due tipi. A renderli tali è un virus, di solito una variante della rabbia, che non li uccide, ma li trasforma in esseri violentissimi e assetati di sangue. Anche costoro mostrano ritardo mentale, ma nessuna difficoltà di deambulazione. Come ho detto, non li uccide. Si tratta, infatti, di esseri umani in tutto e per tutto, contagiati, è vero, ma pur sempre con esigenze umane primarie, una per tutte: nutrirsi. Gli infetti muoiono nel giro di un mese nel caso in cui non riescano a trovare sostentamento. In teoria, non dovrebbero sopravvivere allo smembramento così come non sopravvivono a un colpo alla testa, ma, in pratica, la loro follia li fa diventare insensibili al dolore e alle paure più elementari.

b) Le tre creature, quindi, hanno medesima origine: un virus. E la loro comparsa una medesima conseguenza: l’estinzione della specie umana.

A questo livello, però, si assiste alle prime profonde differenziazioni. Due su tre di queste epidemie sono incurabili: quella romeriana e quella degli infetti.
In entrambe gli esseri umani superstiti sono pochi e inefficienti per porre un freno all’irreparabile. In Romero, addirittura, si ipotizza per gli zombie una distinzione in specie separata dalla razza umana. Distinzione rafforzata dalla comparsa di esemplari anomali che mostrano di essere sia speciali per capacità oggettive e livello di raziocinio (Bub, Big Daddy, Jane in groppa al suo cavallo) quanto allo stesso tempo tipici di una possibile evoluzione della neonata specie.
Anche gli infetti annoverano tra le loro fila la presenza di individui immuni, ma questi sono anomalie senza nessun futuro, rispetto al genere dominante aggressivo e violento.
Infine, sia gli zombie che gli infetti (questi ultimi, come abbiamo visto, con aspettativa di vita molto limitata) non hanno alcuna possibilità di generare: i primi perché incapaci, i secondi perché del tutto disinteressati.

I vampiri di Matheson, d’altro canto, si dimostrano più efficaci. Tra di loro si forma abbastanza presto una nuova società in grado di sviluppare una cura, ovvero un rimedio capace di arrestare il progredire dell’infezione e limitare i danni sia mentali che fisici. Trattasi di una nuova specie, violenta e aggressiva, ma ancora razionale che contiene al suo interno esemplari anomali, varianti che spiccano per risorse e qualità (coloro che hanno sviluppato la cura) e che decidono di far piazza pulita sia dei loro fratelli, ormai vittime irrecuperabili della pestilenza, sia dell’ultimo esponente della vecchia specie: l’uomo. Perché inutile retaggio di una stirpe nella quale non si riconoscono più. Infine, nulla vieta apparentemente alla nuova specie, i vampiri, di riuscire a riprodursi dando così origine a un’inedita società.

c) Umani e morti viventi, quindi, si spartiscono la scena. Il palco è il mondo. Le conseguenze sono uguali per tutti, e anche gli sviluppi. Quello che cambia è l’arco di tempo in cui queste tragedie vengono descritte.

Neville è l’ultimo uomo sulla terra. In effetti non sappiamo se è proprio l’ultimo rimasto. Diciamo che è un assunto valido se si considera il resto del mondo che egli può raggiungere con le proprie forze e con le scarse risorse che egli possiede. Non è un virtuoso, né possiede meriti speciali. È soltanto immune alla malattia, e lo è diventato anni addietro, in tempi non sospetti, per caso venendo morso da un pipistrello vampiro in un posto esotico. I

vampiri sono anonimi, maschi e femmine, eccetto Ben Cortman, il suo ex-amico, collega e vicino di casa che è diverso non perché speciale, ma perché Neville, per non impazzire, si sforza di dargli un significato ulteriore: bersaglio della sua vendetta e delle sue ossessioni. Il punto di vista è fisso sull’ultimo uomo, fino alla fine, anche quando, comparsa Ruth, esponente del nuovo mondo, egli capisce di essere divenuto leggenda, così come il vampiro era leggenda per gli esseri umani.

Bub (Il Giorno degli Zombie, 1985) è l’inizio per Romero. Il riscatto degli zombie che, nonostante vincitori, sono finiti per essere cavie dei pochi umani rimasti. È solo in una realtà fatta di urla, lamenti e intrinsecamente votata all’auto-distruzione, sia da parte degli umani che proprio non riescono a superare sciocchi conflitti e competitività, persistendo negli stessi errori che li hanno condotti fino a quel punto, sia da parte degli zombie che finiranno col decomporsi, lasciando il mondo in un innaturale silenzio.
Tutto questo fino alla nuova trilogia, allorché prima Big Daddy (Land of the Dead, 2005), il benzinaio, poi Jane (Survival of the Dead, 2009), si ergono a nuovi leader di una nuova specie che, per la prima volta, agisce con uno scopo, salvaguardare la propria esistenza e il proprio futuro, per quanto breve e inutile tale iniziativa possa apparire. Gli uomini sono destinati a farsi da parte e a scomparire pian piano.

L’epidemia appare inarrestabile, ma solo perché inarrestabili sono loro, gli infetti. In realtà basterebbe contenerla, ma la quarantena è una disposizione inapplicabile. Gli infetti moderni sono e restano anonimi. Puro simbolo di distruzione, non sono mai stati, né hanno mai voluto rappresentare alcunché al di fuori della fine.
Gli uomini possono solo fuggire e devono anche farlo velocemente, perché loro sono rapidi e letali.
Il punto di vista non importa. Gli uomini, rispetto agli infetti, sono altrettanto anonimi. E inutili.

***

Vivi Morenti e Morti Viventi

Vampiri e Zombie, quindi, possono essere considerati la medesima specie di ritornanti che offre, in caso di outbreak e susseguente pandemia, medesime prospettive. Il vampiro risulta fascinoso perché riesce a serbare intatto il suo fascino, la sua intelligenza e la sua cultura, in cinque parole: la promessa di un futuro. Persino distopico, apocalittico o cyberpunk. Il vampiro è costante come l’evoluzione. Tutto rappresenta fuorché la fine.
Lo zombie è putrido, cadente, lento o veloce che sia, destinato a dissiparsi senza fornire una ulteriore speranza, come nel caso di Bub, che non risulti ancora più patetica e commovente, rispetto al morto vivente in sé, considerato ombra mefitica e insensata dell’essere umano che c’era prima al suo posto.
Tra vivi morenti e morti viventi, parafrasando F. Dellamorte, in fondo quale volete che sia la differenza? Essa, se c’è, è sottile, ma non sostanziale come molti pensano. Vivi e morti sono proiettati entrambi verso la fine. Atroce consapevolezza.
Dalle apocalissi romeriane e moderne non c’è scampo, a meno che gli zombi non ritornino a vivere, a funzionare in quanto esseri organici e gli infetti non guariscano, riacquistando la ragione perduta. Altrimenti il loro destino è tediarci con continue e inarrestabili armageddon, tanto stantie quanto ovvie. La morte, d’altronde, ce l’abbiamo vicino ogni giorno, che se ne sta alle nostre spalle, a versarci da bere, e non servono loro, gli zombie, a spingerci a interrogarci su un’esistenza che già appare difficile e insensata.
I vampiri sono sempre lì, inalterati allo scorrere di secoli di letteratura-spazzatura. Il loro mito nasce dagli abissi e dalle paure profonde. La loro attuale realtà da errate interpretazioni e presuntuose strumentalizzazioni. Ma quell’essere a metà tra la vita, la grazia e la morte che osserva, silente, lo scorrere dei secoli, e solitario si interroga sul destino dell’uomo, conserva ancora tutto quel fascino arcano. Persino quando è degradato a mero essere selvatico e predatore, persino quando si occupa di terrene passioni, il potere, la politica, le finanze. Dalle nebbie del mito scruta le sue patetiche raffigurazioni cinematografiche, effeminate, vuote, inutili e dannose. È sopravvissuto e sopravvivrà persino all’apocalisse, al contagio sistematico. Surclasserà l’uomo e allora, quando il suo dono sarà comune retaggio, dovrà per forza reinventarsi per costruire una nuova leggenda.

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