Crea sito

Cavour Cacciatore di Vampiri – Prologo

by Germano on 25/11/2011
Book and Negative
Contents

Due parole introduttive. Cos’è Cavour Cacciatore di Vampiri? Per cominciare, è un’idea che mi ronzava in testa già da un po’, sulla scia di Abraham Lincoln Vampire Hunter, di Seth Grahame-Smith.
È, o vuole essere, una blog novel, scritta per il blog, sul blog, e con un numero massimo di parole fissato in mille per singolo post. L’idea s’è espansa ed è fiorita nel Risorgimento di Tenebra, in quel di Moon Base, il mio gruppo su faccialibro.
L’intento è narrare una storia del Risorgimento alternativa, contaminata dall’horror sovrannaturale. Tutti possono partecipare, purché si faccia riferimento, nei post che andrete a scrivere, al nome del Progetto (RdT) e al gruppo Moon Base. Il resto lo fa la licenza Creative Commons.
E, infine, vuole essere un regalo di compleanno, spero apprezzato, per il mio amico Alessandro.
È un post d’esordio e quindi, come tutti gli esordi, porta con sé un’impronta grezza che si andrà a rifinire col tempo. Ricordate che mi sono imposto un limite di mille parole e che questo influisce su tutto, scelte lessicali in primis. Infine, la documentazione storica c’è stata, anche se, essendo il Risorgimento di Tenebra un’ucronia, ho deciso di introdurre qualche variante. E mi sono preso la libertà di modificare i set naturali, a seconda dell’esigenza. Scusatemi. La narrazione è in prima persona, in forma diaristica.
Bene, credo sia tutto. Leggete e fatemi sapere se vi piace.

***

12 Ottobre 1862

Nina mi chiese quando si sarebbe fatta l’Italia. E che forma avrebbe avuto, dopo. Sorrise.
La spiaggia era desolata e umida, tanti cocci smorti. Banchi di alghe essiccate, simili a paglia incrostata di sale. Una risacca leggera. Sole basso, pallido e malato. Passeggiavamo.
Le risposi con una risata. L’Italia ha già una forma precisa, dissi. L’ha sempre avuta. Il problema sono gli italiani.
A quel tempo ci credevo davvero. Ora non importa più.
Il Sant’Uffizio ha sempre avuto ragione. Il demonio esiste. Da sempre. Da prima dell’uomo.
Giuseppe mi scrive ancora, dice che i tempi sono maturi, dobbiamo porre la penisola sotto una sola guida. Le sue missive mi tengono allegro, le trovo buffe.
L’Italia, cara Nina, oggi è soltanto tenebra. E le tenebre non hanno forma.
La guerra divampa. E non c’è stata mai concessa una tregua.
Fuori, è notte.

***

25 Novembre 1844

Germaine finisce di lavarsi tra le gambe. Lo fa in fretta, in piedi, a cavallo della bacinella d’ottone, prendendo l’acqua con la mano e portandola dove serve. È un’abitudine che s’è trascinata dietro da Parigi.
S’asciuga con uno straccio di cotone e mi guarda. Solleva l’angolo sinistro della bocca, l’aria sorniona.
Indossa il girocollo di seta azzurro con la croce d’argento, che le ho regalato. Non se ne separa mai. Fisico morbido, addome segnato dalla cicatrice che lo taglia di sghembo.
Dice che il collo le duole. Fa pressione col palmo della mano destra e una smorfia con le labbra. Getta lo straccio sulla spalliera della poltrona di velluto rosso. Dopo s’avvicina al tavolino di noce e armeggia versandosi un bicchiere di cognac, color ambra, al riverbero del fuoco nel camino. Lo beve in un sorso solo, accostando il bordo di vetro alla bocca, sollevando il gomito veloce e chinando la testa all’indietro. Corruga le labbra e strizza gli occhi. «È forte. Mi piace.» Poi rutta.
Ridacchia.
Pulisco gli occhiali con un fazzoletto. Lo metto nel taschino della giacca, le lenti sul naso. Il borsone di pelle è sul tavolino scuro, accanto al vassoio col cognac e i bicchieri. In linea col mio ritratto, più su sul muro, oltre il bordo del caminetto. Il pittore m’ha detto che così, al caldo, si rovinerà. La vernice metterà le crepe e si staccherà a poco a poco. Non importa.
Sul ripiano, ancora lettere. Ancora patrioti. E il messaggio del parroco. Afferro le carte e le butto nel fuoco. Le guardo annerirsi e poi bucarsi, in squarci bordati di brace. I pezzi di ceralacca si sciolgono.
Germaine mi getta le braccia al collo, i grossi seni premuti sulla spalla. Mi dà un bacetto sulla guancia, sopra la barba.
«Non stare via a lungo.» fa, passandomi una mano tra i capelli. «Sei brutto.» sghignazza.
Mi volto, le afferro la mano e gliela bacio. Poi prendo il borsone e m’avvio.
Do un’occhiata dalla finestra. Il cielo nero si sta macchiando di luce proprio sopra le chiome degli alberi della tenuta. I vetri sono appannati.
Pietro è giù in cortile, coi cavalli sellati.

L’odore di Germaine ancora addosso. Sulla bocca, sulle mani. L’alba è gelida e nebbiosa.
Mi aspettano in quattro, davanti alla chiesetta di Francesco Gallo. Piccola e marrone, col campanile quadrato.
Il parroco e due chierichetti tremanti. Insieme a Michele, armato di moschetto. Lavorava nelle risaie. Ora fa il cacciatore.
L’hanno vista i ragazzi, entrare in chiesa un’ora addietro, lenta e leggera. Bianca come un sudario, l’ha descritta il prete. S’era appena nutrita, sostengono.

«Se viene dall’Inferno, Signore, come fa a stare qui?» domanda Michele, mentre avanziamo tra le panche. Buio, l’aria percorsa da residui di cera bruciata e incenso.
Pietro controlla la navata, guardando a destra e a sinistra.
«Se viene dall’Inferno, allora non è troppo distante da chi l’ha creata, giusto? È tornata a casa.» affermo.
Il cacciatore mi fissa, sgranando gli occhi.
«Ora fa’ silenzio.»
Pietro mi tocca la spalla. Con l’altra mano indica dabbasso. La cripta. Tre goccioline di sangue rotonde e perfette, sul primo gradino bianco di marmo. Accende due torce. Ne passa una a Michele.
Poso la borsa. Estraggo coltello e accetta.

La ragazza è un fagotto bianco prostrato davanti all’altare, illuminato a stento dalle torce. È immobile e silenziosa. Le braccia stese a croce, i palmi in alto. I piedi luridi. Altro sangue, una scia sottile conduce fin sotto al corpo.
Michele ansima. Con la mano tremante prende dalla tasca del giaccone una boccetta di vetro piena d’acqua. Una placca d’argento con su incisa la croce, innestata su un fianco. Con l’altra estrae il coltellaccio.
Gli faccio cenno di no.
Avanzo piano, fino a lei. Pietro scatta di fianco a me, mi supera, le afferra le gambe con entrambe le braccia, le solleva, mettendosi al contempo su di lei, piantandole un ginocchio nella schiena.
Prendo un piede, poi l’altro. Recido entrambi i tendini d’Achille. Uno si sfilaccia mentre si ritrae nella carne. Niente sangue. Fuoriesce soltanto dal ventre, la tunica di lana grezza impregnata. Dicono fosse morta di parto.
In quel momento la creatura urla, con voce cavernosa e duplice, dibattendosi, facendo sussultare Pietro, che è il doppio di lei.
Fa leva sulle braccia, poi ricade.
Mi sposto mettendomi a fianco. Le infilo il coltello nella schiena, all’altezza del cuore, con un ampio movimento del braccio, fino all’elsa. La punta della lama esce dall’altro lato, cozzando contro la pietra. Ha un sussulto, emette un sibilo gutturale e resta immobile.
Pietro la mantiene ancora. E mentre Michele si piscia addosso, con un alone scuro che si allarga sul lato sinistro dei calzoni, le taglio le mani con l’accetta. Infine, la testa.
Rumori sulla rampa di scale. Il parroco è steso per terra. Svenuto.
Dalla ferita sul petto della creatura cola un liquido denso e scuro. Sangue morto. Come quello dei cadaveri.
«Voleva solo tornare a casa.» dico.

la foto della Chiesa di Leri è di Marco Plassio.

Indice generale QUI

Fonts by Google Fonts. Icons by Fontello. Full Credits here »
41
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x