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Cavour Cacciatore di Vampiri – Capitolo 5: Chrysalis

by Germano on 08/01/2012
Book and Negative
Contents

Attenzione! La seguente è un’opera di fantasia dai contenuti violenti, inadatta ai minori di spirito.

5 Settembre 1835

Ricordo quando uccisi il lupo. Nel fitto del bosco, accucciato tra i ruvidi pini e la nuda roccia, si leccava le zampe lorde di sangue, nel meriggiare.
Le mie dita sporche di resina, e l’odore di terra e di merda di lupi nelle narici, addosso. Pietro accanto, accovacciato, m’insegnava a diventare un cacciatore, il viso incrostato, tra i capelli fronde di aghi.
La polvere impiegò istanti, ad accendersi. Il fumo bianco mi accecò. Sopraggiunse lo scoppio. Quando riaprii gli occhi, la bestia giaceva su un fianco, gli arti rigidi, protesi in alto, la testa molle, la lingua penzoloni, recisa di netto dalle zanne serrate.
Chiudo gli occhi e respiro, in attesa, come fosse quel giorno di tanti anni addietro. In mano la pistola carica. Alla cinghia il coltello.
Il crocifisso che porto al collo è caldo, lo sento sotto la camicia. Lo cerco con le dita, le insinuo tra le pieghe del tessuto. Lo trovo, lo stringo. La pelle del petto brucia, come fosse a contatto con l’ortica. Adesso bruciano anche i polpastrelli.
Sbircio dalla fessura della porta. Germaine è a terra nella penombra, dopo essere… caduta. Era fredda come sono i morti, di più, quando mi ha urtato, facendomi ruzzolare di fianco dal terrore.
Giace supina, la testa ruotata in verticale verso le assi di legno, in un angolo impossibile. Guarda verso di me, il braccio allungato e il dito puntato, immobile, ma è come se non vedesse. Assente. Mi ricorda quel lupo.

Ruote veloci e trottare di cavalli, là fuori. Aria sbuffata in vapore dalle froge allargate. I nitriti isterici, gli animali sono nervosi. Stringo ancora l’arma e richiudo la porta. I passi veloci nella sala dabbasso, attutiti dai tappeti, anticipano la vista di Pietro e del medico. Il primo porta il fucile e il lume, il secondo la borsa nera, rigida, coi ferri, affannato.
«Buonasera, Eccellenza. Il vostro servo mi ha dato i denari, ma non mi ha detto…» Questo è ciò che sussurra, ma il suo sguardo si posa sulla pistola e lì rimane.
Giro la maniglia e entro. Mi faccio accosto, in modo che possa vedere. Entrano insieme, il dottore sospinto da Pietro, che l’ha preso per un braccio; alza il lume e spande la luce.
«Oh, mio Dio…» esclama quello.
Non un movimento, un sospiro o un lamento da parte di Germaine. Mi faccio dappresso, pesto qualcosa e scivolo, urtando il ginocchio.
Pietro avvicina il lume a olio. Sulle assi una scia di grasso e poltiglia che conduce fino a un sacchetto minuscolo, poco più grande di un palmo: una membrana viscida,. Come un aborto di cane.
«Che diavolo sta succedendo qui?» urla il medico. Germaine abbassa il braccio. Sangue e vomito per terra, vicino alla testa, e sul viso, intorno alla bocca.
La croce sul petto si raffredda.
«Salassatela, svelto!» ordino.

«Voi capite, Eccellenza, che un corpo umano, di una donna in particolare, non potrebbe mai contenere tutto quel sangue?» argomenta il medico, tergendosi le perle di sudore dalla fronte col fazzoletto, crucciato lo sguardo, fisso alla cosa raccolta.
Sull’asse di marmo in cucina, dove Pietro scuoia le lepri che caccia, apriamo con un coltello la piccola crisalide viscosa. Dentro c’è una fata.
Marrone, sporca come i nascituri. Le ali d’insetto sono due moncherini non ancora schiusi. La testa schiacciata, forse quando l’ho calpestata. È morta.
Il medico guarda fisso verso di me, adesso, ansioso d’una qualunque sciocca risposta.
«Pietro, ci occorre il liquido che adopera quel Mathieu. Vai in città e domandagliene un po’, con gentilezza…»
Si muove, prendendo l’uomo di scienza dalla collottola e trascinandolo dietro di sé, balbettante.

***

2 Dicembre 1844

Sorrido immaginando Garibaldi, avvolto in una mantella rossa per celare il sangue dei macellai come lui, che dibatte nella Sala adibita a Parlamento, coi nobili senatori che lo stanno a sentire, l’eroe. Il Parlamento dell’Italia futura.
Germaine sostiene ch’io riesca a percepire le cose a venire, ma a me non sembra.
Le tengo la mano, con l’altra lei si aggiusta la fascia celeste intorno al collo, col piccolo crocifisso. Lo tasta con le dita e poi mi rivolge uno sguardo sereno, insieme a un piccolo sorriso.
La carrozza ondeggia e sferraglia. Nella notte si possono solo intuire i contorni degli alberi, all’esterno. A quelli è rivolta l’attenzione della mia dama. Ne scruta gli invisibili dettagli, che le appaiono chiari.
L’altro ieri ha sognato della Caccia, portata avanti da lupi famelici con occhi di brace, condotti da un cavaliere nudo, su un cavallo scheletrico, fino a un lago nel mezzo del bosco, dove fate infernali preparavano un rituale, intente alla danza.
Anche Germaine vede. Cosa, non è dato sapere. Forse, sono i sogni di un demone. Hanno tale forza… sono vividi. Mi domando come la sua mente possa ancora accettarli. Mi domando se Nina avesse simili sogni, prima di volare dal balcone…
Apro la borsa, rivedo i documenti. Torino ha bisogno di una Banca. Questo durante il giorno. Di notte, le serve un Cacciatore.

Pagina del Risorgimento di Tenebra e capitoli precedenti, QUI

Un ringraziamento al Doktor Mana, ché mi ha ricordato la Caccia.

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