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Cavour Cacciatore di Vampiri – Capitolo 4: La Quintessenza

by Germano on 26/12/2011
Book and Negative
Contents

Attenzione! La seguente è un’opera di fantasia dai contenuti violenti, inadatta ai minori di spirito.

30 Novembre 1844

La cinese fa ruotare l’ago tra pollice e indice, infila la punta col grumo d’oppio nel flusso d’aria calda, sopra il lume acceso. La pallina si gonfia e sfrigola producendosi in bollicine ambrate. L’odore dolciastro risalta nella piccola stanza già pregna di fumo. Di fronte alla fiamma il viso, incorniciato tra capelli corvini e lisci, sembra su una tela a olio. La luce lo bagna, scivolandoci sopra.
Tira via l’ago, inserendolo nel foro sul fornelletto della pipa di bambù, girandolo, perché l’oppio resti bucato. Passa la pipa a Piero, sdraiato su un fianco, sui cuscini intessuti di rosso e oro del divanetto, che la prende con mani tremanti e occhi iniettati di sangue. La bocca in un ghigno demente, un filo di bava che gli cola di lato, prima di fremere ansiosa per attaccarsi alla cannula. I capelli grigi, sporchi, separati da una riga incrostata. Dà rapide boccate, trattenendo il fiato. Si adagia, mettendosi comodo. Poi tossisce, bestemmia e spinge la pipa verso la ragazza con un gesto brusco.
Questa, indifferente, la sistema con cura, insieme all’ago e al raschietto, sul vassoio; regola l’intensità della luce del lume, abbassandola, si alza e si congeda rivolgendomi un inchino, nel suo vestito di seta blu scuro.
Sulla parete, alle spalle del divano, la bandiera blu rossa e nera. Le ombre danzano facendola muovere.
Piero si volta, infine, dalla mia parte. «Fottiti, Cavour.»

«Bentrovato, Piero.»
«Sì, certo. A ogni modo, che cazzo ci fai qui? Vattene, prima che ti faccia sbattere fuori!»
«Nulla mi renderebbe più felice che andarmene. Il fatto è che ho qui un biglietto, con la tua firma, su cui c’è scritto che volevi incontrarmi.»
Glielo mostro, prendendolo dal taschino. «Cominci a ricordare?»
«Cristo, lasciami fumare in pace!» sbotta. «Però…» riprende, «sei coraggioso. Qui, alla Quintessenza, da solo. Senza il tuo leccapiedi. Dov’è, eh? Insieme alla tua puttana, scommetto.»
«Mi ha accompagnato Michele. È qui fuori che mi aspetta…»
«Sai che paura!»
«Vieni al dunque.»
«Sei a casa mia, Conte, farai meglio a mostrarmi rispetto.» Si sporge facendo leva sul gomito. Il moncherino che ha al posto della gamba scalpita da sotto la coperta di lana grezza. Resta a fissarmi finché gli è possibile. Poi ricade sul cuscino, soffocando un conato. «Ho saputo della contadinella. Un parto difficile…» fa, poi scoppia in una risata che termina in una tosse convulsa. Gira il capo di lato e sputa per terra. Bestemmia.
Annuisco.
«Ecco quello che so: mi hanno informato che a Torino ne sono sparite quattro, nelle ultime settimane. Ne hanno ritrovate due. Erano al camposanto. Smembrate come se avessero abbracciato una palla di cannone. Allora?»
«Allora, cosa?»
Grugnisce stizzito e arreso: «Sei un bastardo, buono solo a complottare!» Sbuffa. «Lo senti ancora, vero? Mazzini…»

Alzo l’angolo destro della bocca. «Sì, certo.»
«Bene. Digli di andare a farsi fottere, insieme alla Giovine Italia. E ora, levati dalle palle.»
Mi alzo, mentre Piero si attacca al cordone di stoffa accanto al divanetto, tirandolo e facendo tintinnare la campana.
Lo chiamo. Resta impassibile, l’avambraccio poggiato sugli occhi. Lo stomaco s’alza e s’abbassa. «La Vendita della Quintessenza è in Piemonte. E il Piemonte è roba mia. Ricordatelo.»
Si solleva di scatto afferrando il lume. Chiudo la porta sentendolo sfracellarsi.
Nella sala principale, sette avventori assaporano su altrettanti lettini visioni dorate, acquistate a caro prezzo. Ragazze tatuate con dragoni verdi e rossi si strusciano addosso a due di quelli, inerti.
La fanciulla che serviva Pietro mi si fa dappresso. Le lascio il sacco coi marenghi. China il capo e mi consegna una fiala colma d’oppio, nero e denso, con entrambe le mani. Ha un buon profumo. La seguo con lo sguardo, bella e minuta, fino a quando non rientra nella camera di Piero.
Michele si avvicina, fucile in spalla. Gli passo il flacone.

Una volta fuori, mentre montiamo a cavallo nell’aria del meriggio, mi chiede: «Che posto è questo, Signore?»
«Hai mai sentito parlare della Carboneria?»
«Da vostro padre, mi pare. Sì.»
«Quell’uomo è Piero Maroncelli. Questo posto è tutto ciò che ne resta. Adesso affrettiamoci, torniamo a Leri.»

***

5 Settembre 1835

Il damerino ha detto di chiamarsi Gerard Mathieu. Ci ha condotto di nuovo a Parigi. «L’occulto esige il suo tributo di credulità.» ha affermato mentre ci introduceva nel luogo delle risposte, l’ha definito in tal guisa.
Mi presenta il Dottor Berangier. L’uomo, anziano e barbuto, stende un drappo nero sulla sua scrivania di mogano e si premura di mettermi in guardia, ciò che sta per mostrare potrebbe turbarmi.
Pietro, alle mie spalle, espira dal naso, lentamente. Mathieu è lì accanto, ha l’aria soddisfatta di chi è tronfio del proprio sapere, e un sorriso ebete.
Tre delle quattro pareti dello studio sono coperte da scaffali scuri, colmi di vasetti e teche. Quelle di vetro contengono ossa umane, teschi deformi, allungati. Animali, ma non solo. Ogni aborto o scherzo della natura viene conservato e studiato. Serve alla frenologia e chissà cos’altro.
Berangier posa sul lato esterno del drappo una cassetta di legno. Si sfila una collana di corda dal collo e armeggia con la piccola chiave di ferro e la serratura del bauletto. Lo apre, estrae un teschio bianco, pulito, odoroso di cenere. Lo posa sul ripiano, prima di voltare le orbite cave verso di me.
Sopra e sotto le arcate dentali, si scorgono zanne appuntite.
«Questa è la madre. Lo era, in effetti» spiega il dottore. «È stata… morsa, mentre era incinta. L’evento ha provocato la nascita prematura del bambino che Gerard vi ha mostrato.»
«Ebbene?» domando. «Cosa volete da me?»
«Senz’altro avete compreso, Eccellenza» interviene Mathieu, «di essere stato iniziato a misteri più grandi di quelli che finora avete anche soltanto osato ipotizzare. Inutile mentire, a questo punto. O fingere che non sia accaduto. Abbiamo le vostre lettere, vi chiediamo collaborazione. Si dicono grandi cose sul vostro conto, sul vostro brillante avvenire nella politica. Sarebbe un peccato rinunciarvi.» conclude, in attesa, abbozzando un sorriso.

Rientriamo alla villa che è notte fonda. Nel silenzio dei corridoi, rimbomba ancora nella mente la parola pronunciata dal medico:  vampyr.
Cerco Germaine nelle sue stanze. Non è nel letto. Vuoto, ma ancora caldo.
Avverto un fruscio sopra la testa. Sposto il lume verso l’alto.
La trovo attaccata al soffitto, il capo piegato verso il basso, che mi guarda con occhi bianchi.

Pagina del Risorgimento di Tenebra e puntate precedenti, QUI

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