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Cavour Cacciatore di Vampiri – Capitolo 1: Alba

by Germano on 02/12/2011
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14 Maggio 1835

Un tempo, le candele di Cristo erano luce per illuminare la gente. Lebon ha provveduto altrimenti. I lampioni a gas rischiarano le sere parigine, profumate di fiori notturni e della Senna; una fragranza dolce e umida, mista ai miasmi delle strade. La luce è calda, fuoriesce con un sibilo appena percettibile. L’energia che brucia, raccontandoci la potenza del progresso. Il fiume s’arriccia nel suo letto, color sabbia.
«Se i lampioni illuminano la gente, allora Dio è nei lampioni!» La fanciulla al mio fianco esulta a tale intuizione. Si chiama Germaine.
Una mademoiselle, s’è presentata così, insieme alla sua amica Isabelle. Saluti reciproci, con inchini ben studiati. S’aggiravano alla Sorbona, cacciatrici. Abbastanza eleganti da non suscitare scandalo e passare inosservate dietro pizzi e merletti, e profumi antichi, versati su guance cadenti di quarti di nobiltà. Vecchie baldracche nobili e devote. Quella nobiltà sopravvissuta all’Imperatore Bonaparte. Pietro… devo stargli lontano, dannato corruttore!
Le ha conosciute subito, le due signore. E sostiene ch’io, essendo giovane, debbo fare altrimenti. Nessuno lo saprà mai, assicura.
È vero che le strade sono illuminate, ma esistono anche i vicoli bui, pieni di alberghi e di pasti fugaci. E di pitali versati dalle finestre, ha aggiunto ridendo.
Consumale in fretta, mi sussurra, accompagnando la frase a un sorriso macchiato di tabacco. La luce si riflette sul dente d’oro.
Guardo Isabelle, dietro al cerone e al finto neo. Germaine mi prende la testa tra le mani, un tocco gentile, mi attira a sé. Le labbra sanno d’assenzio e zucchero. Lei non si trucca, ha diciotto anni.
Fatine dell’assenzio. Ventri caldi e umanità palpitante.
Il mio viaggio a Parigi.

La stanza d’albergo è pulita. Il posto discreto, intimo. Germaine mangia schegge di cioccolato, piluccando da un vassoio, sopra un centrino bianco ricamato. Lo accompagna a bicchierini di cognac, mentre scrolla la testa all’indietro, sollevando nubi di profumo dai capelli castani. Ride.
Legge le mie lettere e quelle di Nina. Mi chiede se, tornato in Italia, la sposerò. Ha letto che il marito sta male.
Ha un intelletto vispo. E molta curiosità.
Pietro, dall’altra parte del corridoio, s’intrattiene con Isabelle.
Nel piccolo braciere, bruciano foglie di salvia. Germaine si fa dappresso, sollevandosi le gonne ampie e vaporose, con sottovesti di seta e giarrettiere e pelle candida. Si accoccola sulle mie gambe, stringendosi a me.
«Oppure è me, che vuoi sposare? Eh, Piemontese? E te lo lasceranno fare?» mi stringe una ciocca di capelli tra le dita, tirandomi la testa all’indietro con un gesto brusco. «È me che vuoi davvero? Oppure sei solo un bravo bugiardo?»
Mi bacia sul collo, sulla gola. L’umido del tocco della lingua. Il solletico…
La sedia vola via. Insieme a me. Germaine si fa lontana in un attimo. Sbattuta contro il tavolino, perde i sensi. Il collo piegato e rosso. Le schegge di cioccolato si spargono, insieme al vassoio. La bottiglia si corica sul ripiano facendo colare il liquido ambra.
Di là della porta, sento le urla di Isabelle.

***

25 Novembre 1844

Pietro rianima il parroco, versandogli sul viso l’acqua santa della boccetta di Michele. I chierichetti lo assistono pallidi e sudati. Uno dei due gli sorregge il capo.
Il cacciatore al mio fianco osserva il cadavere alla luce della torcia.
Col coltello, taglio la tunica all’altezza del torace. Lo poso a terra, afferro i lembi di tessuto e strappo, allargando. Oltre lo squarcio sullo sterno, conto sette fori circolari tra i seni e l’ombelico, dai bordi frastagliati e bruciati. Su almeno quattro di essi c’è del pus rappreso.
«Hanno usato il sale.» commenta Michele. «Non volevano ucciderla. Solo punirla.» aggiunge.
Annuisco. Con la punta della dita, sfioro le due ferite gemelle sul collo della ragazza. Ancora umidicce e calde.
«Che ne è stato del bambino?» domanda l’uomo.
Mi alzo e mi avvicino al parroco. Deve avere forza d’animo sufficiente per rispondere a una sola domanda, il servo di Dio.

Il sacco della madre è su un letto di paglia. Violaceo e putrido. Gli insetti ci banchettano intorno, isterici. Ronzano e litigano. Cadono, soffici, si riprendono e ricominciano. Le tracce di placenta e di sangue si trascinano fin dietro i mucchi. S’è nascosto.
I cavalli nitriscono e scalciano dietro i recinti, allargando le froge e roteando gli occhi. Michele, di fuori, inveisce contro il padrone della fattoria, il padre della fanciulla. Abbiamo trovato il suo archibugio.
Come un battitore, pesto il terreno con gli stivali, sempre più vicino al fieno. Fruscii scomposti. Un lamento flebile. Forse paura, o dio sa cos’altro provano i suoi figli…
Pietro stringe il forcone, impugnandolo con entrambe le mani. L’essere scatta all’improvviso, livido e sporco, con fili di paglia attaccati addosso, trascinando dietro di sé il cordone ombelicale, che sbatte come fosse una coda. Anch’egli divorato dalle mosche verdi.
Emette un gemito, più simile a uno squittio. Pietro lo inforca con un rapido movimento. Inchiodato al terreno, lo finisce schiacciando la piccola testa con lo scarpone.
Porta i resti fuori, davanti al padre sdraiato, le mani legate, schiuma intorno alla bocca. Paonazzo e preda di dolore e rimorso. Domanda della figlia. Solo questo, da quando siamo arrivati.
Olio per lanterna e acciarino. Rito funebre per i piccoli resti. Poi si torna a casa.

Quando smonto da cavallo, noto Germaine alla finestra, dietro i vetri. Scompare non appena incontra il mio sguardo.
In lontananza, le campane della chiesetta chiamano i fedeli a raccolta. Un’altra inutile supplica. Altre preghiere per la ragazza e per il padre. Del problema più grande, che c’è un non-morto che infesta la valle, non se ne farà parola.
La fede deve essere cieca, per poter funzionare. O, almeno, questo è quello che dicono, lassù dai loro pulpiti.

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