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Cavour Cacciatore di Vampiri 2 – Capitolo 5: Leri

by Germano on 10/03/2013
Book and Negative
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Attenzione! La seguente è un’opera di fantasia dai contenuti violenti, inadatta ai minori di spirito

13 Dicembre 1844

Le campane della città suonano a morto nella bruma grigia.
Pietro arriva sferragliando su una piccola carrozza nera alla quale ha legato i cavalli. Tira le briglie, i destrieri s’arrestano sbuffando vapore dalle froge.
Smonta dalla cassetta, fa un cerchio con le mani e se lo piazza intorno al capo, la caricatura d’un volto austero, s’alliscia poi dal mento un pizzo immaginario e sistema sull’occhio sinistro una lente che non c’è. Stringe la gola con la mano, coprendo la cicatrice, ruota gli occhi verso l’alto e tira fuori la lingua.
Sorride, soddisfatto.
Mi par di capire che il Re sia stato ammazzato.
«Potrebbero anche star suonando per me» obietto. Lui risponde scrollando le spalle. «E questa, a chi l’hai rubata?» faccio.
Mi punta l’indice contro. Scorgo sul fianco della carrozza lo stemma di famiglia. «Sei tornato in città!?» esclamo.
Scuote il capo, lento, fa un sorriso che è una smorfia sorniona *.
«Insolente.»
Torno in casa, Germaine m’assiste nel portare fuori Lamia. Scotta, si lamenta. L’adagiamo sul sedile, Germaine si mette accanto.
Saggio la fasciatura col pollice, applico una leggera pressione. Il cotone sputa muco giallo, spargendo odore di formaggio.
Scorgo macchie di sangue asciutto sulla pedana, mentre richiudo lo sportello. Rivolgo a Pietro uno sguardo. Lui riprende posto sulla cassetta, afferrando le briglie.
Monto in groppa al terzo cavallo, do di sprone. Il sauro nitrisce, s’impenna e s’avvia al galoppo.

***

Il sole si sfilaccia sulle alture, in sfumature rosso e porpora, sfocate dai banchi di nebbia che s’addensano sulla piana della risaia, bruna nel riposo dell’inverno.
Scorgiamo i tetti della tenuta di Leri. Un cacciatore fa la nostra stessa strada, archibugio in spalla, una coppia di lepri bianche appese alla cintola. La campana suona ancora, stavolta al vespro.
L’uomo si volta, scruta, accenna un saluto sorridente. Mi riconosce, la mano s’arresta per un attimo, incerta.
Passo oltre, il viso m’è famigliare. Come quello d’un ragazzo che spasimava per andare a caccia, ora adulto. Il ricordo si perde nel rapido scalpitio degli zoccoli.

Il silenzio della corte della tenuta è interrotto dal latrato d’un cane da riporto con le orecchie lunghe, che scodinzola incerto. Due lanterne a olio e una finestra che balugina d’arancio, per contorno di mura livide d’umido.
Dagli edifici escono i servi, s’affrettano ad assistermi. Scorgono il mio viso, i capelli rossi non più incanutiti, non fanno domande.

***

set per amputazioni

Il medico opera alla luce di sette lumi e tre grosse candele radunate nella stanza. Germaine mantiene Lamia per le braccia. Pietro le versa del vino in bocca, da una borraccia, forzandole il mento; la maggior parte finisce per chiazzare di viola le lenzuola disfatte, lei tossisce, s’affoga. Il medico gli urla che non serve, basterà il calmante che le ha dato. È inutile.
Io tengo la gamba sana, che prova a scalciare, ben lontana dall’altra, legata a una tavola tenuta salda dal giovane apprendista. La coscia è livida, stretta dai legacci. Il piede gonfio.
Il medico incide la carne sotto il ginocchio col coltello, solleva la coperta di pelle. Il sangue s’allarga come una rosa che sboccia. Lamia si contorce nella mia stretta.
Il secondo apprendista deterge il sudore dalla fronte del maestro e avvicina il lume alla ferita.
Ancora un affondo, taglia i muscoli del polpaccio molle, tutt’intorno, come fosse la coscia d’un maiale, quelli si ritraggono elastici, scoprendo i vasi che s’afflosciano gocciolando sangue denso. Al di sotto, il coltello urta contro l’osso con rumore sordo, l’incide lasciando un’unghiata bianca sul velo scuro.
La Dama ringhia e urla, perde i sensi.
Riprende a lavorare sui lembi di carne. Si rivolge a me: «Andranno cuciti, alla fine, dopo vene e arterie, copriranno l’osso, per questo servono abbondanti.»
Il medico getta coltello nella bacinella dell’acqua fumante, l’apprendista gli porge la sega. Quello sistema la mano ferma intorno al ginocchio, e i dentelli acuminati sulla tibia.

***

Bevo un sorso di cognac, poi lo faccio ruotare nel calice, gustando le sfumature d’ambra, contro il lume.
Guardo dalla finestra il cortile buio, e la strada vuota.
Sul comò c’è il vassoio con la zuppa, intatta.
M’avvicino al letto, scosto le coperte. Sulla fasciatura del moncherino c’è una piccola chiazza scarlatta. I fili neri della cucitura spuntano al di fuori.
Le tocco la fronte, ora è fredda. Respira a stento.

Dabbasso, dalla fessura della porta delle cucine, scorgo Germaine che tracanna vino da un boccale di creta. Beve avida, il nettare cola dagli angoli della bocca sul collo, poi ridacchia.
Pietro taglia una bistecca sul marmo del ripiano, cotta a stento. Impugna il coltello e la forchetta al contrario, sempre pronto ad attaccare, anche lui è allegro.
Entro, catturo gli sguardi di entrambi. Sollevo il calice, mi rispondono levando i propri.
«Amico mio, domattina dovrai sforzarti di raccontarmi cosa è successo.»
Raccolgo una mela rossa dalla cesta, l’addento scrocchiandola.
Mi congedo baciando Germaine sulla fronte.

Nelle mie stanze, sfilo il braciere da sotto il letto. Sullo studiolo di noce ci sono delle lettere sigillate in ceralacca.
Le scorro, una dopo l’altra, cercando la grafia di Nina. Ne scorgo invece un’altra che m’è nota. Spezzo il sigillo, spiego i fogli. È firmata da Giuseppe Mazzini.
M’arrovello sui motivi che hanno spinto il folle menagramo a mettermi a parte di qualsivoglia richiesta, quando gli occhi incontrano la data: 4 Dicembre 1844.
M’appoggio allo schienale, scricchiola. Rido. Una risata comoda, mentre supplico l’orrore a un tempo bambina a un tempo strega col naso a carota intinto nel sangue di orrori latenti, di tagliarmi via la testa, liberarmi d’ogni angoscia terrena.
Se non m’inganno, a quel punto me ne darà di nuove, e sconosciute.
«Ci attende un destino d’ombra, maledetto pazzo…» borbotto, illudendomi che il menagramo se ne doglia.

(continua…)

*la carrozza è quella usata dallo stesso Pietro e dall’altro Cavour nel Capitolo 10, lasciata nel bosco.

Pagina del Risorgimento di Tenebra e Capitoli precedenti QUI

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