Antologia del Cinema

The Killer (1989)

Su facebook ho messo su un gruppo interessante, febbrile, dovi si discute di tutto tranne che di sci-fi, che poi è il tema sul quale è stato creato. Forse è per questo che funziona.
Sia come sia, l’altro giorno c’era una serata hard boiled (sì, facciamo le serate a tema), e sono stati fatti i titoli del film omonimo, Hard Boiled (1992) e di The Killer (1989), di John Woo. E sono stati postati due stralci (leggasi video sul tubo) che mi hanno entusiasmato. Questa recensione nasce da quegli stralci. Grazie al Doktor Mana per i suoi preziosi consigli, soprattutto in campo musicale.
Il cinema di Hong Kong mi manca. Non ho scuse particolari per questo. Ma attenzione, neppure un’avversione per la cultura asiatica, che al contrario mi piace molto, soprattutto nella sua complessità storica. Hong Kong, poi, è una fusione avvincente e unica, prodotta dalle sue dominazioni secolari.
È che mi piace altrettanto, se non di più, la cultura occidentale. La nostra. La storia romana sopra tutte le altre, tant’è che ci ho scritto anche la tesi.
Tutto questo preambolo per dirvi che non tenterò di spiegarvi John Woo e le chicche presenti dietro questo film. Sono convinto, infatti, che tra di voi ci sia gente che potrebbe farmi da maestro in materia. Mi limiterò a scrivere quelle che sono state le mie riflessioni durante e dopo la visione, nulla di più, con un invito rivolto a voi lettori/commentatori: se avete aneddoti, curiosità, paragoni da fare, fateli, la vostra voce è benvenuta.

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Si inizia subito con quella commistione di culture di cui ho detto poc’anzi. Un killer (Chow Yun Fat), seduto in una chiesa cattolica, vestito all’occidentale, con sciarpa e cappello, pagato per svolgere un lavoro, quello che gli riesce meglio: per vivere usa la pistola. Primi piani sul viso della statua della Vergine, ceri e luce calda a fare da scenografia. E poi, la musica, quella di Sally Yeh (Jennie). Perché è nel suo locale che il killer deve svolgere l’incarico.
Proiettati costantemente nell’azione. Il punto è che questo che pare essere dogma, più che direttiva, viene applicato con una rigidità tale che, per il primo quarto d’ora, forse venti minuti, l’ambiente è circoscritto, letteralmente, al volto dei protagonisti. La città è invisibile, se si eccettua la panoramica dei titoli di testa, e viene usata per brevissimi scorci, e inquadrature strette tutt’al più a una sola strada, sempre teatro di violenze. Piegato com’è, lo scenario, alla violenza catartica. Perché di catarsi si tratta. Le sparatorie avvengono all’improvviso, con soluzione di continuità rispetto a scene all’apparenza innocue e tranquille. Il killer si appoggia al muro, soprabito tra le mani, alza il braccio solo un po’, una porta si apre, e si dà il via alla carneficina. Magnifico. Ma sulle sparatorie ci torniamo dopo.

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Esse, infatti, sono alternate alla storia sentimentale dei protagonisti, a vari livelli. John Woo costruisce una storia d’amore che, proposta da chiunque altro, apparirebbe infarcita di retorica; si basa infatti sul sentimento che il killer prova per la cantante che è diventata non vedente a causa sua, di una sua esitazione; ma che, nella regia essenziale, ben attenta a evitare sia gli spiegoni che inutili digressioni romantiche, mostrandoci la relazione progredire col ritmo delle inquadrature che segnano lo scorrere del tempo, diviene accettabile: è una love story da soap opera, ma va bene così. E non perché prima, durante e dopo, viene bagnata con lotte a omicidi.
Contraltari della storia d’amore tra il killer e la cantante, sono due rapporti amicali dello stesso con un suo collega e con il poliziotto (Danny Lee) che gli dà la caccia. Su questa base già abbastanza complicata si innesta la trama principale che vede il killer avere problemi col suo datore di lavoro, Wong Hoi (Fui-On Shing), il quale, prima lo ha ingaggiato per portare a termine un contratto (leggasi omicidio) e poi ha deciso di farlo fuori, senza averlo neppure pagato.

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Le sparatorie, dicevamo. Senza giri di parole: sono spettacolari. Coreografiche, variopinte, cinetiche. Non so fino a che punto realistiche. In più occasioni, infatti, ho avuto la sensazione (solo una sensazione, non mi sono fermato a contare) che i caricatori delle pistole contenessero più cartucce del normale. Perché il killer schiaccia il grilletto con una velocità impressionante, ma una Beretta non può contenere così tanti colpi. Ma a chi importa? Lo spettacolo che Woo mette in piedi rende questo dettaglio insignificante.
Gli si perdona tutto, pure l’adattamento italiano che sceglie di attribuire al killer e al poliziotto i nomignoli di Topolino e Dumbo. Normalmente, c’è l’effetto Bubi. Uno sente di un killer che si chiama Topolino e se la fa sotto dalle risate. Ancor di più se questo e il suo amico Dumbo mettono su un rapporto di rivalità/dipendenza reciproca e finiscono a parlare di sentimenti virili, quelli che nascono tra compagni di battaglia, quando i due si mettono a fare strage, con un borsone di armi.
Decine e decine i nemici massacrati. I vestiti di Killer e Poliziotto che si lordano si sangue e un nemico, il capo della Triade, Wong Hoi, allo stesso tempo stolido e spietato, inarrendevole e determinato, come sanno essere i tipi di quelle zone lì, caparbi fino alla follia.
Il killer vuole i soldi per aiutare la sua amata a recuperare la vista, altra motivazione da soap opera, perché qui ci hanno abituato a pensarla così. E invece la storia avanza e lava col sangue e il massacro, col suo essere spietata e poetica, ogni luogo comune occidentale. Un’ecatombe, che lo ricordo, era un sacrificio agli dei. Guardatelo.

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    • 11 anni ago

    Insieme ai due “A Better Tomorrow” il mio film preferito di John Woo, bravo Hell ottima reviù!

    • Thanks! 😉

  • Fatto.

    • Ok, adesso se noti il tuo nome è cliccabile! 😉

    • 11 anni ago

    Cacchio ! Ho dimenticato una “n” in “non” . Mi scuso per l’errore.

    • Ah, già che ci sei, fatti un giro nel profilo utente e inserisci l’URL del tuo blog, ché manca! 😉

    • 11 anni ago

    Quanto dici no è sbagliato. Ma credo che tali valori siano più in voga nei film orientali forse perchè in occidente ( specie in America) sia ha un idea di eroe come più indistruttibile. Vulnerabile, ma solo limitatamente.Le batoste che Bruce Willis e Mel Gibson (o anche altri) non sono le stesse che si beccano gli attori di film orientali.

    • A questo punto non se neppure se sia giusto paragonarlo all’action occidentale. Sono due interpretazioni diverse. 😉

    • 11 anni ago

    Il filone noto come “Heroic Bloodshed” in realtà è una diretta filiazione di certi vecchi film d’arti marziali, come quelli di Chang Cheh( per cui Woo lavoro da assistente , non dimentichiamolo ). Anche in essi vi era l’idea del protagonista che sparge il proprio sangue in un ecatombe finale. Da Chang Cheh Woo riprese anche il tema dell’amicizia virile tra uomini diversi per posizione ma simili nell’animo.

    • Ecco l’esperto, ti aspettavo sai?
      Però, ecco, io non capisco la necessità di inserirli in un filone ben preciso. Sono valori universali, quelli che citi, andrebbero bene, in teoria, in qualunque film, no?

      😉

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  • Credo che Woo volesse la Yeh un po’ più “calda”, un po’ meno ragazza per bene (ruolo nel quale la cantante era normalmente intrappolata all’epoca).
    O forse, più semplicemente, regista ed attrice non si “presero” fin dall’inizio.

    Io però diventai un fan di Sally Yeh guardando questo film.

    OK, altro aneddoto scemo.
    Quando nel 2000 decisi di cominciare ad ascoltare musica cinese, avevo come riferimento solo il cinema, perciò scovai un negozio online ed acquistai due cd, uno di Sally Yeh (per via di The Killer) e uno di Faye Wong (per via di Hong Kong Express).
    Gran bel colpo – i dischi costano pochissimo, arrivano in tempi brevissimi, packaging fantastico, un sacco di extra, foto, miniposter, per cui apro il primo, lo metto su, e la prima cosa che sento è questa…

    http://www.youtube.com/watch?v=x4aIyM5-zUs

    E mi dico…. “Ma io questa l’ho già sentita…?”
    E da lì ho cominciato a capire l’Oriente Misterioso 😉

    [però una nota – se ascolti la “rampata” a due terzi del pezzo, ti accorgi che Sally Yeh non sforza la voce, Celine Dion sì]

    • Boh, a pensarci è strano. Nel senso, è un rapporto particolare quello tra i due attori, anche come recitazione. Chissà. 🙂

      Sì, Celine la sforza. E poi… :O da non credere. Però posso testimoniare la eccezionale qualità del packaging cinese. Davvero ben fatto e poi costa pochissimo. 😉

  • Ed ero sicuro di poter contare su di te, per questi aneddoti spassosissimi. Quella del “capiscono il cinese” è bellissima!
    😀

    Sono contento di aver correttamente interpretato lo spargimento di sangue. Alla fine è quello che è sembrato.

    Sul secondo aneddoto, circa l’odio di John Woo per l’attrice, allora forse è proprio quello che ho percepito io, l’assenza di romanticismo. In effetti il rapporto sembra piatto, e credo che questo l’abbia salvato dalla retorica. O almeno da cose che io percepisco come tali. Troppe smancerie avrebbero guastato il tutto. Sempre che sia questa la proposta interpretativa di Woo.

    Grazie mille.

    😉

  • Bell’articolo.
    E sono felice che il film ti sia piaciuto.

    Allora – prima una nota ridicola – io e mio fratello questo film lo abbiamo visto talmente tante volte, in VHS, che sappiamo il dialogo a memoria.
    Poi, serata di lusso – al Museo del Cinema di Torino presentano un libro (mediocre) su John Woo e proiettano The Killer.
    Non possiamo esimerci – è la prima volta che lo vediamo su grande schermo.
    La sala è gremitissima.
    Gente di classe – studnti del DAMS, madame della Torino Bene, studenti di cinema…
    NOi poveri plebei finiamo in fondo, seduti su uno scalino.
    E qui, shock horror – il film è in cinese stretto.
    Il pubblico rimane absito.
    E io e mio fratello, quasi senza accorgercene, cominciamo a fare il botta e risposta, in italiano, sul dialogo d’apertura.
    “Credi in Dio?”
    “Non l’ho mai incontrato.”
    Una coppia elegantissima ci guarda con gli occhi sgranati.
    “Minchia,” sussurra lui, elegantissimo, “capiscono il cinese!”

    Ci hanno lasciato i posti a sedere.

    OK, ora due osservazioni serie (sì, vabbé…)
    Primo – il genere al quale appartiene The Killer si chiama “Heroic Bloodshed” – eroico spargimento di sangue – e la connessione con l’ecatombe, l sacrificio rituale, è netta; l’eroe dell’heroic bloodshed deve spargere il proprio sangue, finendo crivellato di pistolettate/accoltellato/preso a colpi d’ascia… è un sacrificio, un modo per purificarsi dell’oscurità nel suo passato.
    Non senza una (ovvia) punta di machismo.

    Seconda cosa che ti lascio come cibo per il pensiero – John Woo odia Sally Yeh, che secondo lui rovina il film; la Yeh, che teneva alla propria immagne consolidata di sana cantante pop/jazz, rifiutò alcune delle proposte interpretative di Woo (mai specificate), e secondo lui ciò ammoscia e rende stucchevole il rapporto fra i due protagonisti.

    E qui per ora chiudo.
    Ma di John Woo, Chow Yun Fat e Sally Yeh parleremo ancora.