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Il Segno Giallo

by Germano on 08/10/2014
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Il segno giallo è intuizione.
In seconda istanza, è la porta della percezione. Esso è indecifrabile, o meglio ancora inconcepibile alla mente umana.
L’idea di fare di esso comunicazione e allo stesso tempo tempo iniziazione (a volte casuale, a volte imposta) a misteri sconosciuti, è eccezionale dal punto di vista narrativo. È potente.
È sottile e inquietante, è l’angoscia di avere a che fare con una logica aliena, non-umana, un’intelligenza altra e quindi incomprensibile.
Fermatevi un attimo e provate a immaginare come vi sentireste se… capiste di essere entrati in contatto con una forma di coscienza completamente diversa dall’essere umano. Quanto potrebbe terrorizzarvi l’assolutà incapacità di comprendere e quindi prevedere le azioni di questa creatura?

Ecco la forza del segno.

In teoria, secondo gli indizi sparpagliati nella letteratura, è il codice d’ingresso: è la potenza del simbolo.
E ricordiamo che il simbolo è, proprio in quanto tale, nella forma stessa che possiede, codice e comunicazione. La potenza del simbolo, in questo caso del segno giallo, è operare un cambiamento nella percezione.

Dicono che il segno giallo conduca a Carcosa, una città sulle rive d’un lago in cui tramontano due soli, e le stelle nel cielo sopra di essa sono nere: una sovversione totale.
La città non ha alcun senso. Perché in essa serpeggia la morte, nella mancanza assoluta di abitanti, e la desolazione di abitazioni vuote. Comunica, quindi, la memoria della vita, forse, attraverso la sua assenza. Una messa nera, tale perché sovverte i valori e i concetti normali, della città degli uomini.

La forza del segno giallo, che poi è quello visto dal pittore Scott nel racconto omonimo di Robert W. Chambers, è il fascino arcano del simbolo, pur privato della forma, ché saggiamente non viene mai descritto, lasciando al lettore che s’imbatte in esso, tramite lo sguardo dei protagonisti di questa e altre storie, il compito di completarlo, di dare ad esso una forma, di rendersi complice del meccanismo e del fascino di questa narrazione.
Ma è anche tale, ossia incomprensibile, perché appartiene a un altro mondo, ad altri esseri, del tutto diversi, quasi all’opposto di noi, che per qualche oscura ragione si sforzano di comunicare con noi altri, una specie intelligente.
E lo fanno tramite i sogni.
Il pittore Scott e la sua modella Tess sono afflitti da sogni ricorrenti. Lui giacerà in una bara di vetro, dalla quale potrà vedere le vie della sua città, che forse non è più la sua, ma Carcosa, in quanto deserta e buia; scorge Tess che lo compiange dalla finestra del suo studio di pittura. Lei, al contrario, sogna d’affacciarsi proprio alla stessa finestra e di guardare il pittore, dentro una bara di vetro, portato sopra un carro da un cocchiere che è un cadavere, gonfio e lucido come un verme, che sembra, esso stesso, la negazione dell’essere umano, essendo perfettamente il contrario di un essere vivente, nell’aspetto e nei colori, nella mollezza del corpo contrapposta al vigore della vita.

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Carcosa e il segno/chiave per visitarla sono negativi della nostra realtà.

Il segno giallo, e con esso il Re in Giallo (quello che dimora a Carcosa, la città sconosciuta che è tutte le città e nessuna) è stato/è un universo (narrativo) condiviso. Un codice della narrativa dell’orrore di fine ottocento, un mito che sopravvive e si contorce fino ai nostri giorni, a causa della potenza del suo simbolo.

Simboli che, come sappiamo, esercitano grande influenza sulla mente umana. Suggestioni immediate, reazioni, come la pubblicità subliminale.

Tra l’altro, a rafforzare l’ipotesi della sovversione dei valori, facciamo ben attenzione ai mezzi, attraverso i quali, avviene l’alterazione della percezione.
La sollecitazione della psiche, nei racconti permeati da tale simbolismo, avviene attraverso tre elementi:

– un’opera di fantasia contenuta in un libro (rilegato in pelle), intitolata Il Re in Giallo
– il Re in Giallo medesimo, un’entità misteriosa e, a quanto ci è dato capire, maligna (o forse solo talmente distante dalla logica terrena da risultare maligna; io direi per lo più disinteressato della morale umana)
– il segno, che può risultare inciso su un pendente, o essere visto altrove

Il Re in Giallo, libro, rilegato in pelle, è insieme meta-racconto, e anche immagine riflessa di vita. Il libro è una storia, ovvero una vita scritta, rilegata in pelle. Come fosse un’entità passiva, vita oggettivizzata, perché affidata alla memoria.
Il Re in Giallo, entità, una divinità malsana, dipinta di quel colore (che era, all’epoca, fine ottocento, un colore scomodo, indicava i libri dal contenuto osceno, che in giallo erano foderati) che rappresenta la sovversione morale, una sorta di cicerone che ci addentra in un mondo che allo stesso tempo rifuggiamo, vittime della nostra stessa morale, ma che aneliamo, al quale abbandonarci in toto, noi e le nostre passioni insane (o forse sane, dipende, come sempre, dal punto di vista).
Il Segno Giallo, simbolo, che è la pillola rossa, il codice, la parole d’ordine che reca il cambiamento. Impossibile tornare come prima, dopo aver decifrato l’ingresso a un’altra realtà.
È la tentazione di guardare nell’abisso, uscendone cambiati. Per sempre.

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