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Planetes – vol. 4

by Germano on 19/02/2013
Book and Negative

Quarto e conclusivo volume di Planetes, di Makoto Yukimura. Un autore giovane, è del 1974, che ha mostrato doti di narratore eccelse.
Se mi seguite sapete che quest’affermazione l’ho usata raramente. Eppure è la realtà dei fatti.
Nei mesi scorsi ho trattato dei volumi precedenti: avevamo lasciato i nostri protagonisti, Hachi, Fee e Yuri, alle prese con la quotidianità, col matrimonio inatteso e assoluto il primo, col marito e il figlio la seconda, sempre lontana da casa, coi ricordi l’ultimo.
Quotidianità rapportata all’immensità dello spazio, e dei progetti che stanno per trovare compimento.
Una delle qualità innegabili di questo manga è la capacità costante di Yukimura di amalgamare la nuova umanità, quella futura, del 2070 e oltre, col salto evolutivo che l’ha portata a colonizzare la Luna e lo Spazio, moltissimi umani sono, infatti, stabilmente impiegati fuori dell’orbita terrestre, per svolgere varie mansioni, e con la nuova scoperta, che porterà un’astronave appositamente costruita, e il suo equipaggio (di cui fa parte il solo Hachi) a raggiungere il pianeta Giove, portando per la prima volta la parola dell’uomo così lontano rispetto alla culla della propria origine.
Non che mi lasci sfuggire un significato così recondito: portare la parola. Che non è parola divina, non è predicazione, ma semplicemnte il discorso che, un astronauta scelto, terrà al pubblico terrestre, una volta raggiunta la destinazione Giove. Qualcosa che riecheggia il grande passo per l’Umanità di Armstrong. E pur tuttavia sembra possedere un significato ancora più assoluto.

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Yukimura ci aveva preparati per un finale grandioso. Tutto lasciava prevedere, vista anche l’abbondante parte di storia dedicata alla preparazione psichica di Hachi per l’enorme impresa, che il quarto volume si sarebbe concentrato su Giove e dintorni.
E invece, ecco l’ennesima rivoluzione inattesa. Che è gradita, data la consueta qualità del narrato, ma che lascia una sensazione di vuoto. Ma ci arriveremo tra poco.
In sostanza, oltre una metà di questo abbondante volumetto, costituito da 336 pagine, è dedicato a Fee, l’astronauta rimasta al proprio lavoro di Raccoglitrice di Debris, ovvero una spazzina dello spazio, il cui lavoro consiste nella raccolta e eliminazione dei detriti spaziali, laddove, in assenza di gravità, persino un semplice bullone, sospinto a velocità incredibile, può costituire una fatale minaccia per l’integrità dello scafo di qualunque navicella.
Problema reale, che in futuro, vista l’abbondante presenza di satelliti geostazionari che noi stessi abbiamo mandato in orbita, costituirà una sfida, in un’eventuale colonizzazione.
Affascinante, il tema dei rifiuti, presentato in tutta la sua gravità, ipotizzando la cosiddetta Sindrome di Cassler, ovvero che i debris raggiungano quantità tali, specie in seguito a conflitti tra superpotenze che disseminano l’orbita di mine e di conseguenti relitti di astronavi, da soffocare lo spazio necessario per manovrare: la conseguenza della sindrome è la formazione di una sfera di detriti che intrappoli l’umanità nel suo pianeta, stroncando irrimediabilmente qualunque tentativo di lancio spaziale.
Terribile, se ci pensate.

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L’attenzione allora si sposta su Fee, sulla famiglia lasciata a terra per mesi, marito e figlio, e su una piccola scaramuccia tra due nazioni terrestri che incrementa del 40% la quantità di Debris presente nell’orbita, vanificando il lavoro di Fee e dei suoi colleghi, quello degli ultimi dieci anni.
Meraviglioso, sempre dal punto di vista narrativo, e anche grafico, il contrasto che Yukimura crea tra uno spazio futuro come ce lo immaginiamo, ipertecnologico, e un pianeta Terra che ha sconfitto l’inquinamento, sereno e placido, dove l’achitettura, specie nelle zone di campagna, è in armonia con l’ambiente. Una visione serena a cui, giustamente, tutti i protagonisti di questa storia anelano, quando è il momento di tornare, per essere però subito dopo sopraffatti dalla nostalgia del vuoto siderale, dove la scintilla della vita umana è quasi nulla rispetto all’infinito.
Quindi vediamo il passato di Fee, quando era bambina, in contrapposizione al suo presente, dimenticando la missione di Giove e lo stesso Hachi, che entra in scena in poche tavole, nella terza parte del volumetto.
Parlavo di matrimonio assoluto: una dei temi che mi ha colpito è un breve chiarimento circa il matrimonio di Hachi, che s’è sposato per l’esigenza di avere qualcosa a cui tornare, un porto, ché altrimenti avrebbe preferito superare Giove e perdersi nell’infinito, avendo rinunciato a qualsiasi, velleitaria, umanità. Visione semplicistica? Forse, o forse visione assoluta, frutto d’immedesimazione.

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Dovete pensare che il tentativo principale di Planetes è descrivere la quotidianità umana rivoluzionata dalle scoperte scientifiche, mantenendo entrambi i temi in perfetto equilibrio.
Ecco perché questo manga è diverso dagli altri, la costruzione dell’animo umani, risultante dai pensieri, ricordi e azioni dei protagonisti, va di pari passo con la costruzione del viaggio su Giove.
E veniamo così alla parte deludente, l’unica: Giove.
In sostanza, al viaggio e al completamento della missione per raggiungere il gigante gassoso vengono dedicate pochissime tavole, persino frettolose, chiuse dal messaggio, a cui ho accennato all’inizio, la cui stesura e lettura è ricaduta su Hachi, che a ben vedere non risulta solenne, ma solo normale.
Quale che sia il messaggio dell’autore, mi spiace non aver potuto leggere di più dell’equipaggio della nave spaziale, dei conflitti (con conseguenti sabotaggi) all’interno della missione stessa, non aver trovato, nella “scoperta” di Giove, la stessa solennità e meraviglia che la semplice Luna, ritratta nelle tavole dei volumi precedenti, mi aveva suscitato.
Sui motivi di questa scelta non mi dilungo, soprattutto perché non mi sono chiari. Toglie però, in definitiva, quella perfezione che finora era stata caratteristica propria di Planetes.

Volumi precedenti QUI

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