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Planetes – vol. 2

by Germano on 04/12/2011

“La Terra per gli uomini è una culla. Ma non esiste nessuno che passa l’intera vita nella culla.” K. Tsiolkovsky

A distanza di anni dalla prima lettura, mi rendo sempre più conto di avere tra le mani, come piace dire a noi altri, un fo**uto capolavoro della fantascienza. Per dirla senza tante chiacchiere, ad avere i soldi, ci investirei un capitale per farne un film, o un telefilm. L’unico dubbio è che, così com’è passato in sordina in versione fumettistica, Planetes potrebbe non essere premiato da un pubblico sempre meno avvezzo a opere così mature. Contaminato, com’è, dal dramma, dalla commedia, dall’epica della corsa verso la frontiera, a fine Ottocento il vecchio West, poi l’Australia, in queste pagine, invece, Giove (e oltre l’infinito). Stupisce, come già ampiamente detto nell’articolo precedente (e tuttavia ribadire non fa danno), la completezza dell’autore, Makoto Yukimura, classe 1974, nel padroneggiare infinite atmosfere del racconto, la sapienza nel mescolarle riuscendo a mantenersi sobrio nelle conclusioni di vicende, la vita e i sogni dell’astronauta Hachi, che si tingono di grandezza a ogni pagina, ma che pure riescono a scavarsi una nicchia confortevole nella quotidianità. Si è sulla Terra, ancora una volta per vacanza, eppure è come si fosse sempre nel buio delle profondità del cosmo, avendo a che fare coi propri fantasmi, ancora nel disperato tentativo, inedito per la razza umana, di compiere il salto evolutivo più grande dalla scoperta del fuoco: colonizzare il sistema solare, acquisendo illimitate risorse energetiche e, di seguito, la galassia.

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Obiettivi che, soltanto a scriverne, fanno paura. Yukimura ha solo due anni più di me, ma una sicurezza tale emerge dalle sue tavole, dalla “regia” che gestisce trame e sottotrame, che non si può non ammirare. Il tratto ha quasi un’importanza secondaria, pur trattandosi di opera grafica, talmente vasto è il quadro politico-sentimentale-sociale che si riesce a ottenere di questo mondo, colto nell’anno 2075, in fermento per la costruzione, prevista entro il 2078, di una nave spaziale, e il susseguente viaggio stellare verso Giove. Tra attacchi terroristici, i cui focolai, ancora, sono localizzati in medio-oriente, in special modo in quei paesi un tempo grandi esportatori di petrolio, che ora sono deserti assolati, nei quali i vecchi stabilimenti di estrazione arrugginiscono, abbandonati ormai da decenni.
Squilibri economici affliggono ancora l’umanità. Non è cambiato nulla, eccetto le aspirazioni di fuga dei singoli, non più all’estero, ma nello spazio, in nome di un individualismo che si ispira ai primi astronauti e che riecheggia delle teorie del superuomo.
Ma, attenzione, considerare Planetes come sciocca esaltazione della forza è sbagliato. Questa è solo una delle tante teorie, esposte con veemenza, contraddette e affrontate, con tanto di controparte, dall’autore, il quale, predilige il punto di vista ristretto di pochi personaggi, Hachi in particolare, filtrando attraverso i suoi occhi e le sue considerazioni, tutta la complessità del suo universo narrativo.
Insomma, Planetes è opera matura. Già adesso. E difficilmente eguagliabile.

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Facciamo la conoscenza, in questo secondo volume, di Goro, padre di Hachi, anch’egli astronauta, per giunta un pioniere dei viaggi su Marte e di Tanabe, neofita, dolce e carina, pervasa di buoni sentimenti (e nessun sentimentalismo) che offre, per l’appunto, il contraltare ai deliri dell’oltre-uomo di Hachi. Giusto bilanciamento, eco-terrorismo, cinismo perfetto e mai sopra le righe, aspetti tipici dei manga persino mitigati, tanto che sembra di avere a che fare con un prodotto occidentale, mi riferisco, in particolare, all’assenza di espressioni caricaturali, in luogo di una narrazione degli eventi rigorosa. Lenta, all’apparenza, ma ricca, ricchissima di poesia.
Amare i personaggi, già dopo due, tre vignette. Vi garantisco che si può. Mi riferisco a Goro che, in barba all’ottimismo del figlio circa il progredire della specie umana e alla loro responsabilità, in quanto astronauti, se ne esce con una dichiarazione di questo genere: “Preoccuparsi della razza umana è troppo pesante, non mi va.”. Frase secca, pregna di significati, soprattutto se a bilanciare questa scelta di disinteresse si oppone, all’intero mondo, la propria moglie, scegliendo di stare con lei piuttosto che assicurare al pianeta Terra riserve energetiche eterne con la missione su Giove.

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Ma, accanto a questa aurea mediocritas, c’è anche chi non vede altro che spazio, viaggi stellari e astronavi, e a tale destino vuol sacrificare ogni aspetto residuo dell’apparire umano. Gli esperimenti che porteranno il progresso sono osteggiati e sanguinosi, costano parecchio, in termini di morale e di vite umane, eppure solo l’ossessione, pari a quella di Von Braun (inventore dei V2), permette il salto. Solo gli uomini ossessionati guardano al futuro. Si tratta di scegliere che tipo di vita condurre, se votata a un’ossessione o alla ricerca del piacere. Concetti antitetici, a quanto sembra.

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