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L’amore a prima vista: Q Hayashida

by Germano on 12/04/2021

Comprai il primo volume di Dorohedoro nel 2003. Ovvero non appena uscì.
Non sapevo nulla di Q Hayashida, né di Dorohedoro.
Perché la narrativa (sì, ovviamente anche i manga sono narrativa) l’approccio così: evitando le riviste di settore e andando direttamente alla fonte. Perché, con rispetto, il giudizio altrui fa da filtro, e il filtro è, per forza di cose, una visione limitata.
Hayashida l’ho conosciuta attraverso il suo tratto, nella fattispecie la figura di Caiman, in copertina.
È bastata quella per decidere.



Nei vicoli della città di Hole si lotta per la vita.
I sussurri e i rumori casuali sono suggeriti da onomatopee: il sibilo del fumo che sale dai tombini, la nebbiolina che aleggia, e una patina di decadenza su tutto. Le esalazioni che saltano al naso. Sono sicuro che ci sia un termine che descrive l’intuizione di odori inesistenti, ma suggeriti dagli altri sensi.
Già l’idea di partenza è meravigliosa: una città che è usata da stregoni ultradimensionali come campo d’allenamento per infliggere deformazioni fisiche.
E un gigantesco lucertolone umano che stringe nelle sue fauci la testa di un tizio. All’interno della sua bocca c’è un uomo che pone al malcapitato una domanda che lo stesso Caiman non può udire.
E poi basta, si fa fuori, come tutti gli altri, e si va con Nikaido nel suo ristorante a divorare gyoza. A dozzine.

Contorto. Iper-dettagliato e unico.
Con Hayashida è stato amore a prima vista. E forse anche il fatto che sia quasi mia coetanea, ha contribuito alla simpatia.
Oltre alla storia personale. Con una mamma molto esperta e molto critica che demoliva ogni tentativo artistico della sua bambina facendola migliorare e abituare alle critiche.
E lei che, nonostante sapesse disegnare, frequenta l’università a Tokyo, per diventare una mangaka di professione.
E che salta le lezioni.
Anche qui, sembriamo fratelli.



Le salta perché la costringevano a ritrarre dei modelli, spesso da angolature “da cui non era possibile ricavare niente di buono”.
La noia dei corsi, dove sei un individuo, ma sei soprattutto un gruppo, una classe, e devi aspettare tutti gli altri.
E poi, i disegni erano troppo puliti.
A lei la carta piace sporcarla.
Le piace la trasformazione, da farfalla in bruco, con tutta la carica di dolore e fluidi appiccicosi che si può immaginare. Gli insetti sono soggetti interessanti.
Come le martellate sul cranio, con le esplosioni di sangue e frattaglie.
Unica anche perché si sente benissimo che i suoi personaggi non hanno nulla da dimostrare, al contrario della maggioranza dei protagonisti di decine di altri autori. Sono sicuri di sé, per niente intimiditi dalla vita o dalla società, e la vendetta – se c’è – quando non è rivalsa, è solo un pareggiare i conti. La vita è magnifica anche in una città velenosa, e i traumi restano nel passato, hanno solo cambiato il nostro presente: dov’è possibile godere ancora.

Hayashida Voleva fare la mangaka perché “più si lavora, più si viene pagati”.
Ecco, dove si rompe l’equazione, qua da noi.
Il mangaka è un lavoro retribuito.
Puntualmente, ogni settimana.
Un lavoro di narrazione per immagini, che va eseguito tutto il giorno, tutti i giorni. Con ritmi impressionanti.
E dà i brividi narrare storie perché, “finché dura la storia hai un lavoro, il giorno dopo che l’hai chiusa sei disoccupato”.
La maggior parte non l’accetta, una vita così, fatta di incertezze. Certamente lo Stato e la società non la capiscono fino in fondo, ché pare che ci si debba quasi giustificare di non voler far parte del sistema, ma di riuscire a campare lo stesso, pagando anche le tasse.



Q Hayashida ci ha messo diciannove anni per chiudere Dorohedoro, ma non è disoccupata, perché ha iniziato Dai Dark.
Ogni sua tavola è riconoscibile anche fuor di contesto.
Hole è una città sudicia, dove s’aggirano personaggi unici, soprattutto per il loro vestiario, ricercato e sciatto allo stesso tempo. Il sudore di Hole s’attacca ai loro corpi, la loro carne si esfolia, e la complessità del tratto di Hayashida unita all’estrema ricchezza della composizione ne fanno un’insolita eccezione, sia per la qualità del narrato che per la bellezza dei disegni. Caratteristiche che appartengono anche a Dai Dark.
La contaminazione dei generi è tipica dei lavori di Hayashida. E anche in questo siamo fratelli, perché non esiste confine nei generi, se non nella mente di chi non li capisce fino in fondo.

Leggetela. E amatela.

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