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La Torre dell’Elefante

by Germano on 17/12/2010
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Ne La Torre dell’Elefante (The Tower of the Elephant, 1933) il giovane Conan, puro e indomito e per nulla avvezzo alle sottigliezze e al mimetismo della civiltà, prova sé stesso, la sua resistenza, la sua umanità nel Regno di Zamora, nel quartiere cosiddetto del Maglio, dove la legalità cessa di esistere dopo il tramonto.
A ventisette anni, lo scrittore Howard è sulla via della maturità stilistisca. Compimento che non avverrà mai. Si notano ingenuità, ripetizioni e continue intromissioni da parte del narratore. Tutto questo nelle prime pagine, quando di tratta di dare sfogo all’immaginazione classica, per rievocare l’atmosfera tipica del quartiere malfamato, popolato da figure a metà tra la vigliaccheria e lo sproposito, sempre prontissime alla rissa.
Conan è defilato. Se ne sta in disparte mentre tenta di assorbire più che può dal clima decadente, i segreti e i costumi di una delle più ricche e corrotte città del Continente Hyboriano. Il barbaro è giovanissimo e imponente. Eppure non viene notato. Neppure il suo nome si conosce, se non parecchio dopo la sua prima contesa, che si scatena per un’inezia e si risolve in un bagno di sangue. Nella stessa taverna dov’è iniziato tutto.
Siamo sempre nel campo della mera ipotesi, ma se è vero che Conan è da considerare l’alter-ego di Robert, lo scrittore, allora in questa figura di barbaro del Nord sapientemente tratteggiata, schernita, umiliata e provocata fino alla fatale reazione, c’è molto più Howard che altrove. Parlando di catarsi, come si può non cedere a prendersi piccole e insensate rivincite in un mondo che, pur restando sulla carta, ci si rivolta contro, mantenendo la sua ostilità naturale?
Un unico appunto: è davvero impossibile che un’intera locanda sia illuminata da una sola candela.
Spenta quella nel trambusto, Conan sparisce insieme al baluginio della sua lama. Al suo posto lasciando sangue e morte.

***

Epica

Un ladro. Non un eroe epico. Ma sarebbe una definizione riduttiva. Falsa è l’idea che l’epica si sposi con una giusta e irreprensibile morale da parte di chi la compie. L’eroe non è nella persona, ma nelle sue azioni, le gesta.
Conan, quindi, si dirige verso la Torre dell’Elefante per rubare. Inconcepibile appare, a un barbaro come lui, che tali favoleggiati tesori siano lasciati incustoditi e che nessun altro ladro abbia mai tentato di arraffarli. Lui ha l’agilità di una tigre e si arrampica con la stessa facilità di una capra di montagna. Le sue doti gli consentiranno certo di farsi beffe dei suoi rivali codardi e incapaci e di diventare ricco.
La storia, breve, consta di una trentina di pagine divise in tre capitoli che corrispondono a tre fasi ben distinte.
Come La Regina della Costa Nera, che parte dall’interno della società violenta e corrotta, dai tribunali, massima espressione e dell’astrazione e della follia del mondo civilizzato, ne La Torre, dai bassifondi, si giunge a un reame fantastico e febbrile; la narrazione diviene estranea al contesto e agli stessi personaggi che, velocemente, trasfigurano abbandonando la loro natura terrena per rappresentare altrettanti archetipi e sfociare nell’aperto simbolismo e nella meditazione che da quest’ultimo scaturisce.
Nel film di Milius, la Torre dell’Elefante diviene la Torre del Serpente, non già dimora del grande sacerdote Yara, ma di Thulsa Doom. Il Cuore dell’Elefante è l’Occhio del Serpente. Entrambi sono gemme portentose.
L’atmosfera di avventura che si respira durante la scalata delle pareti lisce della torre, le cui gemme lucenti promettono tesori al di là del concepibile, è però identica.
Cinta da giardini incantati, ammantati di una coltre di oscurità e superstizione, il cimmero vede nella torre un motivo come un altro per tentare di misurarsi con un mondo che, ricordiamo, egli esige di piegare alla sua volontà, quale manifestazione del suo controllo totale e della sua indipendenza incoercibile.

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[contiene qualche anticipazione]

Stregoneria

Tauro è un ladro famoso che, insieme a Conan, decide di sfidare i veti che negano l’accesso alla Torre. Bel personaggio, tratteggiato con poche frasi. Leoni sono lasciati liberi nei giardini come fossero sentinelle e mura invalicabili.
Eppure i due uomini, avvezzi al pericolo e all’ambizione che riecheggia di incoscienza, superano una dopo l’altra le insidie, in una narrazione che, ancora nel 1933, evita le descrizioni dirette, in modo inconsueto, perché conosciamo il gusto di Howard nell’indulgere nei dettagli truculenti, quando si tratta di scatenare il suo eroe. Eppure, qui Conan affronta un leone silenzioso, ché ogni cosa è strana in questo giardino, e prima ancora un delinquente nella taverna; e ogni volta c’è una cesura che nasconde il combattimento, perché alla fine l’esito dello stesso appare ben più importante della lotta stessa.
Scalata la torre, perso il suo occasionale compagno di ruberie, Conan diviene ricerca, scoperta e vendetta.
Se si eccettua il combattimento del barbaro con un ragno velenoso di dimensioni enormi, segnale che dà corpo e sostanza alle voci che vogliono il padrone della Torre, Yara, essere un potentissimo stregone, le restanti pagine contengono una finissima rappresentazione di umana pietà che rasenta, in modo breve e forse persino involontario, moderne speculazioni sulla giustizia, sull’eutanasia, sulla prevaricazione e la violenza, e sulla trasformazione e trasmigrazione dell’anima.

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Il Mistero Cieco

La Torre dell’Elefante è così chiamata perché al suo interno dimora una creatura aliena ridotta in schiavitù dal sacerdote mago. Cieca, ferita, non chiede a Conan che di essere liberata da secoli di sofferenze e soprusi.
Piuttosto toccante il continuo ricorrere agli occhi dell’elefante, in natura saggi e colmi di memoria e consapevolezza, quale mezzo che la creatura ha, oltre alla parola, per meglio comunicare la tragedia della sua esistenza.
Manicheo il ricorrere all’associazione Yara-Razza demoniaca in contrasto con la purezza d’intenzioni di una specie aliena di osservatori neutrali. Gli Zamoriani, infatti, narra Yag-Kosha l’elefante, discendono da una stirpe malvagia. La crudeltà di Yara, in tal modo, è dissociata dalla volontà dell’individuo, di fatto indebolendola, per tramutarla in conseguenza ineluttabile. Una sorta di eredità del sangue, com’era caratteristica di una certa accezione classica, che voleva le colpe trasmettersi di padre in figlio, come corredo genetico.
Filosofia howardiana nella descrizione del sorgere e tramontare delle epoche dell’uomo che, come narra Yag, ha conosciuto diversi cicli di rinascita e caduta, e influenze lovecraftiane nella provenienza di queste creature elefantine dallo spazio profondo, un concetto che probabilmente il barbaro Conan mai avrebbe potuto comprendere. E, quasi a voler rafforzare quest’ultimo aspetto, Conan rifiuta di testimoniare la trasformazione dell’elefante in qualcosa di diverso, di nuovo, dandogli le spalle. Certi misteri è meglio rimangano tali. Essi non sono fatti per gli occhi dei mortali.

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