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La Figlia del Gigante del Gelo

by Germano on 16/03/2011
Contents

Avevo deciso di non includere questo racconto tra quelli selezionati riguardanti l’epopea di Conan Il Cimmero, di Robert E. Howard, e finora presi in esame su questo blog. Ma la visione del teaser del nuovissimo reboot, mi ha spinto a recuperare La Figlia del Gigante del Gelo (The Frost Giant’s Daughter), scritto tra il 1932 e il ’33, ma pubblicato postumo nel 1953 dalla Gnome Press.
Racconto brevissimo, appena dodici pagine, e tuttavia esemplare nel suo tentativo, riuscito, di fornire un ritratto crudo, puro e violento dell’alter-ego howardiano.
Dodici pagine d’azione senza sosta, che cominciano così:

“The clangor of the swords had died away, the shouting of the slaughter was hushed; silence lay on the red-stained snow. The bleak pale sun that glittered so blindingly from the ice-fields and the snow-covered plains struck sheens of silver from rent corselet and broken blade, where the dead lay as they had fallen. The nerveless hand yet gripped the broken hilt; helmeted heads back-drawn in the death-throes, tilted red beards and golden beards grimly upward, as if in last invocation to Ymir the frost-giant, god of a warrior-race…”

“Il clangore delle spade s’era spento; le urla del massacro erano svanite; il silenzio gravava sulla neve lorda di sangue. Un sole fievole e pallido si rifletteva sui campi ghiacciati e sulle pianure innevate e accendeva di bagliori argentei i corsaletti squarciati e le lame infrante nei punti in cui giacevano i morti. Mani inerti stringevano ancora le else spaccate; teste coperte da elmi riverse indietro negli spasmi della morte sollevavano verso l’alto barbe rosse e dorate, come in un’ultima invocazione a Ymir, il gigante del gelo, dio di una razza guerriera.”

Per onestà devo dire di non essere un amante degli incipit descrittivi. Preferisco che un racconto inizi in modo intimo, magari con una frase che subito tratteggi, in poche, scelte parole il protagonista, piuttosto che uno o più periodi che fungano da panoramica su uno scenario che, come in questo caso, è sì di forte impatto, ma non essenziale allo svolgersi dell’intreccio.
L’effetto che se ne ricava è quello di un set fastoso, che però viene usato solo per una brevissima scena.

***

Howard, nel 1932, era ancora ventiseienne, ragion per cui ne aveva ben donde, di costruire tutti i set più incredibili che la sua mente potesse concepire.
In una sua lettera a P. Schuyler Miller, egli scriveva di Conan:

“Why or how, I am not certain, but he spent some months among a tribe of the Æsir…”

“Non sono sicuro del perché o di come, ma lui trascorse diversi mesi tra le tribù degli Æsir”

E ricordiamo che Conan, il barbaro, era quello che nottetempo penetrava in casa di Bob e che lo obbligava a scrivere, pena la morte. Fa un certo effetto leggere come egli descrivesse il suo alter-ego/incubo notturno, quasi che davvero ci avesse parlato, e Conan stesso gli avesse rivelato, senza scendere nei dettagli, peraltro, della sua gioventù norrena, fatta di ghiacchi perenni, distese innevate infinite e, soprattutto, di battaglie.

***

[c’è qualche anticipazione]

Episodio, quindi, quello de La Figlia del Gigante del Gelo, che introduce la piena giovinezza del barbaro, virile e possente, violento e famelico, spesa a prestare la sua spada più alle faide secolari tra razze guerriere, Æsir e Vanir, che non a percorrere la strada che, dopo, in circostanze ormai del tutto diverse e con anni di saggezza indossati come una veste pavida, l’avrebbe portato sul trono di Aquilonia.
Teatro della cruenta battaglia tra clan rivali è il Nordheim, una landa di ghiaccio in cui entità sovrannaturali, sotto forma di spiriti seducenti, tentano i sopravvissuti per condurli verso la sorte.
Sapienti pennellate in poche righe, quindi. E, come ci si aspetta, violenza cieca.
I combattimenti sono brevi, essenziali, mirano al massimo risultato col minimo sforzo. Senza piroette ridicole, senza balletti. Come già scrissi, ogni fendente che Conan dà, lo assesta per uccidere il suo nemico, sia esso un uomo, o un dio:

“Heimdul ruggì e balzò con la spada saettante in un arco micidiale. Quando la lama sibilante gli si abbattè sull’elmo, in uno scintillio azzurrino, Conan barcollò e vide rosso. Ma, mentre ondeggiava, fece un affondo con tutta la forza delle grandi spalle. La punta acuminata trapassò le scaglie di ottone, le ossa e il cuore, e il guerriero dai capelli rossi gli cadde morto ai piedi.”

Conan para un colpo e ne restituisce uno soltanto, mortale. Più avanti, gli scontri si ripetono, cruenti e caratterizzati da potenza immaginifica.
La creatura femminea che, nel frattempo, ha avvicinato e tentato Conan l’ha anche condotto nel luogo del mortale agguato. Là dove i suoi due fratelli, giganti, aggrediscono i viandanti per poter estrarre il cuore (fumante) dal petto di questi e collocarlo sugli altari di Ymir, il dio gigante del Nordheim.
Conan, come sempre, sovrastato lui stesso, la sua mente, dalla natura indomabile, dimentico della fatica e dall’esser sopravvissuto, esausto, al campo di battaglia, si scaglia contro i due nemici che torreggiano su di lui:

Una lama gli lampeggiò davanti agli occhi accecandolo con la sua luminosità e lui ribattè con un colpo terribile che trapassò al ginocchio la gamba dell’avversario. […]

[…] Il gigante ruggì e riuscì a estrarre la sua arma, ma in quello stesso momento calò sibilando e l’altro piegò le ginocchia accasciandosi lentamente nella neve che si arrossò del sangue che gli usciva a fiotti dal collo.

Due colpi, due uccisioni. Conan è stanco, è vero, ma, così come in tutti gli altri racconti, non spreca tempo ed energie in inutili finezze, buone (fino a un certo punto) solo per un certo tipo di (pessimo) cinema.

***

E tuttavia, il fascino di questo racconto è che, pur essendo ambientato in deserte lande ghiacciate, in realtà è la Grecia classica e la sua mitologia che noi stiamo rileggendo. Il mito di Apollo e Dafne, seppur con la natura divina e umana invertita. Atali, la fuggitiva, diviene divina, mentre Conan è umano, troppo umano. E l’umanità di Conan, quella fiera e selvaggia, è la virtù cruda e istintiva che gli consente di opporsi agli dei, laddove i pavidi cuori mortali perirebbero dal terrore.
Conan si avventa sulla figura femminile perché attirato in un tranello, è vero, ma per tramutarsi da preda in feroce predatore, in una sequenza che è ai limiti della violenza. Elemento, quest’ultimo, anch’esso comune a molta mitologia classica, dove i confini tra passione e correttezza spesso erano confusi.
Ma l’irruenza, la foia, l’incapacità di controllarsi non fanno che arricchire l’immagine di un Conan giovane e caparbio, che con meraviglia guarda un intero universo che si sta stendendo dinanzi ai suoi occhi azzurri come fuochi.
Howard non lo giustifica il suo alter-ego, lo ritrae. E tanto basta.

[dall’alto: tavola n. 3 a cura di Frank Brunner]

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