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Il Fantasma dentro la Macchina. Ancora.

by Germano on 10/05/2021

I cyborg, gli organismi cibernetici.
Ciascun appassionato di fantascienza se li immagina come più preferisce.
Come robot assassini. Come simpatici personaggi di supporto. Aiutanti perfettamente integrati nella società umana.
Oppure come creature sulla soglia di un salto evolutivo.
Se mi conoscete sapete bene a quale categoria appartengo. Niente di male nelle altre. Ciascuno approfondisce ogni singolo aspetto della realtà e della narrativa come più gli piace.

Giorni fa ho sentito il richiamo della macchina.
Succede periodicamente. In una di queste occasioni, anni fa, ho dato inizio al ciclo di Perfection.
L’ultima volta, invece, ho riguardato i film di Ghost in the Shell e, caso strano, registrando una nuova puntata del mio podcast Di incipit si muore, con Marina abbiamo sfiorato medesimo argomento.
Essere umano e macchina. Cyborg. Definizione di autocoscienza. Volontà e natura dell’intelligenza.
Può dirsi solo ed esclusivamente organica?
Quanto conterà la componente biologica nella futura accettazione di una volontà autonoma, diversa da noi eppure svolgente medesime funzioni?


Sono domande che per molti autori di fantascienza e anche per molti studiosi di robotica hanno un peso, e con le quali, che ci piaccia o meno, dovremo fare i conti.
Oggi viviamo quello che potrebbe essere definito un ritorno al pensiero magico. Che nega la complessità della nostra natura affidandola in toto a entità superiori. Una sorta di facile deresponsabilizzazione.
Ma sacche di resistenza continuano a guardare al futuro remoto. Colonizzare Marte, trovare fonti di energia alternative. Ricreare noi stessi.
È probabile che un’ulteriore evoluzione della nostra natura e della società sia preceduta da un’epoca di crisi. È già successo. E diversi segnali indicano che stia succedendo ancora, proprio adesso.

E qui, in questo senso, Masamune Shirow ha sviluppato egregiamente diverse tematiche inerenti all’esistenzialismo. Prevedendo, di fatto, aspetti che si sono puntualmente verificati dopo trent’anni dalla pubblicazione della sua opera: l’alienazione dell’individuo, l’informatizzazione, la sensazione di smarrimento che si prova a fianco di milioni di persone, propria delle megalopoli, ma anche il superamento dell’identità determinata.


Certo, lui propugna il pensiero di Arthur Koestler, Il Fantasma dentro la Macchina, e sostiene il dualismo cartesiano di una mente contenuta in un corpo limitato, che si evolve più velocemente di tutto ciò che è intorno a essa.
Ghost in the Shell, oltre a richiamare medesimo titolo, è affascinante, lo è tutt’ora, proprio quando affronta queste tematiche:

– fino a che punto la responsabilità delle nostre azioni è attribuibile a noi, se la nostra mente – tutto sommato – è entità separata rispetto al corpo che occupa?
– potremmo giudicare qualcosa che è immateriale?
– o dovremmo punire solo il corpo che ha commesso il crimine?

E ancora:

– cos’è l’essere umano? È biologia dotata di un fantasma che lo governa?
– e un cyborg, potrebbe essere definito autocosciente o umano solo per il suo fantasma, la sua intelligenza, o a seconda della percentuale di materiale organico che lo compone?

Non dimentichiamo, a riprova di questo, una sequenza del primo film, in cui Kusanagi attraversa la città per recarsi alla Sezione 9, accompagnata dal famoso tema musicale, e vede se stessa seduta al tavolino di un bar, dietro una vetrata.
Dura un attimo, ma definisce l’identità fisica come non necessaria. O meglio non determinante nel costituire la natura di un individuo.


(tra parentesi, su Prime trovate sia la versione originale del primo film, degli anni Novanta, sia quella restaurata del 2008, con le sequenze iconiche rifatte con l’ausilio della CGI)


Trovo particolarmente affascinante Innocence, il secondo film di GitS, ancora più del primo.
E ho scoperto solo l’altro giorno che alcune delle sue tematiche fondamentali hanno sedimentato dentro di me, provocando considerazioni analoghe nei miei lavori. O forse, s’è trattato più probabilmente delle stesse letture che io e Shirow negli anni abbiamo fatto.
Con delle differenze, però.

Shirow, da buon dualista, suppone che l’intelligenza sia limitata dalla sua forma umana. Ne deriva -come esposto in Innocence – che la realizzazione di replicanti della forma umana sia concettualmente errata. Nonché vietata, nell’ambientazione di GitS.
Costruire dei robot che imitano l’uomo equivale a realizzare delle forme di intelligenza che saranno esposte, via via, a tutta una serie di inconvenienti propri dell’essere umano: stress, ansia, depressione, limiti morali (che sono creazioni arbitrarie della società, quindi ininfluenti). Creature imperfette, dunque, destinate a un’esistenza infelice e insoddisfacente.
Nel raggiungimento ideale della perfezione, che è il fine dell’intelligenza, è preferibile superare la limitatezza umana.
Tuffarsi nell’immensità della rete, come flusso di dati senziente è compiere un’evoluzione.


Io d’altronde ho concluso di essere emergentista. L’autocoscienza serve a superare uno stallo.
Sono convinto che le nostre menti siano vincolate al nostro corpo. E che, in un certo senso, la nostra realtà dipenda da questo vincolo.
Il nostro mondo è stato creato per ospitare innanzitutto i nostri corpi, e di conseguenza le nostre menti.
Ok, spesso non si tiene conto del fattore felicità, ma solo dell’efficienza, ma ci siamo capiti.
E sono altresì persuaso che la nostra intelligenza sia tale perché “finita”, delimitata dai confini dei nostri corpi e dei nostri organi di senso, attraverso i quali decodifichiamo il reale.
Lo scopo di creare esatte repliche artificiali di noi stessi è, in definitiva, avere la possibilità di costruire un dialogo alla pari con le macchine, ovvero con esseri che vedano le cose così come noi le vediamo. Un dialogo fecondo, si spera.
Diversamente, ogni variazione sul tema – laddove il tema sia la nostra natura – presuppone un’intelligenza aliena, con la quale intendersi sarà impossibile, o quasi.
Quindi la scelta sarà nostra. Come sempre. E lo scopo coinciderà col fine: stiamo creando intelligenze artificiali per imitarci? O per superarci?
Probabilmente entrambe le cose.
E ne usciremo ridimensionati e profondamente mutati.

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