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Fratelli

by Germano on 22/10/2011
Book and Negative
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Sabato sonnacchioso, per cui mi sono messo a spulciare la mia collezione de La Spada Selvaggia, la miglior testata fumettistica sul Cimmero.
In poche parole, se non l’avete mai letta, vi consiglio di recarvi in qualche negozio dell’usato e accaparrarvi il maggior numero di uscite possibile. Ogni volumetto è una storia a sé, compresi i classici adattamenti di Roy Thomas e John Buscema, delle storie originali di Robert E. Howard. Bianchi e neri fenomenali. Semplicità di tratto e storie indimenticabili.
E, viste le recenti e dimenticabili imprese dell’Hawaiano, mettere le mani su questa rivista è un modo per far pace con il barbaro, quello vero, quello che ti stacca la testa, se provi a fregarlo.
La storia che ho ripescato, Fratelli, chissà perché, m’era rimasta impressa più delle altre. Inusuale, rispetto alla norma delle avventure del Cimmero: è priva, infatti, di cittadelle abbandonate, di stregoni e di mostri. L’impianto narrativo è umano. Fatto di giochi di potere, invidie, tradimenti e vendetta.
Scenario, evocativo e poetico insieme: il deserto di Turan, impero a est del continente hyboriano. Lì, tra le rocce e la steppa, dominano i Kozaki, bande di predoni e mercenari. Conan ne ha fatto parte in gioventù, quando ogni giornata era buona per pagarsi da bere sgozzando qualche gola turaniana.
Prima edizione su The Savage Sword of Conan nel maggio del 1989. Storia di Jim Owsley, disegni di Andy Kubert. Il volume italiano è invece il numero 96 de La Spada Selvaggia di Conan il Barbaro, edito da Marvel Italia nel dicembre 1994.

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Intreccio privo, dunque, della componente fantastica, tanto che, leggendolo, sembra di avere a che fare con una qualunque storia medievale, ma di quel medioevo orientale, fatto di frecce scagliate da archi corti e potenti, di cavalleria che batte lande sabbiose e di roccaforti di fanatici appese a dirupi scoscesi. Achlemedes, vassallo del Signore di Akif, odia quest’ultimo, suo fratello, che è solito umiliarlo in pubblico e, nel frattempo, dà la caccia ai Kozaki, per garantire stabilità al territorio e gloria a sé stesso. Non è il solito signorotto locale tronfio e stupido. Nessuno dei personaggi presenti in questo breve racconto è stereotipato, a dispetto delle situazioni narrate, familiari per il genere avventuroso, ma non per questo noiose. Achlemedes è di mezza età, seccato del doversi alzare all’alba e di essere salutato dai suoi uomini, ma non esita a far restare appeso sull’orlo del precipizio un prigioniero per tutta la notte, pur ottenere informazioni che conducano alla cattura dei suoi nemici.

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Conan è nell’insolita veste di gregario di un gruppetto di Kozaki, Araq, Iman e Tolku. Si nasconde in villaggi dove la popolazione, insofferente verso il regime turaniano, li ammira e li protegge. Dopo aver massacrato un piccolo drappello di soldati di Achlemedes, i nostri gozzovigliano con cibo e vino offerto loro nella locale taverna e si intrattengono con altrettante fanciulle vergini, sempre a titolo gratuito. Tutti tranne Conan, per lui le vergini sono noiose, preferisce una donna vera, che sappia farlo divertire. Il cimmero è imponente, fuori posto, selvaggio e incute timore. E tutto questo, che è proprio del personaggio Conan, viene mostrato in poche tavole. Ottima rappresentazione.
Il gruppo di Kozaki decide di separarsi per sfuggire agli altri soldati che di sicuro saranno sulle loro tracce e raggiungere così indisturbati il loro rifugio.

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Conan accompagna, lungo il viaggio, il figlio del prigioniero giustiziato da Achlemedes e una sua amica. Li ha conosciuti perché quest’ultima era una delle vergini date in dono ai kozaki.
Conan in questa storia è l’uomo esperto, disilluso e pratico. Insegna il mestiere del ladro ai due giovani che sembrano aver intrapreso lo stesso modus vivendi, seppur con risultati disastrosi. Ancora una volta, la figura del cimmero risplende, e lo fa nel modo più inatteso. Egli vive, senza domandarsi mai del futuro, carpendo tutto il vantaggio possibile da qualunque situazione. Risparmia quando può risparmiare, compra “risciacquatura di piatti” in luogo di vino pregiato. Osserva e conosce le usanze del posto, lui, barbaro, perché utili a sapere fin dove può spingersi, osare.
Lungo il tragitto, cade prigioniero. Viene imprigionato in una fortezza abbandonata, lasciato alla morte in una stanza dove avvoltoi ripuliscono carcasse ossute di altri prigionieri. Ma la scintilla vitale è sempre lì, nei suoi occhi e nel suo spirito indomabile.
Emblematica la frase: “Conan non guarda mai indietro. Non ha ripensamenti. Non soppesa i rischi. Continua ad avanzare, un passo dopo l’altro.”
Frase da ricordare, la prossima volta che vedremo un (pessimo) film sul cimmero che voglia presentarcelo come un inguaribile sentimentalista.

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Duello finale, spietato, che ancora una volta sorprende per durezza ed esiti. Conan ha la sua vendetta, veloce, secca, senza soddisfazione e, in più, si occupa anche dei suoi ex-compari che, dato l’episodio che l’ha visto catturato dalle forze di Achlemedes, ormai lo considerano un traditore. Conan è sempre solo, agisce per i soldi, per la vita, per divertirsi.

“Se ti aspetti che rinunci alla mia vita, in nome di un patto romantico, ti sbagli di grosso.”

Ecco, Conan è tutto qui, in queste parole, e in poche tavole inchiostrate. Non è un personaggio complesso, non è un buono. Semplicemente è una creatura aliena, fuori posto, che possiede la forza per sopravvivere e imporsi sul resto del mondo. Solo così può essere inteso.

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