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[Di incipit si muore]: L’Attacco dei Giganti

by Germano on 12/05/2021

Eh sì, l’Attacco dei Giganti me lo sono letto tutto e ho pure guardato l’anime. E chissà, adesso che so, che sono consapevole, se guarderò la seconda metà della quarta stagione, prevista per il 2022.
Forse sì, sperando in qualche deviazione dall’originale.
Ma non anticipiamo, stiamo pur sempre parlando di incipit, anche se due paroline sul finale/excipit non me le farò sfuggire.
E l’incipit dell’Attacco dei Giganti lo definirei, in breve: ottimo. Quasi perfetto.


Si tratta di poche tavole che contengono… tutto.
Il viso del Gigante Colossale.
Noi ancora non lo conosciamo con quel nome. Ma questa creatura cattura l’attenzione per la sua anomalia intrinseca.
Il suo viso scarnificato è la prima cosa che vediamo di lui. Insolito. Privo di labbra, i denti in vista, serrati. Le fibre muscolari e i nervi che ricoprono il volto.
Poi, un’inquadratura dei protagonisti: Eren, Armin e Mikasa. Potrebbero essere solo tre bambini qualunque, ma il fatto è che Hajime Isayama li mette in primo piano rispetto agli altri astanti. Ed è la nuca di Eren il punto in cui noi siamo collocati. Per assistere alla venuta del gigante proprio dall’altezza di quest’ultimo, ridotta, limitata, insignificante. Il punto di fuga ci conduce verso mura colossali e verso il volto del gigante, più alto di quelle stesse mura.
E, di seguito, di nuovo il viso di Eren e quello del gigante, e finalmente, una veduta dall’alto di un centro abitato, contenuto in un arco murario, che si ricollega a una cinta molto più vasta. Le mura sono sempre altissime e sembrano continuare all’infinito.



Isayama, che all’epoca del primo tankobon aveva ventitré anni, mette sul piatto i dettagli fondamentali e promette, in modo parecchio rischioso, tutto quel fascino che riuscirà a conservare intatto almeno fino al capitolo 111.
Ma non corriamo.
Abbiamo il mostro, il prodigio. Un prodigio enorme. Quindi l’Attacco dei Giganti non è un eufemismo, è una realtà.
Le mura sono altissime, e in questo senso intuiamo che l’umanità abbia già avuto a che fare con questa minaccia, è tragicamente nota, altrimenti non si spiegherebbe l’esistenza – e la necessità – di mura così imponenti.
È altamente probabile che la specie umana viva già in una forma di cattività, perché se dall’altro lato esistono creature simili, è impensabile che possa esistere una vita al di fuori.
E infine, una breve carrellata dei protagonisti, di cui intuiamo già le dinamiche personali e la gerarchia interna al gruppo: Eren al centro, l’unico che gode di un primo piano, sarà il protagonista; Mikasa alla sinistra, la spalla, Armin a destra, il comprimario.



È tutto lì, in quella manciata di disegni.

Fino al capitolo 111, dicevo. O giù di lì.
Non mi nascondo dietro un dito. Il lavoro di Isayama è ammirevole, anche considerata l’età. Sì, indubbiamente le fonti d’ispirazione che l’hanno stimolato nel processo creativo hanno influito, il fatto di aver vissuto in un piccolo villaggio tra i monti, di percepire l’essere umano come una creatura inintelligibile e inarrestabile, ma l’esigenza e la capacità di raccontare una situazione d’assedio, che può essere abbattuta solo attraverso la conoscenza ottenuta tramite l’impiego di forza bruta, è notevole. La narrazione è salda e implacabile, il ritmo di progressione dispensato con disciplina.
Perché l’assedio comporta, dal punto di vista narrativo, una serie di rischi.
Lo spazio è sempre lo stesso. Limitato, ripetitivo. Tant’è che ho scoperto, man mano che andavo avanti con la storia, di avere difficoltà a fissare i punti salienti. Lo sfondo su cui i personaggi si muovono sono i distretti all’interno delle cinte murarie, per lo più, i palazzi dai coppi rossi sono simili, come le vie, i soldati vestono – per forza di cose – uniformi. E l’unica variante sensibile sono, nonostante si tratti di mostri generici, i giganti, la caratterizzazione dei quali è grottesca: le espressioni dei loro volti sono trasognanti, dementi, in nulla corrispondenti all’aggressività che essi manifestano, alle loro intenzioni voraci.
Perché i giganti ci divorano, come nella più classica delle iconografie artistiche, come Saturno che divora i suoi figli.


Mantenere la varietà e soprattutto un’elevata qualità dell’intreccio in un universo statico, fisso su un paesaggio pianeggiante, costantemente verde e bucolico e così a lungo era impossibile, ma Hajime Isayama c’è riuscito. Me lo immagino in quello studiolo ristretto, tipico habitat giapponese da sovrappopolamento, che si fa venire i crampi alle braccia e alla gambe per dare vita, settimana dopo settimana, al suo manga.

Il successo dell’Attacco dei Giganti è meritato, ma ha un problema. E il suo problema non è solo il finale.
La storia cavalca spedita, come il Corpo di Ricerca, fino alla riconquista del Wall Maria.
Poi quel microcosmo di umanità condannata a una vita di prigionia s’espande. A quel punto il manga ha raggiunto risonanza planetaria, con orde di fan che pretendono quella qualità a cui sono stati abituati.
Ci sta che possano tremare le mani.
Ci sta che, per continuare a stupire a ogni costo, l’autore possa perdere il controllo della storia. Trascurare alcuni personaggi e privilegiarne altri, utili e interessanti fino a un certo punto (qualcuno ha detto Reiner?) E strafare.


Sì, come tutti mi ero fatto delle idee su come sarebbe finita, su quale fosse il segreto delle mura e dei giganti, sul ruolo di Eren e sul destino di Mikasa, e soprattutto su Historia.
Non è accaduto nulla di quanto mi aspettassi, di quello che mi sarebbe piaciuto leggere.
Non è un problema. Non sono quel tipo di lettore. Non pretendo di esercitare un controllo che non ho mai avuto sulla storia di un altro, nonostante l’attaccamento emotivo che possa aver sviluppato in tutti questi anni.
E tuttavia, il risultato finale è – mio avviso – non soddisfacente. Troppe cose sono state lasciate da parte per sviluppare aspetti inediti e tutto sommato non tanto fondamentali della trama, solo per stupire, fino al finale che voleva essere grandioso come una supergigante rossa, ma che ha la stessa consistenza di quella stella, una densità impalpabile.

Pace per l’uccello gigante (wtf).
E per i personaggi – tanti – che non hanno mai avuto cinque minuti per vivere davvero. Chi vuole intendere intenda.

Ma, se l’Attacco dei Giganti può essere considerato l’incipit della sua carriera, non vedo l’ora di leggere qualcos’altro di Hajime Isayama.

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